Non è razzismo, è analfabetismo sociale 2


La provincia di Varese, dove si trova Busto Arsizio, viene considerata una culla del neonazismo in Italia. Uno dei boss degli ultrà della Pro-Patria di Busto è un consigliere comunale del Pdl, ma è più noto alle cronache perché nel 2007 volle festeggiare il compleanno di Hitler. Notizie riportate dai quotidiani dopo i vergognosi cori razzisti contro il calciatore nero Boateng, e contro la fidanzata, bianca, italiana, bellissima e famosa, Melissa Satta.

Boateng ha abbandonato il campo. La squadra del Milan l’ha seguito a ruota. L’episodio ha scatenato dibattiti e opinionisti assortiti. Ci siamo sentiti dire che il calcio, e abbiamo notato che nelle parole degli addetti ai lavori calcio suona con la C maiuscola perché non si manca di rispetto alla gallina dalle uova d’oro, non è razzista. E che i protagonisti di quei cori non sono tifosi. Si mascherano da tifosi e ne approfittano per delinquere. Ci hanno detto che neanche quelli che, a Roma, hanno massacrato i supporter del Tottenham che festeggiavano in un pub erano tifosi. Inalberavano sciarpe laziali, c’erano anche un paio di romanisti, gridavano slogan antisemiti e col calcio, dicono, non c’entravano.

Poi ci è stato spiegato che il tifoso, quello vero, arriva allo stadio dopo una settimana di frustrazioni personali che vanno sfogate. Poco importa che in realtà lo sfogo dovrebbe riguardare due o tre giorni al massimo, visto che le partite sono diventate un tormentone quasi quotidiano. Il tifoso arriva in curva e ha il bisogno fisiologico di evacuare insulti. Non è razzista, ma se il bersaglio è un giocatore nero, oltretutto giovane, bello, ricchissimo e con una fidanzata da sogno, pare gli si debba garantire il diritto di insulto libero.

E, a pensarci bene, gli opinionisti avvocati difensori del calcio potrebbero aver ragione. Perché, sebbene in questi giorni l’unico a tirarlo in ballo in una lettera sia stato un anonimo lettore napoletano di Repubblica, l’insulto libero spazia. E se di razzismo si tratta, è razzismo che non bada ai colori. Basta entrare in uno stadio per sentirlo esercitare con cori che insultano l’appartenenza geografica, specie se meridionale, o la presunta promiscuità sessuale di mogli e fidanzate incolpevoli.

Come dimenticare il giornalista sportivo piemontese, poi licenziato dalla Rai, che lo scorso novembre in servizio disse che i tifosi napoletani puzzano? Viene da dire che chi si oppone all’accusa di razzismo nei confronti del calcio possa aver ragione. Il razzismo, nelle sue allucinate argomentazioni, necessita di una capacità logica che travalica le ambizioni, e la preparazione culturale, delle tifoserie. Lo stadio, argomentano gli esperti, garantisce l’anonimato e la possibilità di sfogare le proprie inconfessabili pulsioni senza assumersene la responsabilità. Chi ulula quei cori, chi modula quei buuuuh, non pensa, non ragiona, non decide. Si unisce alla massa amorfa e certifica l’analfabetismo, sociale, etico, morale, in cui siamo precipitati.


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2 commenti su “Non è razzismo, è analfabetismo sociale

  • rinnovamento

    Condivido l’analisi sul calcio ed i suoi tifosi in effetti avevo suggerito a Gianni Brera il neologismo “sportone”, sintesi di sportivo coglione. Ma diamone una lettura un pò diversa, diciamo non allineata all’ipocrisia comune. Il vero scandalo sta nelle retribuzioni dei calciatori ( milioni di Euro all’anno) nei privilegi di cui godono e dell’attenzione che l’italiano dedica loro. Mi aspetto l’intervento di un sociologo e lui potrà dirvi che il colpevole è disoccupato , che non ha una morosa come la Satta e quindi … Aggiungo che un buu non ha mai ucciso nessuno ed un attore profumatamente pagato non ha diritto di abbandonare il palcoscenico perchè fischiato o buuueato, essendo lui beato.

    • ilBuonPeppe

      No, il vero scandalo NON sta nelle retribuzioni dei calciatori. Quello è solo una conseguenza.
      Se la gente, schifita da certi spettacoli, smettesse di seguire il calcio, gli incassi pubblicitari precipiterebbero immediatamente e con loro gli stipendi.
      Prendersela con gli stipendi è un modo molto comodo e molto ipocrita per spostare l’attenzione dal vero problema: il fatto cioè che alla maggiorparte degli italiani va bene così.

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