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Marco Biagi, un Cadavere Buono per Ogni Occasione

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Oggi ricorre il decimo anniversario dell’omicidio di Marco Biagi. Si tratta sicuramente di una ricorrenza estremamente triste per la sua famiglia, per i suoi amici e per quelli che lo hanno stimato. Più pidocchiosa e utilitaristica appare la celebrazione della politica: quella ufficiale, sputtanatissima sia sul fronte interno che in campo internazionale e quella “tecnica” protetta, almeno per ora, dal mantello dell’invulnerabilità. Si veda qui un’esaustiva lista di coccodrilli a telecomando.

Sul cadavere di Marco Biagi si è già speculato abbondantemente in questa nazione di poveri uomini prima che di uomini poveri. In nome della sua carcassa ancora calda si è consumato il tradimento generazionale più feroce della storia di questa penisola quando i padri hanno creato la “flessibilità” e i figli si sono ritrovati la “precarietà” dimenticando i padri, artatamente, che in tutto il mondo civile il lavoro flessibile è sempre remunerato più del lavoro a tempo indeterminato perché la flessibilità della prestazione professionale è un valore concreto che il professionista offre all’azienda. Ovviamente dal tradimento dei padri si sono salvati certi figli: Martone e Deaglio, per esempio.

Dopo aver inculato i giovani, oggi tocca ai vecchi. La scusa è sempre la stessa: aumentare i posti di lavoro. Certo, esattamente lo stesso fine ufficiale che aveva la riforma impropriamente chiamata Biagi. Capita a pennello, quindi, il decennale della brutta morte del professore nel cui nome si è già consumata una truffa e ora si cerca di spacciarne una seconda. “E’ quello che lui avrebbe voluto” ho sentito in un intervista radiofonica relativamente all’abolizione dell’articolo 18 da parte di uno di cui non sono riuscito a capire il nome. Meglio così.

Io, che a differenza dei nostri politici politici e dei nostri politecnici, non ho un contatto con l’aldilà nemmeno via email, non so se la “flessibilità” in ingresso che abbiamo adesso e quella in uscita che ci sta per arrivare nel didietro tra poco sia quello che veramente voleva Biagi, per questo mi astengo dal formulare ipotesi.

Quello che invece vedo è che nella fornace dell’interesse si brucia tutto. Vivi, morti, bambini e speranze. Certo, è sempre stato così, ma mi sarebbe piaciuto che un Biagi qualsiasi: moglie, figlio, amico, chiunque volete voi, si fosse alzato e avesse detto: “Ma chi cazzo vi autorizza a mettere in bocca a Marco Biagi idee e parole che non si è mai sognato di scrivere o pronunciare?”

Non sarebbe servito a nulla, ma forse avrebbe per un attimo mitigato l’uggia dolorosa di questo giorno piovoso di marzo, quando vigliaccheria, slealtà e meschinità sembrano puzzare più del solito. Invece niente, ma va bene così. Oggi è la festa del papà. Il raccolto è andato male, ma confidiamo nella semenza che stiamo spargendo su questo campo brullo e arido che ci è toccato lavorare. E’ la cosa che da senso a tutto ed in nome della quale, in quieta disperazione, viviamo, combattiamo e, se necessario, sopprimiamo.

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Avrei voluto essere Rocco Siffredi. Mi consolo scrivendo cazzate.

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Pubblicato in 140chars, Democrazia e Diritti, Il Lavoro degli Italiani
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