Mia Nonna è un’Astronave
26 luglio, 2008 di la Donna Cannone
Archiviato in Border Zone, Meccanica delle Cose
Paura.
Mi fa molta paura l’idea di ridurmi così. Appoggiata come un vecchio straccio su una sedia a rotelle, guardando il mondo da un vetro. Undici anni di albe e di tramonti sottovuoto. Mani nodose, anche accartocciate.
Anche oggi l’impresa è attraversare lo stuoino, prima un piede e dopo l’altro, per approdare, sfiancata e tremolante, alla sedia di cucina.

Guarda che roba, sono tutta un livido. Ieri sono caduta in corridoio. Il sangue macchiava il pavimento, tutti si agitavano e Giovanni che si affannava su di me, per farmi rialzare. Ma il mio corpo non rispondeva: sembravo un cadavere, accoccolata lì in un angolo, il fiato mozzo per la botta alle costole già incrinate…
Ti vedo, sì. Aggrappata alla vita, a morderle la coda, nervosamente. Sbatacchiata fra i flutti dei pensieri e dei ricordi, in attesa della morte, così stanca da non opporvi più nemmeno resistenza. Anzi, l’attendi come una benedizione, come un sollievo alla tua inutile stanchezza rivestita di pelle sottile.
Difficile da amare: sei uno specchio perturbante che farei a meno di guardare.
Non ne posso più. Ieri notte non riuscivo a dormire. Mi venivano in mente ricordi, la testa andava per conto suo. Ricordi di quando da bambina aiutavo mia zia, quella che faceva la sarta. E poi c’era quel napoletano, che aveva buttato la giacca dal quinto piano…
La pubblicità delle creme anti-age è ingannevole: farei bene a risparmiarli, i miei soldi, per pagare chi asciugherà le mie bave e si sorbirà il mio alzheimer.
Siamo in attesa di abdicare. Tutti. Al nostro corpo, ai nostri progetti, alle nostre forze e all’ultimo voto.
Forse rimpiango l’Ottocento, quando – mi dicono – l’anziano era un saggio da ascoltare e le vecchie cardavano la lana insegnando a ricamare. In una mano il paiolo, nell’altra la staffetta della vita.
Che alternativa mi rimane? Glielo dico sempre, a Giorgio, di venirmi a prendere. Ce ne dovevamo andare insieme. Ormai non ho più nessuno. Solo due cugine, anche loro vedove. Sandra, basta che trovi da giocare a carte e lei è contenta così. E sì che io ero sempre allegra, avevo la battuta pronta.
Vorrei fuggire, prima che sia tardi. Mettere l’oceano fra me e l’alzheimer, o chissà quale altro morbo che mi incancrenirà l’esistenza, impedendomi la fuga.
Conosco un posto, un piccolo villaggio di pescatori. Se non posso invecchiare al volante di un’astronave utilitaria, con i miei capelli blu, voglio che i miei occhi si spengano al tramonto, che le onde lambiscano i ricordi placando il dolore. Che le mie ceneri si disperdano con il volo di un gabbiano.

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Mia madre è morta, finalmente, l’anno scorso.
11 anni in un letto anti-piaga.
Stato semi-vegetativo.
L’alzheimer le ha preso i ricordi in pochissimo tempo, poco più di qualche mese, talmente alla svelta che ne lei ne noi ce ne siamo accorti.
Addirittura io ero alla fine della mia carriera da musicista, avevo oramai un figlio piccolo e dovevo fermarmi e rivoluzionare la mia vita che mi portava lontano troppo spesso.
Al ritorno dalla mia ultima stagione invernale già mi chiamava zio, mia madre era ritornata alla sua infanzia, correva con le amiche nei prati, ringiovanita proprio dalla malattia che la stava uccidendo, e il suo cervello oramai semi-cancellato cercava con fatica di ricollocarmi in quei tempi, di darmi un posto in quel sogno quasi per mantenerne l’integrità… zio.
Mio fratello ha preso la depressione in quel momento, ancora oggi ne è affetto, ma la dipartita di nostra madre gli ha alleggerito la sofferenza, lui era molto più legato di me a lei, quasi dipendente, non si è mai sposato, non è molto bravo con le persone, il suo modo di pensare purtroppo non ha subito lo sviluppo normale ce questa società ti impone, l’innocenza la devi perdere se vuoi campare.
MIa madre è morta, finalmente, l’anno scorso, di questi tempi.
Io fui l’unico a piangere in chiesa a squarciagola, quasi come nelle sceneggiate siciliane…
Ricordo il prete, conscio del fatto che io non sono un suo “fedele” ne approfittò per ricordare a tutti che chi crede nel suo dio ha la “borsa piena”, quindi non sarebbe stato come me alla vista della morte, perchè la consapevolezza, la fede, lo avrebbe aiutato.
Io preferisco la consapevolezza del mio dolore e della mia misera condizione, mi perdoni, padre se pecco.
Mi madre è morta finalmente, un anno fa.
Mio padre, che ha dovuto assistere suo padre (mio nonno) sua madre che anche lei rimase per anni relegata ad un letto per 3 anni e poi mia madre per 11-12 anni oggi si “gode” la sua pensione, vuole comprare una macchina nuova, per soddisfazione, lo accompagnerò a cercarne una in questa settimana.
Finalmente sembra una brutta parola.
Io ancora piango.
Mio nonno si è allettato per 8 mesi, dopo 45 gg che lo assistevo davo i numeri. Ero diventata un mostro, mi arrabbiavo per tutto e sono invecchiata 10 anni in una settimana.
Non avrei resistito ….per anni e anni….ho pensato cose brutte, ho desiderato più di una volta che morisse. Oggi quando ci ripenso, mi sento ancora quel mostro e mi preoccupa pensare che probabilmente succederà anche ai miei genitori.
Finalmente non è una brutta parola. E’ l’unico avverbio possibile alla fine di una vicenda così.
Capita a tutti Simoncì.
Nun ce penzà. E’ a vita.
bacio
sono senza parole.
ti chiederei di pubblicarlo come pezzo, ma sinceramente mi vergogno.
quando ti ci metti sai veramente far vedere le cose.
Caro Oris, quando ci si trova davanti a queste esperienze nessuno è preparato. A volte esce persino il peggio di noi, roba da non credersi. In quanto a quel prete, sarebbe solo da fargli un bel discorsetto su cosa significa davvero carità cristiana e comprensione del dolore altrui, invece di tirar fuori le solite massime che non ho idea chi possano consolare. Se ti racconto cosa mi disse un prete durante una confessione, anni fa, sarebbe da rinnegare ogni pensiero riguardoso nei confronti di uomini designati quali nostri “pastori”. Non ti conosco, ma mi spiace ugualmente per quello che hai dovuto soffrire.
Angela
grazie.
se credi sia il caso… ma non mi sembra interessante… grazie per l’empatia
secondo me lo è.
Mi attrezzo
grazie a te.
Assolutamente interessante e toccante.
Solo chi non ha sperimentato questo tipo di situazioni non può capire l’importanza di quel “finalmente”.
In qualche modo, forse, queste tue parole possono aiutare queste fortunate persone a capire.
Ho trovato splendidi questo ricordo e questa riflessione.
Ed anche la commossa testimonianza di oris, qui sopra.
Ogni tanto fa bene fermarsi, qui. E pensare
Io ho perso un nonno (che è stato come un papà, per me) e ora ho una nonna che sta iniziando il decorso… Pensavo che perdere il controllo del corpo fosse l’evoluzione peggiore della malattia, ma non avevo ancora provato l’altro lato – che invece si sta manifestando ora – che è quello della perdita del senno… Non lo auguro a nessuno, neanche al mio peggior nemico… Dalla mia esperienza precedente sono riuscito a tirare fuori soltanto una cosa positiva (se così la si può definire): quando si perde il controllo del corpo (e, a seguire, anche della testa), fuoriescono tutte le emozioni più profonde che erano frenate dal buon senso o dall’inconscio (spero di non usare parole a sproposito, non sono un medico): in particolare ricordo mio nonno che, pur non riconoscendo nessuna delle persone nella stanza (il medico di famiglia, suo amico di lunga data, io, mio zio, mia mamma e mia nonna – sua moglie), guardava la nonna e le prendeva con difficoltà la mano per poi baciargliela… È stata forse la scena più sincera e commovente a cui abbia mai assistito…
Chiedo scusa, arrivato a questo punto mi rendo conto che questa vicenda non interesserà a nessuno, ma ho scritto questo commento mosso da tutte le vicende e i ricordi passati… E l’unico consiglio che posso dare a coloro che hanno parenti/amici che si stanno avvicinando o stanno vivendo questa malattia, è di stargli vicino. Non c’è ALCUNA medicina che sia efficace come la compagnia, specie se il malato è piuttosto avanti con l’età.
a me interessa e grazie del consiglio.
si fanno un sacco di errori quando succedono queste cose ed è meglio che qualcuno ci aiuti a ricordare le cose giuste da fare
grazie.
è verissimo, ma piano piano, con il tempo, ti senti il profanatore del tempio che è il corpo inerte che hai davanti, quando lo lavi, quando lo guardi e non risponde… quando lo nutri… lo alzi di peso come una cosa da spostare… la compagnia diventa difficile…
già, hai perfettamente ragione… ho visto però che in persone che avevano un legame più stretto (nel mio caso mia mamma con mio nonno – cioè suo padre) si manifestano comportamenti che sono addirittura ossessivi… Non poteva farne a meno, è come se si sentisse (e si sente tutt’ora) in debito con lui… Ad ogni modo non posso darti torto, quante volte ho sentito dire “se divento così chiudetemi in un ospizio e lasciatemi morire lì”?! Ma, giunti al momento, chi lo farà veramente avendo invece la possibilità di stare vicino ad un parente ammalato?
Leggervi e’ stato toccante.
Donna Cannone, scrivi benissimo.
Aggiungere qualcosa e’ al di sopra delle mie capacita’.
Molto commoventi entrambe le storie e soprattutto molto umane.
Mia madre è morta lo scorso anno dopo 10 anni di alzheimer di cui 3 svuotata da ogni ricordo e mi sono resa conto che tutto sommato non è stato il peggio.
Il peggio è dipendere in tutto dagl’altri e soffrire per la sofferenza che crei in chi ti accudisce, questa è la mia paura.
Il pezzo è bellissimo, grazie.
Credo che sia stato bello che questo pezzo abbia scatenato ricordi e riflessioni in molti di noi.
la cosa incredibile è quanto queste sofferenze non passino mai, rimangono dentro, a decantare, pronte a far sentire il loro sapore al primo ricordo.
Ognuno ha la sua storia, perchè fa parte della vita, o moriamo giovani, o – nella maggior parte dei casi, viviamo il declino sulla nostra pelle, nelle nostre ossa.
Fatalità, proprio ieri, che è stato pubblicato questo articolo, mia nonna ha avuto una paralisi, ora è all’ospedale.
Non credo vivrà ancora molto e non glielo auguro, in simili condizioni.
Non credo che neppure lei, lucidamente, se lo augurerebbe.
Si schiudono, così, sulla soglia della non vita – sulla retrospettiva della morte, nuove riflessioni. di portata cosmico-cannonica, per quanto mi riguarda.
Non è poco, anche dietro uno pseudonimo, poter condvidere con voi queste emozioni, queste riflessioni.
Molto meglio di banali danze pre-registrate, di odiose commedie e battute ritrite e ipocrite.
Sfido qualunque pretuncolo altezzoso e superbo a farmi una ‘morale’ – in qualsiasi momento, ma ancor più in circostanze come queste!
Un abbraccio
la Donna Cannone
Apprezzo molto il tuo modo di scrivere proprio per la forza comunicativa.
Un abbraccio a te.
Io credo che il prete fosse mosso da buona fede, solo che la religione purtroppo rende cechi e a volte, spesso anzi insensibili.
Mi scuso di aver messo la mia storia dopo la tua…
ma mi hai ispirato.
sorry
@Oris: che ti scusi, scusa?
non è mica una classifica.
Grazie a tutti, ancora
Saluti cannonici
Bello il pezzo, si, che scatena ricordi e riflessioni.
Accudire una persona malata (terminale) significa toccare il dolore con mano, fronteggiare fatica, disperazione, sconcerto…ma non sempre il dolore tocca il cuore.
Un tempo ci si stringeva intorno al malato, lo si accudiva, cullava, curava dandogli amore conforto e calore, accompagnandolo con rispetto e attenzione verso il momento che “finalmente” mette fine alla sofferenza. Pazienza e amore.
Oggi siamo impazienti e molto meno innamorati(a meno che non si tratti di noi… )Il malato è un peso da sopportare, “paghiamo qualcuno perchè si sorbisca l’alzheimer del nostro “caro”, gli asciughi la bava che cola dalla bocca”e che tanto ci disturba.
Capita di “desiderare che il malato muoia”, per rientrare in possesso del tempo che la sua malattia ci “ruba”… ma è un desiderio dettato dal nostro egoismo ( meno male che a distanza di tempo ci si pente…)E il malato spesso desidera morire sentendosi lui il”disturbo” da eliminare, non più la sua malattia…
Spero di essere in malafede nel pensare che, qualora l’eutanasia fosse legalizzata, il nostro egoismo, mascherato da “pena” vi ricorrerrebbe spesso, archiviando un “finalmente” che non è una brutta parola se accompagnata con amore in favore di un “anticipatamente” che lenisca tutte le “nostre sofferenze”.
Luna (in crisi di astinenza da MC
)
E’ un tema molto complesso Luna e non si presta a generalizzazione.
Che hai fatto, sei in un internet point?