Nicola non ce l’ha fatta…

Nicola è diventato famoso solo dopo la morte. Prima che morisse occorreva anche il suo cognome, Tommasoli. Anche così, a Verona, non erano in tanti a conoscerlo. Solo i familiari e gli amici. Si confondeva nella massa eterogenea della sua città. Ora, basta dire Nicola! Viene riconosciuto in tutta Italia e sicuramente anche all’estero. Per una morte assurda, causata da una sigaretta negata!

Shadow, immagine da deviantart

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Da qualche giorno i titoli dei giornali e le trasmissioni televisive non fanno altro che citare il suo nome: Nicola! E poi, a spiegarsi i motivi di tanta ferocia, assurda, improvvisa, banale. Ma nessuno dice: inconsueta! Perchè non è inconsueta. Purtroppo una violenza così cieca, inspiegabile, crudele, brutale, spietata è in continuo aumento. Non c’è una città che ne sia priva, non c’è un borgo che non la sperimenti, non c’è una strada, una viuzza di campagna, un sentiero tra gli alberi che non racconti una scena di violenza. E tutti, sociologi, psicologi, politici, professori, sui giornali, per radio e in TV a dannarsi l’anima per trovare una risposta adeguata alla domanda: “Perchè i giovani sono così violenti? Cosa sta succedendo nella loro psiche e nella loro vita? Possibile che noi non riusciamo a capirlo e a spiegarlo?”

Forse non è facile o lo è troppo! Mi sto improvvisando anche io sociologo o psicologo senza aver mai studiato né sociologia né psicologia? Assolutamente no. Sono un uomo di strada, appartengo alla gente comune e come tale mi pongo anch’io le stesse domande e cerco risposte. Perché anch’io potrei trovarmi coinvolto in una situazione di violenza o un mio familiare o un amico. Allora, solo per egoismo o per esorcizzare possibili evenienze tragiche? Ma le mie spiegazioni possono essere diverse da quelle degli esperti? Intanto, tento da uomo di strada, pragmaticamente, di guardarmi intorno e mi accorgo che la società si sta dividendo in gruppi o categorie. I giovani non frequentano gli anziani che costituiscono una casta a parte e siedono per lo più sulle panchine che per fortuna sono numerose; le ragazze meno frequentemente passeggiano con le mamme, solo con i coetanei; gli uomini di mezz’età si ritrovano nelle palestre, nei circoli, nei ritrovi, nei privè chi se lo può permettere; le mamme a fare shopping per lo più nei negozi di lusso o nei supermercati spesso da sole o con qualche amica fidata, ma lontane dai mariti. Non si sa mai. Come se non ci fosse più comunicazione. Solo i bambini piccoli, frequentando la scuola per l’infanzia o la primaria, stanno insieme, spesso a disagio, perché c’è sempre qualcuno con la puzza sotto il naso o perché è bullo. Cosa sta succedendo? Anch’io, scoprendomi psicologo e sociologo, azzardo una teoria. Non c’è più un legame di alcuna natura, ideologico, politico, culturale, religioso a tenere insieme gli italiani. Neppure il dio danaro, perché questo prende vie traverse e si dirige verso coloro che già ne sono in possesso, mentre gli altri, i più, anelano ad averlo, ma quanto più lo bramano più si allontana. Di conseguenza, mi viene in mente una strana ipotesi: il milieu alla francese! Il “milieu”, non la “banlieu” nonostante una certa pericolosa assonanza, non è il semplice territorio su cui si poggiano i piedi per camminare, correre, giocare, vivere. Il milieu, più che un luogo, è un riferimento culturale in cui interagiscono numerose componenti che riguardano l’aspetto geografico, storico, relazionale fra spazio e società. In Italia si chiama “clima”, che non è sempre quello atmosferico, ma è l’aria che si respira, l’humus in cui si vive, le sensazioni, i comportamenti, gli atteggiamenti delle persone. Infatti si dice:” Che clima c’è?”, per sapere se è il caso di darvi un’occhiata o stare alla larga. E in Italia ormai da anni il clima è vario o, come direbbe Petrolini, avariato. E’ stato “avariato” ad arte o si è guastato da solo? L’una e l’altra cosa, a mio modesto parere.

Diffidenza, sfiducia, solitudine

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Tutto è cominciato tanti anni fa con la caduta del muro di Berlino tanto per dare una data al cambiamento della società. Con esso sono cadute anche le ideologie e la speranza in un futuro diverso, ma migliore del nostro modo di vivere. Poi, non è stato così. L’allentarsi delle tensioni ideologiche e dei sogni di una società più democratica e solidale ha fatto nascere una nuova cultura, una nuova mentalità: quella del soddisfacimento dei piaceri, si chiama edonismo, che ha pervaso la mente e l’anima dei giovani soprattutto. Così i tempi sono cambiati e sono cambiati gusti, costumi, comportamenti ed è su questo che si è innestata la “furbizia” dei nuovi maestri del pensiero: “maitre à penser”. I maestri del pensiero non sono stati gli intellettuali, incapaci di “analizzare” i tempi che scorrevano davanti ai loro occhi e che stavano subendo un cambiamento radicale, ma i furbacchioni intenzionati solo a “cumulare soldi su soldi”. Quel pensiero, forte perché si innestava su menti deboli, non è stato sollecitato a dare più spessore ai valori umani e sociali, al contrario è stato spinto lentamente, ma inesorabilmente verso il desiderio più sfrenato di successo e di soddisfazioni da raggiungere a tutti i costi. Da qui sono nate le televisioni commerciali, la pubblicità di prodotti sofisticati e semplici da possedere attraverso le rate mensili, le gambe tornite delle ballerine e delle veline, i muscoli guizzanti dei giocatori di calcio in particolare: la visibilità! E via via tutto il resto. Anche la violenza, la più subdola e la più ricercata attraverso i simboli di alcuni ex partiti di destra e di sinistra, senza più sostanza ideologica.

Questi sogni si materializzano già dalle scuole elementari. Se si chiede ai ragazzini: “Cosa vuoi fare da grande?”, pochi rispondono il medico, l’avvocato, l’ingegnere, figuriamoci il muratore, ecc. La risposta è: “Il calciatore!” E le bambine? La mamma, la maestra come tanto tempo fa, la dottoressa, l’archeologa? Assolutamente no. La risposta è: “la velina!” Il calciatore non è solo abbinato ai soldi, tanti, ma alle veline, perché questo è il messaggio offerto dai mass media. Nelle case, anche le più modeste, una cosa non manca mai: la rivista di moda e di gossip. Fa tanto moda e suscita tanto desiderio! In una classe elementare di Roma, come in tante classi elementari d’Italia, c’è un bambino di quinta elementare che non fa mai i compiti e le sue maestre si affannano a informare la famiglia ogni giorno scrivendo sul suo diario note e note da far controfirmare al padre che, però, non firma un bel niente. Alla richiesta delle maestre sui motivi di questo assurdo, per loro, comportamento del genitore il bambino risponde testualmente: “Papà si è rotto le palle di firmare!” Che vuol dire questo? Che sono gli stessi genitori, ormai troppo spesso, a deresponsabilizzare i propri figli, a scusarli sempre e comunque, a fare finta di niente davanti a certi atteggiamenti non proprio corretti.

Vieri e Canalis

Non mi permetto di dare la colpa né ai mass media, né a chi c’è dietro di essi. “Quisque faber suae fortunae est!” La responsabilità è di ciascuno di noi, non c’è dubbio. Ma se tu ogni giorno mi rompi l’anima con le veline e me le fai anche vedere con le gambe tornite e belle e mi tormenti con i tanti soldi che guadagnano i calciatori, che, guarda caso, li spendono poi con le veline, beh!, non mi fai un gran favore: mi fai desiderare le une o gli altri a seconda dei casi e del sesso. Si verifica un po’ quello che provocava donna Prassede in Lucia dei Promessi Sposi. Donna Prassede riteneva che Lucia, dolce e delicata donzella, non avrebbe dovuto sposare quello zoticone di Renzo ed ogni giorno le ripeteva : “Tu non devi sposare Renzo!” E Manzoni, da uomo saggio ed arguto, nonché ottimo psicologo, commentava: “A furia di ricordarglielo, Renzo era sempre nei pensieri di Lucia”.

Così si crea il clima e si forma la mentalità, direi la cultura, di un popolo. Mi rendo conto che la mia analisi è non solo modesta, ma semplicistica. Giacchè, però, finora non mi sembra ne sia stata trovata una migliore, più profonda, mi sono permesso di sottoporvi la mia. Ma ho messo le mani avanti se ben ricordate: non sono psicologo, sociologo, intellettuale. Sono un semplice uomo di strada! E queste sono le analisi dell’uomo di strada.

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