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Natura della Legge

25 maggio, 2009 di Eugenio Donato  
Archiviato in Democrazia e Diritti, latest



Spesso leggo di “politici”, personalità del cattolicesimo, intellettuali e categorie affini che, sinceramente o per perseguire scopi puramente personali (ma al momento la natura delle loro dichiarazioni non mi/ci interessa) si appellano a valori o radici comuni di una società, di un popolo (o insieme di popoli) come punto di riferimento nella scelta di azioni che influiscono sulla nostra quotidianità e non solo; come esempi, cito l’eutanasia, l’aborto, la riforma (o abolizione) di concordati, di guarentigie riservate a caste sacerdotali e la lista è più lunga di quanto crediamo.

Ma a che scopo è nata la legge? Per quale motivo esistono consigli, presidenti, parlamentari, deputati? Perché abbiamo bisogno di uno stato? Non faccio lezioni di storia, perché lo scopo della legge, e dello stato (o di una comunità organizzata da una cerchia di persone, elette o meno) va ben oltre la rivoluzione francese o statunitense… si perde nell’alba della nostra civiltà.

Inizialmente, l’essere umano viveva nelle caverne, o grotte, comunque in luoghi isolati. La donna si prendeva cura dei figli e dell’abitazione, l’uomo andava a caccia o pascolava o coltivava la terra. Ad un certo “momento della storia” però, gli uomini iniziarono ad aggregarsi, perché si rendevano conto che potevano soddisfare i propri bisogno in modo comunitario anziché singolo. Questo è lo Stato, questa è una comunità politica; essa è nata per perseguire e soddisfare interessi comuni, esigenze, bisogni. I bisogni cambiano nel tempo, quindi la comunità politica deve rispondere efficacemente ai mutamenti storici, culturali, politici.

Disciplinare la vita di uno Stato partendo da considerazioni religiose, per esempio, non è per forza una cosa negativa, perché se la stragrande maggioranza dei componenti di uno stato appartiene ad una religione e ne segue i dettami, allora è giusto che la comunità che formano tragga ispirazione dalla confessione religiosa cui fanno riferimento. Ma, dal momento in cui all’interno di un popolo governato da uno Stato si formano varie religioni, o vi siano aderenti ad una religione che non accettano l’intervento dello Stato nella chiesa e viceversa (penso ai cristiani protestanti Calvinisti e Valdesi…) o persone che si professano atee o agnostiche, quello Stato non può e non deve più disciplinare la quotidianità ispirandosi ad alcuna religione. Non mi appello a nessun principio (benché, da protestante, ho a cuore il principio di laicità dello Stato) bensì alla natura stessa dello Stato, la sua ragion d’essere.

L’identità di una persona non è offesa se nella scuola che frequenta non c’è il simbolo della sua religione, perché la religiosità è un fatto personale, e come tale deve rimanere. Se la maggior parte delle persone, per esempio, ritiene che non ci sia alcun problema se due persone dello stesso sesso si sposano con rito civile, allora lo Stato deve poter garantire ciò; dal momento in cui un fatto giudicato scandaloso fino a anni prima, adesso non desta alcuna perplessità ma al contrario suscita l’approvazione della maggioranza di una comunità nazionale, allora la classe politica deve poter rendere legale quell’aspetto, perché lo Stato serve a questo.

Tutti i diritti che ci vengono riconosciuti e che diamo per scontati, in passato non lo erano; vi erano tempi in cui non ci si poteva sposare senza il consenso del capo di turno, tempi in cui gli omosessuali venivano messi in carcere, tempi in cui il sovrano poteva disporre della vita del suddito e decretarne la morte senza dare al malcapitato alcuna giustificazione). Se a quei tempi avessimo professato l’uguaglianza di tutti gli uomini (comprese le donne, naturalmente) o il diritto alla vita, la popolazione di quell’epoca storica non ci avrebbe ascoltato, anzi ci avrebbero presi per pazzi, perché in quei contesti storici vi erano altri valori, altre credenze. Col tempo, i valori cambiano (almeno, alcuni) e la comunità deve tenere il passo dei cambiamenti, altrimenti si creeranno tensioni sociali, inutilmente.

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Comments

4 Risposte a “Natura della Legge”
  1. pacatoegentile scrive:

    Disciplinare la vita di uno Stato partendo da considerazioni religiose, per esempio, non è per forza una cosa negativa, perché se la stragrande maggioranza dei componenti di uno stato appartiene ad una religione e ne segue i dettami, allora è giusto che la comunità che formano tragga ispirazione dalla confessione religiosa cui fanno riferimento.

    scusa ma non sono daccordo
    E la tutela delle minoranze dove la mettiamo? E’ proprio a causa di un ragionamento come questo che oggi viviamo i problemi che viviamo in italia.
    Se lo stato e’ laico e non v’e’ nessuna religione di stato (cosi’ almeno dice la costituzione) allora lo stato non deve partire da nessuna considerazione religiosa.

    La religione – come da te anche detto – e’ un fatto personale e tale dovrebbe rimanere.
    Invece in italia vediamo continui tentativi di manovrare la politica da parte delle varie religioni: la cei e adel smith ne sono un esempio.
    ecco allora che il termine matrimonio diventa sinonimo di quello religioso, il crocefisso a scuola diventa un simbolo della tradizione e della cultura, il rapporto sessuale viene pilotato con termini come “morale”.
    La verginita’ viene proposta come valore (e non come valore religioso) .

  2. Oris scrive:

    La religione dovrebbe essere una cosa vietata nei media, tutti i media, tranne quelli auto prodotti, tipo radio maria.

    Sarebbe una grande conquista di civiltà.

    Attenzione, i religiosi potrebbero benissimo andare nei programmi a dire la loro, ma senza enfasi sulla loro natura ne appartenenza.

    La religione troppe volte è scandalosamente opprimente e invasiva delle nostre vite, a me da molto fastidio che ci sia la religione anche nei tg con il discorso dle papa dovuque. Mi si dia un programma, un canale dove io se voglio possa collegarmi, un canale religioso, al limite, i soldi non gli mancano.

    Io sono uno di quelli che il crocifisso dalle aule lo avrebbe tolto eccome.

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