Milano: se a indignarsi sono gli evasori 37


Due macroevasori, i signori Domenico Dolce e Stefano Gabbana, in arte Dolce&Gabbana, condannati in primo grado di giudizio a un anno e otto mesi di carcere per omessa dichiarazione dei redditi, hanno detto basta e si sono indignati. Stufi di essere additati, dicono loro, per quelli che sono, cioè come evasori totali (omessa dichiarazione dei redditi, appunto), i due sarti, pardon stilisti, sono passati all’azione nel più tradizionale dei modi: scioperando. Proprio così, come se fossero operai della Fiom, anche se nel loro caso si dovrebbe dire che hanno fatto una serrata, essendo padroni di una casa di moda (vestiti, ma anche scarpe, orologi, valigie, occhiali da sole, profumi) con un giro di affari di centinaia di milioni e con centinaia di dipendenti. Il chiacchiericcio sui loro burrascosi rapporti con il fisco li offende e soprattutto li distoglie dal lavoro. Come si fa ad organizzare in pace la prossima collezione autunno inverno? A scegliere le organze di seta e lana, i broccati, gli spinati, i tessuti a quadri, i popeline, i pizzi, le stampe di icone religiose e non? E a preparare le sfilate, quelle passerelle dove le modelle camminano come su un binario del tram e se per caso incontriamo i loro occhi ci guardano come se ce l’avessero con noi (che nemmeno le conosciamo), senza nemmeno un filo di sorriso, le povere ragazze?

E allora, che ti hanno fatto i due come protesta? Hanno chiuso per tre giorni le loro boutiques nel centro di Milano. E siccome non si può negare che non abbiano il tocco dei pubblicitari di classe, hanno esposto nelle vetrine cartelli con su scritto “Chiuso per indignazione”, “Closed for indignation” (per chi ci tiene a far sapere che sa l’inglese e per i clienti americani e giapponesi).
Ma che cosa ha scatenato tanta democratica e sacrosanta indignazione? Una dichiarazione dell’assessore al commercio della giunta Pisapia che in un’intervista aveva sostenuto che il Comune “non dovrebbe concedere spazi simbolo della città a marchi famosi che abbiano riportato condanne per fatti particolarmente odiosi, come l’evasione”. Dichiarazione ineccepibile per chi le tasse le paga, insopportabile per chi le evade ma non vuole che si sappia.

Un colpo di testa? Una perdita di autocontrollo? Può essere. Ma – azzardiamo – forse c’è dell’altro. Forse le vendite non vanno così bene. Forse, in questa situazione di crisi, è meglio selezionare la clientela. Tenersi e allargare l’area dei benestanti che pensano – berlusconianamente – che “fregare il fisco” sia da furbi e lasciar perdere la gentucola con pochi soldi in tasca che magari pensa che non pagare le tasse sia un furto e concorrenza sleale. E fare anche un po’ di campagna elettorale preventiva pro centro destra, che non guasta mai.
Per ora Domenico Dolce e Stefano Gabbana, maestri dell’apparire e furbacchioni mancati, hanno ricevuto la solidarietà di quell’altro campione del vivere civile e della legalità fiscale che risponde al nome di Flavio Briatore. Suggeriamo all’italianissima coppia di mettersi in contatto col neocittadino russo Gerard Depardieu.


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