Mi Sono Svegliato Ed Ero Un ‘Buongiorno’ Di Gramellini 33


 

Questa mattina, al risveglio da sogni inquieti, mi sono trovato trasformato in un enorme “Buongiorno” di Gramellini. Ero sdraiato nel letto sulla schiena molliccia come una ricotta andata a male, e bastava che alzassi un po’ la testa per vedermi il ventre convesso, bianchiccio, gonfio di lardo; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Avevo un completo di bassa sartoria, portavo degli occhiali da dipendente 50enne de La Stampa e davanti agli occhi mi si agitavano le gambe, corte e tozze, con i peli rossicci mangiati dai calzetti fino al polpaccio.

«Ma che cazzo mi è capitato?», pensai. Non stavo sognando. Ero nella mia camera, una squallida camera in affitto non pulita da almeno 14 mesi. Sopra al tavolo, sul quale erano sparpagliate lattine di cedrata e kleenex usati, stava appesa un’illustrazione che mi avevano regalato a Che Tempo Che Fa. Rappresentava un laido Fabio Fazio mentre infilava l’avambraccio nel culo di una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che stava seduta, ben ritta, con un’espressione oltremodo compunta. Doveva essere Filippa Lagerbäck. O forse era solo la mia immaginazione.

Girai gli occhi verso la finestra. Era bel tempo – il rilucente sole di luglio filtrava maestoso attraverso le tapparelle abbassate – e io mi sentivo invaso da un insopportabile Amore Verso Il Mondo e Odio Verso Le Ingiustizie E Il Peculato. Improvvisamente la disoccupazione giovanile e le sorti della Somalia erano diventate argomento di stringente priorità. «E se cercassi di dimenticare queste stronzate facendo un’altra dormitina?», mi chiesi disperatamente. Non ci riuscii, ovviamente: ero abituato a dormire sul fianco destro, e nello stato attuale in cui versavo era impossibile assumere tale posizione. Azzardai una bestemmia; dalla mia bocca uscì una dettagliata descrizione del secondo miracolo di Karol Wojtyla.

Mi alzai e faticosamente raggiunsi la scrivania. Il pavimento era ricoperto di profumata erba di campo e margherite. Dietro di me potevo scorgere una bava di miele che fuoriusciva – presumibilmente – dal mio deretano. Ebbi un conato di vomito, e subito dopo evacuai dolorosamente un gigantesco uovo di Pasqua con dentro una donazione a una Onlus impegnata nella costruzione di una scuola elementare a Kinshasa. Sul tavolo, un giornale era aperto sulla notizia della sparatoria avvenuta a Cardano al Campo, nel “Varesotto”.

Pensai subito: «Che fatto inquietante. Orribile, davvero. Un ex vigile coinvolto in un processo penale, sospeso dal servizio, che spara nel mucchio e cerca vendetta sullo sfondo di una società che sta implodendo in un vortice di sangue. Inquietante, no? Nel pezzo che ora mi accingo a scrivere dovrò assolutamente infilare le parole “prete”, “follia”, “medico condotto”, “circolo comunista”, “camera di decompressione” e “social network”».

Decisi di intitolare l’articolessa in modo sobrio, discinto, burocratico-letterario: “Ufficio Reclami“. I miei occhi si riempirono di lacrime. Quella che stavo subendo era violenza allo stato puro. Cercai di ribellarmi: erano tutte cazzate, lo sapevo perfettamente, e i preti non c’entravano una sega; ma la mia mano pacioccosa aveva già intinto la penna nell’inchiostro e procedeva imperterrita a vergare l’Editoriale Del Giorno.

Lo relegheranno a caso di ordinaria follia. Un vigile urbano avanti con gli anni che viene accusato di timbrare il cartellino anche per i colleghi. Il processo, la condanna, la destituzione dall’incarico. E intanto il virus nazionale del vittimismo che gli monta dentro, fino a catalizzarsi intorno a un bersaglio in carne e ossa: la sindaca di un paese del Varesotto, teatro di tutta vicenda. Per trasformarla in tragedia manca l’ultimo requisito: il porto d’armi che consente a quest’uomo di mantenere un arsenale di carabine e fucili a pompa. Giuseppe Pegoraro si presenta in Comune, spara al primo cittadino, ferisce anche il secondo, e quando viene infine messo nelle condizioni di non nuocere, le sue prime parole sono quelle di un giustiziere della notte cresciuto a rancore e telefilm: «Adesso ho regolato i miei conti».

Non senza orrore, percepii distintamente un brivido di soddisfazione e arguzia percorrermi la schiena per aver immaginato una simile frase: «cresciuto a rancore e telefilm». Cresciuto a rancore e telefilm. Fu in quell’esatto momento che mia madre (Luciana Littizzetto) entrò in camera, e scorse con raccapriccio che un uomo di mezza età aveva preso il posto di suo figlio. Mi girai e le rivolsi un sorriso carico di dabbenaggine e positività. Lei urlò, scagliandomi addosso una mela. Il frutto si conficcò nella schiena flaccida, e venne velocemente inglobata, fondendosi con il flaccidume biancastro. Le pulsazioni della mela si facevano via via sempre più insopportabili.

Ma resistetti stoicamente, e continuai a scrivere.

Ordinaria follia. E però quanti Pegoraro, per fortuna senza porto d’armi, solcano ogni giorno le strade del nostro scontento? Quanta rabbia intrisa di mania di persecuzione, alla ricerca spasmodica di un capro espiatorio da sacrificare sull’altare di un regolamento di conti scambiato per giustizia? L’essere umano funziona così da quando frequenta il mondo. A non funzionare più è la comunità che un tempo assorbiva un po’ di questo disagio. Il prete, il medico condotto, il circolo comunista, la famiglia patriarcale. Non facevano miracoli, ma erano camere di decompressione, sfogatoi legalizzati in cui scaricare malumori e risentimenti prima che montassero fino all’impazzimento. Oggi gli sfogatoi sono i social network, ma senza contatto fisico la solitudine fa in fretta a diventare malattia.

Sì, c’era proprio tutto: il curato di campagna; l’eurocomunismo dal volto umano; la famiglia patriarcale (eh, quando c’era il fascismo si stava tutti meglio); il capitale sociale delle campagne; e, naturalmente, i social network, questi perversi e perfidi strumenti tecnologici che armano le mani dei giustizieri solitari e spargono sul “World Wide Web” i miei preziosi lavori intellettuali senza la mia sacrosanta autorizzazione.

 

Mi concentrai alacremente sui prossimi lavori da fare. Mi avevano raccontato di una muta di gatti persiani che aveva sventato una maxi evasione da 10 milioni di euro perpetrata da baristi avidi della provincia di Brescia. Poi c’era la storia di quel sindaco anarchico boliviano che aveva eletto consigliere un unicorno con il cancro alla prostata (mentre i nostri politici, invece, si fanno rendicontare anche la tintura dei capelli). Infine, c’era la struggente impresa di un panettiere 34enne di Aversa che, fondando una startup di Panificazione 2.0 a Ragusa, aveva a mio avviso lanciato un potente messaggio di pace economica e integrazione europea al mondo intero.

Cercai di accartocciare il foglio su cui avevo scritto, ma una possente forza interiore me lo impedì. Provai a cancellare con dei segnacci quelle parole qualunquiste e dozzinali, fallendo miseramente. L’idea che centinaia di migliaia di persone avrebbero letto di «sfogatoi legalizzati» mi atterriva. L’angoscia crebbe minacciosa. Un’azione risolutiva e radicale s’imponeva alla mia attenzione. Dovevo fermare questo scempio. Dovevo salvare il senso critico – o quel poco che ne rimaneva – di questo Paese. A tutti i costi.

Strisciai verso il letto, e trovai una corda appoggiata al comodino. La applicai alle travi del soffitto, poi me la legai intorno al collo. Fuori dalla porta, intanto, potevo avvertire nitidamente le urla stridule e nevrotiche di Luciana Littizzetto. La circostanza accelerò i preparativi e rafforzò la mia tenacia nell’andare a fondo.

La mia giornata da “Buongiorno” di Gramellini era destinata a finire con uno spettacolare suicidio. Almeno, mi ripetei mentre il nodo scorsoio affondava nella carne, così potevo dire di averne fatto fuori uno.


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