Meglio credenti, o non credenti? 35


Ancora negli anni cinquanta, nel giorno dell’Ascensione, lunghe processioni salmodianti attraversavano le campagne all’apposito scopo di “allontanare i flagelli della giustizia di Dio e attirare le benedizioni della sua misericordia sui frutti della terra“.[ref]S. Bertola, G. Destefani, Messale Romano, Arti grafiche Fratelli Pozzo, pag. 755. Imprimatur del 16 giugno 1936[/ref]

Mia nonna, per prudenza, teneva anche una bella scorta di ulivo benedetto nel canterano, che bruciava contro la grandine durante i temporali più brutti.  Mio nonno rideva davanti a tanta dabbenaggine e bestemmiava contro Dio e contro il Re. Più che per odio per darsi un tono, io credo. Lui era convinto d’aver preso il treno della Storia, d’essere parte dell’economia generale dell’Universo, che l’oscurantismo clericale avesse i giorni contati. Mentre le sartine, curve sui loro capi di sartoria, non credevano né in Dio né nella Storia, ma nel Principe Azzurro.

Pressappoco come oggi, aldilà delle apparenze.

Perché ognuno crede in quel che meglio soddisfa il proprio bisogno di certezze; qualsiasi cosa purché sia in grado di dare un senso all’esistenza sottraendola al caso e al nulla. Può essere il Dio Padre, la Giustizia della Storia, l’Amore che la pituitaria gli pompa nelle vene.

Se i credenti, d’ogni specie, consentissero che la fede è questo, nessuno potrebbe avere niente da ridire. Perché nessuno, a meno che non sia una carogna, ha motivo d’impicciarsi nei fatti altrui se non confliggono con i propri. Ma i credenti, necessariamente, credono che la loro fede non sia il prodotto di un bisogno, bensì il portato di un’ispirazione, di un’illuminazione, di una grazia; di una particolare sensibilità dell’animo che gli consentirebbe di percepire presenze precluse agli altri. Quindi sentono il dovere di portare la luce a chi ne è privo, com’erano essi stessi prima d’essere illuminati. I più convinti sono i più aggressivi mentre la marea monta e i più inconsolabili al sopraggiungere del riflusso e del disincanto. Secondo alcuni per una questione di sensibilità, secondo altri per pura mancanza di spirito critico. Magari in futuro si scoprirà che la sensibilità è inversamente proporzionale allo spirito critico, per ora resta un punto interrogativo.

Chiuso nella sua convinzione il credente percepisce la fede come qualcosa che non può non essere, che ha la meravigliosa facoltà di sconfinare con le proprie radici dal fisico al metafisico, che ha bisogno dell’indispensabile supporto della Grazia per non corrompersi al contatto con la realtà. Così da Sant’Agostino in poi. La Grazia di credere in Dio, o nella Storia, o nel Principe Azzurro sarebbe il qualcosa in più, secondo alcuni, che avrebbero i credenti rispetto ai non credenti; mentre per gli altri sarebbe il qualcosa in meno.

Qui non si vuole indagare se la Grazia esista, oppure no; se sia un qualcosa in più o in meno. Sarebbe tempo sprecato. Contra factum non valet argumentum: esistono uomini che si comportano come se Dio, la Storia, il Principe Azzurro, esistessero; mentre altri si comportano come se non esistessero.

La domanda è quest’altra:

Ma alla collettività, tirate le somme, convengono di più i primi, oppure i secondi? Dovendosi scegliere un leader da seguire è meglio sceglierlo tra i credenti, o i non credenti?

I fatti qui non aiutano. Ce ne sono talmente tanti e così contraddittori che ognuno ne può trovare e portare in campo quanti ne vuole, pro o contro qualsiasi tesi. Resta un discorso d’opinioni, senza possibilità di giungere a una conclusione definitiva. Una di quelle cose che piacciono a noi intellettuali della Magna Grecia, che sembrano fatte non per arrivare a un risultato ma per confrontarsi e scoprire chi ce l’ha più lungo.

Per ciò che mi riguarda, dopo aver creduto a tutto quello che c’era da credere, sono approdato da tempo alla riva dei pragmatici nichilisti. Quel territorio dello spirito dove non è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo, né arrampicarsi sugli specchi. Dove non cresce né l’incanto, né il disincanto; né si può contare su spinte emotive e tuttavia, proprio per questo, resta più tempo per pensare. Naturalmente poi bisogna fare, ma quanto all’idea che pensare sia un’utile attività propedeutica al fare non dovrebbero esserci dubbi.

Ed è proprio sull’uso del pensare che si evidenziano le maggiori differenze tra i credenti e i non credenti.

I primi viaggiano col pilota automatico inserito, avendo ricevuto direttamente istruzioni da un Ente Superiore circa la destinazione e la rotta da tenere. I secondi viaggiano a vista, inseguendo anch’essi la Felicità, ma con la effe minuscola, andando per tentativi, correggendo mano a mano la rotta per feedback.

Il primo modo, penso agli aerei, porta più lontano, in minor tempo, a costi minori. Per contro, se la destinazione o la rotta sono sbagliate, si viaggia per niente. Nel senso che non solo non si raggiunge la Felicità, ma non si toccano neppure i paesi intermedi tra il Male e il Bene e dunque non si raccolgono notizie buone per impostare il viaggio successivo. Ogni volta si ricomincia da capo, sperando che sia la volta buona.

Il secondo modo è più lento, non ha l’obiettivo di andare lontano (da dove?), ma di passare per gradi da una situazione insoddisfacente a una situazione migliore. Lasciando traccia del proprio cammino. Confortato dalla considerazione che se è vero che la fede smuove le montagne, è altrettanto vero che le montagne smosse malaccortamente ti possono franare su un piede e allora sono dolori.

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