Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Nostalgia e Rabbia: Una Classe Dirigente di M." è stato scritto da Eduardo Quercia
“Come si dice à Urzulina?”
Urzulina allargò le lunghe gambe con la pacata naturalezza delle donne anziane e prese a fissare la linea d’ombra sul muro bianco che delimitava il lungo cortile in quell’ultimo scorcio d’estate. Dietro di lei il carro contadino che tutta la famiglia utilizzava per andare e tornare dalla campagna sembrava riposarsi adagiato con la parte posteriore a terra e le stanghe proiettate verso l’alto, quasi a replicare la simmetria delle corna del bue che le abitava di giorno. Lentamente un piccolo rivolo giallastro si fece strada col favore di una leggera pendenza, aggirò il piccolo cumulo di sterco e si dileguò nella sentina. Avevo tre o quattro anni, ma mi furono sufficienti per convincermi che Urzulina non indossava le mutande.
Questa scoperta dovette evidentemente colpirmi significativamente, giacché quando mi spingo il più indietro possibile con la memoria è una delle prime e più nitide immagini che mi torna alla mente. Capisco che non è uno sport praticato dai giovani, ma quando si ha la sensazione che la clessidra si stia necessariamente svuotando si tenta con inconscia malizia di accrescere il tempo passato. E’ uno sport dolcissimo quello della nostalgia da praticare in perfetta solitudine, perché a coinvolgere, fosse anche le persone più care, si rischia inesorabilmente di scivolare nel patetico. Diceva Oscar Wilde che la sigaretta è il tipo perfetto del perfetto piacere: è squisita e lascia insoddisfatti. Ecco, la nostalgia procura il piacere della sigaretta e ne incorpora anche la straordinaria caratteristica della facile reiterazione.

Urzulina (certo all’anagrafe era segnata come Orsola, ma non ho nessuna voglia di sfregiare la versione dialettale del nome che l’accompagnò per tutta la vita) era un donnone vestito di nero con i capelli raccolti dietro la nuca in un poderoso tuppo (dal francese tupet) di colore giallo cipolla. Non ricordo i tratti del viso, ma cosa molto più importante, ricordo che in fondo alla tasca del perenne grembiule conservava delle caramelline alla liquirizia del re sole o, più raramente, delle piccole giuggiole (chiamavamo queste pasticche ricoperte di zucchero dal sapore e colore variabile sciù sciù, espressione che ancora oggi nel dialetto napoletano indica qualcosa, anche in senso metaforico, di deliziosamente dolce, tanto da mandare in brodo di giuggiole).
Urzulina si faceva i fatti suoi e, contrariamente a Rosetta à studiosa (titolo acquisito honoris causa per essersi misteriosamente impossessata in gioventù della licenza di scuola elementare) non si lamentava mai del chiasso che facevamo noi bambini. Al contrario, la domenica e le altre feste comandate, non mancava mai di chiamarci a raccolta (piccirì, venite accà) e con spontanea ed ingenua solennità pescava in fondo alla tasca del grembiule una caramellina alla volta: ognuno afferrava il suo trofeo e si allontanava rapidamente, giacché non era neanche pensabile tentare d’ingannare Urzulina, fingendo, nella confusione, di non essere stati già beneficiati.
La nostra contadina credo si contentasse della nostra gioia e non fosse interessata ai ringraziamenti: in qualche modo, a nostra volta, lo percepivamo e non sprecavamo gl’insegnamenti dei genitori. Però, quando qualcuno di loro era casualmente presente alla distribuzione, non c’era possibilità che non scattasse un severo: “Come si dice a Urzulina?” e via la litania dei “grazie”, “grazie”. Perché allora l’educazione (diminutivo di buona educazione) era, specialmente per le famiglie della piccola borghesia, una sorta di precetto pasquale o, per dirla in modo più profano, una vera ossessione. Lo studio, indiscutibilmente prima di tutto, ma subito dopo l’educazione erano ritenute condizioni indispensabili per avviare i figli su quei migliori traguardi sociali che sembravano inscritti nei tempi.
Ad esser sincero, ancora oggi mi pare che la buona educazione sia quanto meno preferibile a modi inurbani, per cui ho motivo di ringraziare quella generazione in via di definitiva estinzione. Va detto a questo proposito che l’educazione aveva come corollario il rispetto, persino reverenziale, da portare innanzitutto verso le donne e gli anziani, ma da estendere per definizione ovvia a tutti quelli che occupavano un posto più elevato nella scala sociale o che anche incidentalmente si trovassero in un qualsiasi ruolo di preordinazione o di responsabilità. Si cominciava naturalmente dal maestro che comminava spalmante (bacchettate generosamente dispensate sul palmo della mano, appunto) a chi macchiava il foglio d’inchiostro (per me, più che la penicillina, è la biro la più grande invenzione del secolo scorso).
E si correva a perdifiato quando, giocando a pallone nello spazio antistante una casa in costruzione, si scorgeva da lontano la sagoma tarchiata di don Michele à guardia, l’unico vigile urbano che aveva il pallino di sequestrare e bucare per direttissima i palloni dei ragazzi. Si può dire stronzo? E allora voglio dirlo con tutto il cuore (anche a nome di più generazioni di ragazzi del mio paese): don Michele à guardia era uno stronzo; di più, era uno stronzo col don, ma veniva rispettato da noi tutti perché rappresentava l’Autorità e l’autorità ci sembrava che avesse sempre ragione.
Siamo cresciuti così, a pane e rispetto, verso tutti, ma anche con la malsana idea (è questo il guaio) che chi occupava qualche posto di responsabilità nella società doveva avere dei meriti, per quanto a prima vista non si evidenziassero affatto. Col tempo ho capito che si trattava di un’ingenuità imperdonabile, ma la cosa che più mi addolora è il timore di aver contribuito naturalmente ad infondere questa visione ai miei figli. Non mi resta che sperare in un loro ravvedimento operoso, ma non riesco a sfuggire al sospetto che nella mancata capacità di reazione delle giovani generazioni allo scippo violento dei loro sacrosanti diritti sia, in qualche modo, da ricondurre alla colpa di un’educazione troppo rispettosa.
La Classe Dirigente
Perché questo Paese è retto da una classe dirigente infame (e questo è chiaro a tutti) ma anche inetta e dequalificata. Bella scoperta: un Paese che ha sostituito, con grande passione, la raccomandazione al merito, perché mai dovrebbe vantare una classe dirigente qualificata? E perché mai dovremmo avere medici qualificati a capo dei reparti ospedalieri, se la loro carriera si è sviluppata in funzione della fedeltà al politico di turno? E non è lo stesso per i professori universitari, per i gradi più alti delle Forze armate, per i ruoli chiave dei Ministeri, per i vertici delle banche o delle municipalizzate, per la stessa magistratura e per tutto, ma proprio tutto il resto?

E’ una classe dirigente di merda (questa parola si può usare, sono sicuro: è stata sdoganata ai massimi livelli), ma, gira e rigira, la responsabilità principale finisce sempre sulla classe politica, che, tanto per essere chiari, è una classe politica di merda, liquida e puzzolente (quasi quanto i media prezzolati che le tengono bordone, fiduciosi che prima o poi il padrone ne premierà la fedeltà gettando loro qualche osso, magari con po’ di polpa attaccata). Farò un paio di esempi, ma non ho intenzione di parlare di Berlusconi (pace all’anima sua).
Prendiamo Bossi. Posso indulgere ad una autocitazione? Qualche tempo fa l’ho definito buzzurro parzialmente alfabetizzato e da allora non mi è stata data la benché minima occasione di pentirmi. Se penso che il tentativo di salvare il Paese passa, volenti o nolenti, da quello che gli suggeriscono nei momenti topici le sue competenze e valutazioni economiche, mi vengono i brividi (perdonate la banalità dell’espressione). Non è dato sapere a quali principi economici ami far riferimento, ma non è dato sapere neppure se attribuisca all’economia un qualche interesse. Da quando compare in televisione (anche quando non erano necessari i sottotitoli come per un film armeno proiettato in lingua originale) non gli ho mai sentito dire in argomento nulla che non fosse una stucchevole banalità.
Ovviamente, si potrebbe continuare all’infinito e senza sforzo, ma non ne vale la pena. Una cosa su Tremonti, però, non riesco a tenermela in corpo. Per anni si è accreditato presso l’opinione pubblica (con ampi e variegati riconoscimenti) come un vero genio: economista, filosofo, giurista, sociologo. Negli ultimi tempi sono sempre di più quelli che sostengono che non è affatto vero che avesse previsto con netto anticipo l’addensarsi della crisi dell’Occidente, ma che addirittura l’avesse colta in ritardo rispetto ai colleghi di altri Paesi. Non vorrei prendere posizione (non ne ho assolutamente l’autorità, né la competenza) eppure sono tormentato da una domanda: ma era necessaria la mente di un genio per capire che il collaboratore più vicino stava vendendo al miglior offerente tutti i crediti e le funzioni che egli stesso gli aveva affidato, sputtanandolo peggio di una Ruby qualsiasi? Ci voleva un genio o bastava uno appena normale? Azzardo? Milanese a Urzulina non l’avrebbe fregata, col cazzo che la fregava.

fa piacere leggere ogni tanto cose che parlano di vita e buon senso