Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Notte sulla Diga" è stato scritto da angelo fabbri
Aveva visto il mare incupirsi sempre di più, passare rapidamente dal verde limaccioso dei giorni di calma ad un grigio chiaro e poi al colore dell’acciaio, mentre onde sempre più lunghe gonfiavano l’acqua del porto come dopo l’entrata delle grandi navi.
Non ci aveva fatto caso, immaginando anzi che il peggiorare del tempo avrebbe potuto far avvicinare i pesci, che non si erano visti per tutto il giorno. Così non si era curato di anticipare il rientro e il barcaiolo aveva saltato l’ultima corsa, tanto chi poteva fermarsi sulla diga in una sera come quella, con la burrasca in arrivo? Sicuramente era rimasto al bar a farsi un altro quarto di vino, invece di consumare nafta e prendere un mucchio di freddo.
Aldo guardava sconsolato lo specchio d’acqua che lo separava dalla parte interna del porto, poche centinaia di metri ma invalicabili senza la barca. Era bloccato.
La cosa migliore da fare era restare lì ad aspettare il giorno dopo, quando sarebbe ripreso il servizio di trasbordo e avrebbe avuto modo di dirne quattro a quel disgraziato ubriacone. Non che fosse la prima volta che passava la notte sulla diga, capitava ogni tanto quando facevano le battute alle orate, ma in quei casi era ben attrezzato e non era solo.
E non c’era quel tempo.
L’ultimo pensiero gli era venuto sentendo il vento che soffiava con maggiore forza. Adesso si era orientato a libeccio e prendeva d’infilata il porto, strappando già al mare spruzzi di schiuma che volavano orizzontali sopra il cemento. Doveva sbrigarsi, tornare indietro e raggiungere la piattaforma in testa al molo, dove c’erano delle nicchie in cui ripararsi. Se si fosse messo a piovere o se un’ondata avesse scavalcato la diga avrebbe fatto un bagno completo e non aveva niente per cambiarsi. Non aveva neanche da mangiare, se era per questo: gli ultimi pezzi di pane avanzati da mezzogiorno li aveva gettati ai pesci mentre aspettava inutilmente la barca. Per fortuna aveva ancora una mezza bottiglia d’acqua, ma a scrutare il cielo sempre più scuro sembrava che quella non sarebbe mancata.
Cercando di non farsi intralciare nei movimenti dall’attrezzatura, cominciò a camminare a passo svelto, osservando le nuvole nere che cominciavano a confondersi col buio della notte.
Presto, più presto, stava per cominciare a piovere.

Arrivò in fondo percorrendo gli ultimi metri quasi di corsa, proprio mentre le prime gocce cadevano sul cemento già bagnato, disegnando piccoli cerchi nelle pozzanghere. Si infilò con un salto nel rifugio, scavalcando il bordo che serviva ad impedire l’entrata dell’acqua nel caso di violenti temporali o di mareggiate tanto forti da superare la diga, e si fermò poco oltre l’ingresso. Tirò fuori dalla borsa la lampada tascabile, l’accese e diede una rapida occhiata: l’ambiente era abbastanza ampio, e aveva un gradone su cui sedersi sul fondo. Non sembrava che ci fossero escrementi, fatta eccezione per un mucchietto di roba indefinibile in un angolo, ma non c’erano odori particolari. In ogni caso non aveva scelta: fermarsi fuori era impossibile e poteva anche essere pericoloso. Posò la borsa e le canne sul fondo e tornò all’ingresso per esaminare con calma la situazione.
La pioggia non aveva intensificato, ma il vento si era fatto fortissimo e ululava attraverso i tralicci metallici corrosi dalla salsedine. Il mare era scuro e nei riflessi delle luci lontane della città si potevano vedere grandi voragini aprirsi e rinchiudersi con un rumore di tuono. L’urto delle onde sulla diga la faceva tremare, e tutto quello che si trovava all’aperto era ormai intriso d’umidità salina. A quel punto non c’era niente da fare se non sistemarsi alla bella e meglio e aspettare.
Seduto per terra. al buio, Aldo guardava le luci della costa tremolare lontane. Nessuna nave entrava ed usciva dal porto nella tempesta, anche le grandi gru avevano smesso di lavorare e i lunghi bracci restavano immobili contro il cielo. Cominciava a fare freddo, ma non c’era niente per accendere un fuoco. Il mare era sempre più violento e adesso le onde sembravano veramente squassare la struttura. Ad intervalli la luce del faro illuminava il mare che si alzava e si abbassava di fronte a lui come fosse un gigante che respirava.
Il vento portava gemiti e sibili lontani, a volte anche il ritmico rumore delle pale di un elicottero che sembrava lottare contro la furia della tempesta.
Lentamente un’idea prese forma nella sua mente, un modo per far sembrare meno lunghe le ore solitarie che lo aspettavano. Si alzò, scelse la canna più robusta, quella con il filo da 0.50, la rimontò e preparò una finale di lenza con un solo amo e il piombo in fondo. Lasciò mezzo metro di barbetta e armò un amo del 4, il più grosso che aveva. Rimase un attimo in dubbio sul piombo da usare: era meglio metterne uno molto pesante o lasciare la lenza in bando? Optò per la prima soluzione, perché era impensabile poter uscire spesso a controllare che l’esca non venisse contro il molo, e sul fondo il mare doveva essere calmo come sempre. Prese dal contenitore un bibi, uno di quei grossi vermi dello spessore di un dito, e lo avvolse interamente sull’amo. Crepasse l’avarizia, doveva restare lì tutta la notte!
Preparò tutto per il lancio e ascoltò ancora una volta la periodicità delle onde. Alla fine, scelto il tempo, uscì sulla piattaforma, si avvicinò al bordo e lanciò con forza verso il largo. Attese soltanto che il piombo si infilasse in acqua con un tonfo sordo e arretrò subito verso il suo rifugio, lasciando scorrere liberamente la lenza. Riuscì ad entrare qualche istante prima che un’altra ondata scrosciasse sullo spiazzo di cemento. Erano sempre più alte, ma ormai era al riparo. Recuperò con precauzione il filo fino a metterlo in tiro e assicurò la canna appena dentro alla stanza, quel tanto che bastava per tenerla sotto mano.
Ecco, adesso aveva qualcosa da fare fino alla mattina, e se anche nessun pesce si fosse fatto vivo – figuriamoci, con tutto il mangiare che la mareggiata sollevava dal fondo – c’era sempre la speranza.
Con una mano sulla canna, sentiva il respiro del mare alzarla e abbassarla ritmicamente, e così cullato lentamente si addormentò.
Solo nella notte, Aldo immaginava di essere su un veliero diretto a Capo Horn, mentre i Quaranta Ruggenti urlavano la loro rabbia verso chi osava sfidare quei mari sconfinati e gelidi. Il ponte si inclinava paurosamente verso gli abissi che si spalancavano sotto la nave e un vuoto di terrore gli stringeva lo stomaco.
Il risveglio fu brusco, un violento strattone e le ossa che dolevano lo riportarono rapidamente alla realtà. Lo stare all’umido sulla dura superficie lo aveva mezzo anchilosato, e la bocca era arsa dal salino. Faticosamente riuscì ad alzarsi, raggiunse la sua borsa e tirò un lungo sorso dalla bottiglia.
Si rese conto che il suo era stato un sogno, che era sempre sulla diga e l’unico rischio che correva era di prendersi un raffreddore. Scrollando la testa si portò verso l’uscita e vide che aveva smesso di piovere e una luna velata appariva e scompariva dalle nuvole illuminando la notte. Guardò l’orologio: quasi le tre, l’attesa era ancora lunga.
Il rumore del mare era cambiato: il vento soffiava sempre forte, ma le onde si erano allungate e alzate ulteriormente, e adesso passavano due o tre minuti prima che la piattaforma venisse inondata. Aldo si guardò intorno, la canna non era dove l’aveva lasciata, ma si era incastrata tra due pezzi di ferro che sporgevano vicino all’ingresso, come se qualcosa avesse cercato di trascinarla via.

Con l’istinto del pescatore e il cuore in gola si avvicinò con cautela, prese in mano l’attrezzo e provò a ruotare lentamente il mulinello, fino a portare la lenza in tiro. Come arrivò a ristabilire la tensione ci fu un violentissimo strattone, che quasi gli fece perdere l’equilibrio. Subito allentò la frizione e lascio scorrere il filo che partì velocissimo. Per lunghi istanti Aldo osservò la bobina svuotarsi, poi si rese conto che doveva fare qualcosa prima che i duecento metri finissero, e strinse di un giro il volantino della frizione. Così andava meglio, qualsiasi cosa fosse che tirava là fuori stava cominciando a stancarsi, e presto cominciò a poter recuperare un poco di lenza, tra una fuga e l’altra dell’animale.
Nel frattempo il mare stava ingrossando ancora, e la costa era nel pieno di una violenta mareggiata. Le onde sorpassavano quasi sempre la diga e ricadevano all’interno del porto con un rumore di tuono, mentre la piattaforma all’estremità veniva sommersa completamente.
Lontano, sulla costa, parecchie luci blu in movimento indicavano che era successo qualcosa. A tratti sembrava ancora che da levante giungesse il rumore dell’elicottero, ma era impossibile, nessuno sarebbe stato tanto pazzo da uscire con quel vento.
Aldo lottava con il pesce, bestemmiando quando le onde lo costringevano a ripararsi e faceva strisciare la lenza contro il bordo della piattaforma. Temeva che il filo si potesse rompere per l’attrito, temeva che quella lotta incredibile potesse finire, anche se si rendeva conto che non sarebbe mai riuscito a sollevare una bestia di quelle dimensioni. Gli bastava restare lì, attaccato a quel mostro che chissà come era venuto vicino al porto e che tirava in maniera sconosciuta.
Non sentiva la fatica, la stanchezza, non sentiva il freddo che ormai gli intorpidiva le mani, non si rendeva conto che ogni volta si ritirava più tardi nel rifugio, aspettando che l’onda fosse quasi sopra di lui.
Sapeva che quella battaglia lo stava sfibrando, ma il tempo sembrava adesso passare troppo in fretta, e già una pallida luce cominciava a rischiarare l’orizzonte sopra i monti. Albeggiava.
Oramai aveva le mani escoriate dal contatto con il manico della canna, ma il pesce sembrava non perdere le energie. Tirando con continuità e senza strappi riusciva a farlo avvicinare al molo, ma ogni volta quello ripartiva verso il largo con la stessa violenza, mentre lui sentiva di non riuscire più a sostenere uno sforzo così intenso. Avrebbe dovuto tagliare la lenza, lo sapeva, ma voleva almeno vederlo in faccia, voleva poterlo raccontare.
Non rimaneva molto da fare a quel punto: chiuse del tutto la manopola della frizione e la battaglia divenne un tiro alla fune, di cui la resistenza del filo poteva decretare la fine in ogni istante.
Incredibilmente la lenza teneva, e a poco a poco l’animale sfinito cominciò ad avvicinarsi alla piattaforma. Aldo aveva il cuore in gola, non capiva più niente, tutta l’attenzione concentrata su quello straordinario momento. Per lui non esisteva più il cielo, il mare, le onde, la stanchezza della notte. Là, pochi metri oltre il bordo, stava per incontrare il pesce più gigantesco della sua vita.
Andò ancora più vicino, approfittando dei lunghi intervalli tra le enormi onde, e finalmente vide la lenza sbucare quasi verticalmente. Doveva rientrare ma… un istante, ancora un istante. Tirò con tutte le sue forze e vide apparire una grande ombra scura che muoveva la coda nervosamente. Era quasi due metri, poteva essere una nocciola, un pesce spada…
Gettata la canna a terra, Aldo prese la lenza nelle mani e la girò più volte tra le dita, incurante del sangue che fuoriusciva dai tagli. A forza di braccia, respirando affannosamente, riuscì a guadagnare centimetro su centimetro, finché l’ombra non si fece più nitida, finché…
La grande onda si abbatté con estrema violenza sulla diga e sulla scogliera, facendola tremare. Tonnellate d’acqua precipitarono urlando sulla vecchia struttura, trascinando in mare tutto quello che trovarono sulla loro strada e lasciando la piattaforma in cima al molo perfettamente pulita.
Tutto quello che restava della disperata lotta era un velo d’acqua lucida sul cemento crepato, che lentamente rifluiva. Il mare nel porto sembrava ribollire di innumerevoli gorghi, mentre la luce pallida del giorno faticava a vincere la foschia di acqua nebulizzata che stazionava vicino alla diga.
A ovest le nuvole cominciavano ad aprirsi, presto sarebbe tornato il sole.

Il 9 aprile 1970 naufragò contro la diga del porto di Genova il mercantile inglese London Valour, dopo che un violentissimo libeccio l’aveva trascinata lontana dal punto dove era ancorata.
Nella tragedia morirono venti persone, e negli occhi di tutti i genovesi è rimasta l’immagine del piccolo elicottero dei vigili del fuoco, guidato dal Comandante Enrico, che volava tra le onde cercando di portare soccorso ai naufraghi.
Si racconta che nella stessa notte scomparve misteriosamente un pescatore, che si dice fosse andata sulla diga foranea il giorno precedente.
Il barcaiolo che faceva la spola tra la banchina e la diga, forse per evitare responsabilità nell’accaduto, ha sempre negato di aver traghettato quell’uomo.

tutte le città di mare hanno storie simili.
fra il 3 ed il 4 gennaio 1979 naufragò a salerno la motonave stabia impattando la scogliera del molo di ponente. ci furono 12 vittime. per anni c’è stata gente che ha giurato di vedere i marinai aggirarsi sulla banchina.
fu una notte terribile.
Chi è nato sulle rive del mare e non perde occasione per respirare l’aria salata che durante le burrasche brucia i polmoni, ha imparato a temere e rispettare l’immensa energia nascosta tra le onde, sotto la superficie.
Chi sul mare non ci lavora e non è costretto ogni giorno a lottarci per vivere, può anche permettersi il lusso di amarlo, e non è poco.
Ma è vero, ogni città di mare ha le sue storie e i suoi fantasmi.
eh… si… proprio una notte indimenticabile… io c’ero… mio Zio era il Capitano… il giono che seguì alla notte fù ancor più indimenticabile… molti giorni dopo, feci un sogno e la mattina seguente fu ritrovato il suo corpo presso la costa dell’Isola di Ischia… io lo sapevo già… il destino ha voluto che il ritrovamento fu fatto da un’altro Zio… che era il Comandante della Motovedetta dei Carbinieri di Ischia Porto… questa storia ha avuto di certo qualcosa di soprannaturale… forse la gente non si sbaglia nel dire di aver visto Loro sul molo di Salerno…
bella descrizione, giusto ricordare chi rischia la vita in mare, e che i pericoli non vanno sottovalutati.