Non Mandate i Figli all’Università. 9


Non mandate i figli all’università. Insegnategli a fare i ladri. E’ questo l’originale slogan con il quale i dipendenti dell’Informatica Telecomitalia, in procinto di intraprendere il tempestoso viaggio di una cessione di ramo d’azienda, aprono un volantino con il quale cercano di far conoscere il loro comprensibile timore per una procedura che, in Italia, è diventata un modo trasversale ed indiretto per ridurre drasticamente il personale. Cosa piuttosto evidente anche se si nasconde dietro il disputabile italiano di termini dal sinistro eufemismo quali “efficientamento“. (Il correttore automatico è praticamente andato in tilt su questa parola. Ho dovuto far ripartire il computer).

Senza entrare nel merito della questione, che ci riproponiamo di approfondire se e quando saranno disponibili informazioni più certe, è interessante il contenuto dell’invito che, aldilà dell’evidente intento provocatorio, obbliga noi genitori a riflettere sul tipo di educazione da trasmettere ai nostri bambini.

Fino a qualche anno fa era tutto più semplice. Bastava dare il buon esempio, tenerli lontano dalle cattive influenze, magari farli laureare. In fondo a questo percorso c’era la tiepida prospettiva di un impiego dignitoso, la tredicesima e le feste di Natale insieme ai nipotini. Più che una vita, un semifreddo. Probabilmente non eccitante come una carriera di rockstar, di mercenario o di scrittore, ma con la prospettiva di poter cercare di sviluppare la sensibilità interiore che, fortunatamente, non dipende dal danaro o dal mestiere avventuroso che si fa.

Oggi le cose sono più difficili. Tenendo presente la predisposizione, il talento e l’attitudine dei nostri figli che sono l’invalicabile confine entro il quale il rispetto per le nostre piccole persone ci impone di agire, come aiutarli ad affrontare l’accogliente nazione che gli stiamo lasciando?

E’ proprio sicuro che indirizzarli verso lo studio, la rettitudine, l’obbedienza alle leggi ed alle regole sia il modo migliore per predisporli all’opportunità di trovare, un giorno, un po’ di serenità?
Educarli “secondo regola” è una cosa che facciamo per il loro bene o per nostra incapacità di fare qualcosa di diverso?

Se qualcuno è arrivato fino a questo punto nella speranza di trovare una risposta devo deluderlo. A parte il fatto che sono convinto che a domande del genere non esistano risposte giuste, ma solo approcci personali i cui esiti sono sempre da verificare, io stesso non sono certo di quello che sto facendo.

E’ indubbio che, oggi come oggi, un bugiardo, un briccone, un disonesto, un cuore di pietra, un approfittatore, un vizioso, un incontinente hanno molte più possibilità di soddisfare le proprie ambizioni. Fosse solo per il fatto che certe “qualità” sono particolarmente apprezzate in politica e in affari, mentre la strada del posto fisso e della vita semifreddo è diventata una mera illusione trovandomi pienamente d’accordo con quanto scritto qui (( e questa è una cosa che il mio psicanalista apprenderà con grande gioia )).

E’ anche vero, però, che se pure fossi certo che insegnare alla mia bambina come farsi strada nell’Italia del prossimo futuro le offrirebbe maggiori possibilità, io non saprei trasmettergli questa lezione perché non la conosco. Nessuno me l’ha insegnata e vedere altri metterla in pratica è servito solo ad isolarmi rabbiosamente senza avere (quasi) mai la tentazione di mettermi a fare lo stesso.

Allora mi sono assunto in pieno la mia responsabilità di padre ed ho preso una decisione, anche se non a cuor leggero. Cercherò di insegnarle il rispetto per se stessa, per il suo corpo e per il sangue antico che le scorre nelle vene. Se questo servirà a farla stare in pace con se stessa quando farà le sue scelte, belle o brutte che potranno apparirmi, forse avrò fatto un buon lavoro.
Potrà non piacermi quello che farà, ma spero di essere sufficiente maturo, allora, per capire che se la rende felice e serena è la cosa giusta, indipendentemente da quello che penserà la mente stanca del suo papà.

Piccirè, bell ‘e papà. Si quann’ liegg stì cose io nun ce sto cchiù, te voglie dicere ca t’aggio vuluto bene cchiù da vita mia.

papà


9 commenti su “Non Mandate i Figli all’Università.

  • Alfonso

    Credo che sia ancora così. Oggi abbiamo un obbligo in più, rispetto al passato, specialmente noi di città. Dobbiamo incoraggiare i nostri cuccioli ad affrontare le situazioni del mondo. Così come mettere in mezzo i propri pensieri in dibattiti per imparare sul campo a difenderli, allo stesso modo il loro carattere potrà temprarsi se non li imprigioniamo nelle ormai storiche campane di vetro.
    Perché il mondo è di chi lo fa. E se i bravi ragazzi che stanno sempre a casa non fanno il mondo, limitandosi ad osservarlo e, come hai ben descritto nell’articolo, a prendere una posizione che in ogni caso è distanza.

    • Comandante Nebbia L'autore dell'articolo

      Visto che non gli lasciamo palazzi o industrie, uno gli vorrebbe lasciare un consiglio, un indirizzo. Almeno quello.
      E’ che alla fine li mandiamo via senza nemmeno quel poco.

  • fma

    Se saper fare i ladri rendesse felici, oltre che ricchi, probabilmente sarebbe un buon mestiere. Se invece i soldi non bastano, sarebbe una fregatura.
    Sempre che il fine del vivere sia la felicità.
    La quale può essere raggiunta per cento strade, nessuna delle quali sicura.
    Sicuramente aiuta un’alta dose di autostima.
    Dunque bisognerebbe insegnare ai propri figli ad amarsi, educandoli fin da piccoli a un bassissimo grado di autocritica.
    Il che tuttavia li lascerebbe alla mercè delle critiche altrui.
    Sarebbe buono e giusto assecondare le loro vocazioni, che possono rendere piena un’esistenza molto più del denaro, posto che ne avessero almeno una. Ma accade sovente che non sappiano neppure loro cosa vorrebbero fare da grandi.
    E allora si pone il problema se sia giusto indirizzarli, perchè il tempo non è una variabile indipendente, oppure aspettare che gli venga l’ispirazione.
    E’ una di quelle questioni dove come fai sbagli.
    Ma è sempre stato così. Mio padre aveva gli stessi problemi con me. E Berlusconi non c’era ancora.

    • Comandante Nebbia L'autore dell'articolo

      No, infatti.
      Berlusconi non c’entra.
      C’entra il tempo, la paura, l’amore e l’incertezza.
      Cose molto più grandi e difficili da gestire.

  • telecom_truffato

    Caro collega, tu non stai per essere esternalizzato, ma per essere truffato; hanno sputato sopra alla tua esperienza ventennale, hanno dato interi progetti in Outsourcing, come CRM AFFARI, buttandoci dentro milioni di Euro. Tu hai ancora un PC vecchio di sette anni, e i soldi sono andati tutti via, alle società di comodo, che assumono schiavi moderni a 600 euro al mese, mentre i caporali si arricchiscono. Tu sei oggetto di una truffa, e l’unica possibilità che hai è quella di denunciare tutto alla Magistratura; chi ti ha illuso che dovevi fare la governance dei progetti, ora siede su altri tavoli e accusa la factory di aver creato un buco pazzesco. Sei oggetto di una truffa, e come tale devi agire. Altrimenti la tua strada è quella dei colleghi di Eutelia.
    Ciao.

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