Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Nomeless" è stato scritto da Rita Pani
Forse è normale così, che quando si finisce per vivere per strada, e non si possiede più nulla di troppo ingombrante che non possa entrare in una sporta di plastica, si finisce per perdere anche il proprio nome, o la voglia di dirlo. Chissà, magari perché cancellando la propria identità, forse si crede di conservare la propria dignità.
Però succede che si muoia, all’improvviso, incendiato o assiderato, malmenato o solo di stanchezza, e nessuno saprà mai chi è morto.
Come succede in questi giorni – che l’inverno è arrivato rigido come sa essere l’inverno – che si contano i morti, e non si sa chi sono. Un clochard, un senza tetto. Nemmeno più barbone, si dice, che il termine non è elegante e forse troppo brutale. Stranamente, a noi che tanto ci piace l’America e l’americanità non ci riusciamo a chiamarli homeless. Meglio essere francesi.
Numeri che saranno sepolti con un numero inciso su una lapide di cemento, o una croce, fotografati nella speranza che qualcuno prima o poi vada a chiedere di un tale, alto più o meno così, robusto o zoppo, che aveva un tatuaggio, che era un padre, un marito o un fratello. O una donna, minuta e vecchia, persa da tempo e ingoiata dalla folla che non la vede nemmeno quando le calpesta gli angoli di una coperta che le fa casa.
E in questi giorni in cui fa freddo e i telegiornali ci fanno sopra le inchieste speciali, in questi giorni di sindaci spargisale, di emergenze affrontate come se fosse una campagna elettorale, con i set adibiti alle trasmissioni di propaganda con i soldati spalatori, e i blindati cingolati, il corpo degli sciatori inviato in diretta tv a portare il pane a una famiglia intrappolata nel cuore dell’Abruzzo, dove c’è ancora chi vive nei “moduli abitativi provvisori” (che container anche, non è elegante come homeless) la signorina educata stringe un poco gli occhi per dirti che a Roma oppure a Milano, a Perugia come a Cagliari, è morto un clochard. E poi di nuovo il sindaco, che personalmente controlla lo stato dei sanpietrini, senza fascia tricolore, ma con l’elmetto di sicurezza stringe le mani degli operai sorridenti e pronti – anche loro pala in mano.
Ma chi è morto? Come si chiamava? Quanti anni aveva? E soprattutto, come e perché è finito per strada diventando così un “Nomeless”?
Chi gli ha tolto la possibilità di conservare il suo nome? E quanti diventeremo, così, odiosi se pure invisibili, simboli di degrado (come ha detto il ballerino Bolle) avvolti nei cartoni fuori dai teatri o dentro le stazioni. Scacciati dalle ruspe guidate da un altro sindaco leghista, che personalmente ha voluto abbattere l’edificio occupato da “criminali e senza casa”, in questo Febbraio d’inverno eccezionale?
Per fortuna che però, ogni tanto, almeno un soprannome glielo diamo. Qualcuno, per fortuna, lo riconosciamo.

