Masturbazioni Mentali 64


Quando si dice masturbazione s’intende la manipolazione dei genitali, ma anche il lavorio della mente che lo precede e lo accompagna. Ove il lavorio della mente non coinvolga i genitali son seghe mentali. Che però sempre seghe sono: chi può scopa chi non può si fa le pippe. A farsi le pippe non è vero che si perda la vista come diceva il parroco, però si rischia di perdere di vista la realtà.

Non si vuol dire che l’immaginazione debba essere bandita. Guai. Non c’è realizzazione umana che, prima d’essere in concreto, non sia stata nella mente. E neppure che ci siano cose che si possono immaginare e altre che non si possono: le onde elettromagnetiche sì, Nicole Kidman no. Si vuole dire che se uno desidera Nicole Kidman fa meglio a mettersi in moto e ad andare da lei, piuttosto che aspettare che sia lei a venirlo a cercare. Peggio se le frustrazioni dell’attesa lo portano a concludere che se Nicole non viene è perché c’è in giro gente cattiva che glielo impedisce.

Qualsiasi progetto per essere credibile ha bisogno d’essere testato sul campo. Se supera la prova abbiamo fatto un passo avanti, se non la supera bisognerà prenderne atto e ricominciare. Mantenere in vita un progetto fallito è spesso un espediente per esimersi dalla fatica d’immaginarne un altro. Si chiamano progetti ma sovente sono bisogni, aspirazioni, sogni, semplificazioni, miti: Dio, l’anima, la felicità, la classe operaia, le magnifiche sorti e progressive, la superiorità della razza ariana, il terzomondismo, la finanza etica, quello che vuoi tu. La storia è piena di ectoplasmi che hanno goduto, godono, di grande fortuna nell’immaginario collettivo; non di rado scorie e dicerie che si tramandano di generazione in generazione. Alibi per sottrarsi all’appuntamento con la realtà, se c’è da presentarsi in prima persona. C’è in giro un sacco di gente convinta di possedere del talento, che passa la vita nell’attesa del proprio Pigmalione, macerandosi nella convinzione d’aver ricevuto meno di quanto si meritasse, per non aver saputo scendere a compromessi, l’unico difetto disposta a riconoscersi. A tutto vantaggio di quelli che hanno avuto la fortuna di nascere nel posto giusto, nel momento giusto, di entrare nel giro che conta; ma soprattutto lo stomaco di leccare il culo ai potenti: io no, non ne sono capace ed eccomi qua! Tutti ci siamo sentiti vittime, almeno una volta, almeno un po’. Talvolta a ragione, talvolta senza ragione. È nell’ordine naturale delle cose che qualcuno riceva di meno e qualcun altro di più. Ci sarebbe da stupirsi del contrario. È la vecchia storia del mezzo pollo a testa di Trilussa. Ma non è l’interessato il più adatto a dirlo. Nessuno è credibile quando parla di se stesso. Pensare che le nostre fortune dipendano da forze che stanno fuori di noi, vero o falso che sia, tarpa in ogni caso le ali alla voglia di fare; specialmente se si accompagna a un’altra convinzione, anch’essa frequente, secondo cui l’oppressore sarebbe troppo forte per essere piegato: bisognerebbe ammazzarlo, ma lui non se lo lascia fare. Devono evitarlo soprattutto i giovani, che hanno davanti tutto il tempo che gli serve per verificare quanto realmente valgono. Devono provarci.

Ora ci sarebbe almeno da aspettarsi, da quelli che si sentono in credito, che si mettessero insieme e si dessero da fare per mutare l’assetto sociale che ha portato all’ingiustizia che li opprime. Se fossero la maggioranza, in un sistema politico dove una testa vale un voto, non si vede quali ostacoli potrebbero frapporsi tra loro e il potere, indispensabile per edificare quell’ordine nuovo cui anelano; che tutti abbiamo vagheggiato, almeno una volta nella vita. Per verificare una buona volta se funziona. Ma non succede. Il popolo si lamenta d’essere vittima del Palazzo, incoraggiato da quella parte del Palazzo che vuole ingraziarselo, ma si ferma lì. Mugugna ma non si muove. Raramente va oltre l’esibizione di sciarpe, bandiere, striscioni, insulti, lazzi, cachinni, lacrime, tricchetracche e putipù. Storicamente ha sempre fatto poco o niente per uscire di tutela, per immaginare, realizzare, sperimentare quei modelli sociali alternativi di cui vagheggia. Viene il sospetto che non siano poi così a portata di mano come si dice e che il popolo, in qualche modo, questo lo sappia. Altrimenti non si spiega come l’ultimo tentativo serio risalga a cent’anni fa. E non sia stato neppure un’iniziativa di popolo, ma della solita avanguardia. Quel modello non riuscì a volare, se non appeso a un lunghissimo spago ancorato ad un gulag. Con la gran parte del popolo, estranea, ferma a guardare. Bisognerà riprovare con un altro modello, che escluda lo spago dalle condizioni al contorno e preveda la partecipazione del popolo per quel che è, così com’è, brutto sporco e cattivo, lontanissimo dall’ideale politicamente corretto, vagheggiato da taluni.

Che sono poi gli stessi secondo i quali se le cose vanno male la responsabilità non può essere che di coloro che siedono in plancia: come potrebbero esserne responsabili coloro che il potere non ce l’hanno? Sembrerebbe l’uovo di Colombo, ma in realtà è solo un sofisma, abbastanza grossolano. Se la barca fa acqua una delle cause può certamente essere chi sta al timone, ma ce ne possono essere delle altre, altrettanto valide: il mare in burrasca, la nave in disordine, un carico esagerato e mal distribuito, un equipaggio riottoso. C’è un unico modo per provare che la colpa è di chi sta in plancia: mettersi al suo posto e portare la nave fuori dalle secche. Negativa non sunt probanda.

Mi vengono in mente Napoli, la sua gente, i suoi sindaci, da Fermariello, a Lauro, a Valenzi, a Bassolino, a Jervolino, a De Magistris; rossi neri bianchi e arancioni, ognuno issato in plancia dal popolo festante affinché mettesse definitivamente rimedio alla mala gestione di chi l’aveva preceduto; ognuno respinto con perdite, a dimostrazione che spesso il potere non sta dove pare che stia. Che è più distribuito di quanto non sembri, così come le responsabilità. Che è inutile fare hop! se nessuno rema. Che coloro che sventolano rimedi miracolosi spesso non sanno quello che dicono, ma lo dicono lo stesso perché l’uditorio vuole sentirselo dire. Che la patente di “sfruttato” può rivelarsi meno vantaggiosa di quanto non sembri; che si farebbe bene a considerarla non un titolo da presentare alla riscossione a ogni cambio di gestione, incassando puntualmente pernacchie, ma piuttosto un attestato d’insipienza che distingue chi è costretto a riporre la propria fiducia in altri, non potendo contare su se stesso.

Bisognerebbe liberarsene in fretta, imparare a guardarsi con occhio disincantato, passare dal principio di convinzione a quello di responsabilità, dal mito al metodo sperimentale, dall’aspettativa dell’uomo della provvidenza all’impegno personale.

Ma come può farlo chi per tutta la vita ha creduto d’essere innocente, perché tanto la colpa era del diavolo?


Informazioni su Contributo redazionale

A seguito di un attacco hacker il database degli autori degli articoli di MC è stato compromesso. Questo articolo è stato scritto da un contributore di MC, ma non è stato possibile risalire a chi. L'autore, se lo ritiene opportuno e necessario, può richiedere la ri attribuzione del contenuto via contatti del sito.

64 commenti su “Masturbazioni Mentali

  • bezzicante

    Il grande ritorno di fma che ancora una volta condivido al 100%. Mi sembra che parliamo un po’ la stessa lingua, forse tu con più spirito (direi sarcasmo?).

  • Vittorio Mori

    “ognuno respinto con perdite, a dimostrazione che spesso il potere non sta dove pare che stia. Che è più distribuito di quanto non sembri, così come le responsabilità. Che è inutile fare hop! se nessuno rema. ” – Ostia! St’articolo di FMA m’è piaciuto, nella sua pacata amarezza. Bravo. Siamo un “popolaccio”, come italiani ? Io penso onestamente di si. Ma presi singolarmente ci sono delle eccellenze incredibili. Alla fin fine – mi ritrovo a pensare spesso – se ci comanda la Germania (ammesso che abbia voglia di prendersi questo fardello), che male c’è ? Tanto noi abbiamo bisogno di un padrone contro cui mugugnare senza ribellarci: tantovale sia un padrone teutonicamente serio, se non addirittura “onesto”. Se dallo sciallo degli anni ’80 ’90, e fino al 2001 (e oltre) non siamo riusciti a creare situazioni buone per le nuove generazioni, non penso sia un caso, penso che più di quello non riusciamo a fare. Negli utlimi tempi mi ritrovo a fare dei “lavoretti” di informatica (netowrking et similia) per delle aziende locali, che lavorano nei pellami, nelle scarpe e nel design. Fanno milioni e milioni di €, vendendo un braccialetto che ha la forma di un metro di sartoria a 39€, quando lo fanno fare in India a € 1,45 (spedizione inclusa). L’innovazione tecnologica dell’azienda è tutta lì. L’Italia è il paese del bello, ma per la sostanza bisogna andare altrove. In Europa siamo sempre in cerca di una qualche nazione che ci mantenga, a spese proprie. Troviamola, rinunciamo ad una tanto decantata “sovranità nazionale” che nessuno realmente vuole, e facciamo sta vita da mantenuti statali, lamentandoci al bar. Ecco come vedo il futuro dell’Italia. I valorosi vadano all’estero, se possono, e tornino, vincitori o vinti, dalle loro battaglie. Qui da noi ci sono i perenni ozi di Capua.

      • Vittorio Mori

        Anche: ma soprattutto consapevole, dopo tanto fumo negli occhi, vedo chiaro.

    • Pierangelo

      Non esistono padroni “onesti” e poi gli mperatori tedeschi da Barbarossa in poi si sono sempre prontamente italianizzati. Inutile sperare nel vento del nord, al limite porta un po’ di fresco, ma non ci renderà né migliori né peggiori. Diversa faccenda è l’integrazione europea di cui dovremo essere protagonisti.

      • Vittorio Mori

        Che ti posso dire, sarà il clima allora. In fondo è sempre così: dove fa freddo si è tendenzialmente socialisteggianti e ordinati: dove fa caldo si è familisti, disorganizzati e piuttosto caotici. A stò punto, facciamocene una ragione: abbiamo bisogno di un governo forte e repressivo perché altrimenti sarebe caos qui da noi. W la chiesa cattolica e la polizia fascistoide italiota che ci salva da noi stessi.

    • fma

      Dipende dal senso che vogliamo attribuire a “nostro”. Gli ateniesi, abbienti, erano convinti che la polis fosse “loro”.
      Un abbraccio.

      • eduardo quercia

        Ricambio l’abbraccio.
        L’abbraccio fra due “vecchi” ha un sapore nascosto ed antico, che, nel gesto silenzioso, allude ad una complicità elettiva e coatta al tempo stesso.
        Quanto al senso da attribuire a “nostro” pensavo ad un famoso articolo di Salman Rushdie su Repubblica piuttosto critico.
        Ammetto, tuttavia, che il tuo acronimo ti conferisce un assoluto diritto di interpetrazione autentica sull’affermazione di Candide.

  • ilBuonPeppe

    Tu allora cosa ci fai qui?
    Non ti piace questo popolo? Smettila di farti le seghe e cambialo.
    Se c’è una cosa più patetica di chi si lamenta sono quelli che si lamentano di chi si lamenta.

  • Gilda

    Premesso che credo di concordare. Se rimaniamo sulla metafora della nave, io direi che non c’e’ bisogno di mettersi al timone: basterebbe girare per la nave, rimettere in ordine quel che c’e’ da rimettere in ordine e trovare il proprio posto sull’ìmbarcazione. Timone e timoniere vengono per ultimi, se la barca fa acqua. O sbaglio?

    • fma

      Ciao Gilda, è un piacere risentirti.
      La nave e il timoniere: sì, sono d’accordo, è tutto importante, dal capitano al mozzo. Quel che mi premeva dire e che hai inteso benissimo è che quando addossi a qualcuno una responsabilità precisa e totale hai l’onere di provarlo con i fatti. Altrimenti non vale, fosse pure Schettino.
      P.S.
      Come sono andati gli esami?

      • Gilda

        Uno benissimo, l’altro discretamente. Sono stata distratta dalla vita. Quello a cui tengo davvero, però, devo ancora darlo 🙂
        Sai, fma, io mi sono rotta di stare appresso alle responsabilità; e’ anche per questo che e’ un po’ che non scrivo. Sto mettendo in pratica quello che avevo asserito quando ho capito di non “essere italiana”. Se lo sto facendo bene o male non lo so, ma se non lo faccio io non ci pensa nessuno.
        Poi, magari, quando ho finito di studiare e ho una discreta conoscenza della politica e della società, posso anche pensare di riflettere su certe cose in un’altra ottica, più attiva magari. Ma, appunto, criticare e basta non ha più alcun senso, se mai lo ha avuto. Credo sia la prima volta che non trovo niente da dire su quello che scrivi, ma volevo lasciare lo stesso un commento. Ciao! 🙂

I commenti sono chiusi.