Malysh
18 dicembre, 2007 di grp
Archiviato in Oltre il Confine
Isaac mi chiama Malysh. Lui dice che è perché con gli occhi scuri e le labbra grandi gli ricordo un bambino armeno che ha conosciuto a scuola. A dire il vero lui ha solo quattro anni più di me, ma gli ultimi due li ha passati qui e questo fa di lui un uomo. Non ci sono discussioni. Isaac è russo e gli altri, per prenderlo in giro, lo chiamano “il cosacco”. Io non ci ho mai provato. Lui comanda la compagnia, per me è semplicemente “il tenente”.
Quattro mesi fa, appena finito il liceo, mi sono ritrovato da solo a fumare seduto sugli scogli che si affacciano sul mare scuro che fronteggia la mia città. Allora ho deciso che non avrei vissuto come mio padre aveva programmato per me e questo mi ha portato a migliaia di miglia da casa, in un mondo governato da leggi completamente diverse. Ora indosso una divisa verde con la stella di Davide. Ho un fucile ed il diritto riconosciuto di usarlo.

Poco prima il tenente mi ha detto che stanotte farò il turno centrale alla postazione Sud. Ho dovuto sforzarmi per capire. Io sto appena imparando l’ebraico. Il tenente parla un inglese dal pesante accento russo. È il mio primo turno di notte ad una postazione avanzata, ma sarò con David. Lui è esperto e parla spagnolo, la cosa più vicina alla mia lingua che sia possibile ascoltare qui. David mi guarda e sorride. Ha il viso scuro e i denti bianchissimi. La prima volta che l’ho visto l’ho scambiato per uno degli altri.
Prima di partire controlliamo l’equipaggiamento. Elmetto, pistola, fucile, caricatore, granate, radio, razzi. Poi da una scatoletta tiriamo fuori dei bossoli di 7,62 esplose. Tiriamo via la capsula d’innesco e ci infiliamo le Galoises che mi hanno mandato. Più tardi potremo fumare con la brace coperta dal bossolo. Sarebbe proibito lo stesso, ma se usiamo questo sistema il tenente finge di non vedere. Lui, quando siamo di pattuglia di notte, fuma tenendo la brace in bocca senza scottarsi. Comunque è un russo, altra tempra rispetto a noi mediterranei.
A mezzanotte precisa siamo in postazione. Diamo il cambio a due polacchi che non parlano nemmeno una parola d’inglese. Ci battono le mani sulle spalle e sorridono per farci capire che è tutto a posto.
La postazione sud è ai margini del quartiere degli altri. Fra le case e la nostra baracca c’è una strada larga e deserta. Noi ci mettiamo sotto la tettoia di lamiera per evitare che qualcuno ci spari dalle rade finestre di fronte. Io sono emozionato, ma non ho paura. Alle dieci è scattato il coprifuoco, la notte è fredda e deserta, si vedono poche luci e tutto è immerso in una pace silenziosa.
David è alle mie spalle e mi passa un bossolo che ha acceso coprendosi con il mio corpo. Mentre fumo, tengo il galil poggiato sul braccio e mi stringo l’elmetto per non far muovere la kippah.
Quando siamo tra di noi, David parla spagnolo e io la mia lingua. Ci capiamo abbastanza bene. Parliamo sottovoce e lentamente mentre guardiamo intorno. Dalla radio sentiamo venire la voce del tenente che sta facendo un controllo con la guardia nord a circa sei miglia da noi. È da poco passata l’una.
David è girato verso di me e mi sta raccontando una storia di una certa Lulù che ha conosciuto a Salamanca. Ha una voce profonda e musicale e mentre lo ascolto guardandolo, mi appoggio alla baracca e mi viene da socchiudere gli occhi. Nel buio, i suoi denti sono splendenti, forse dovrebbe sorridere di meno mentre siamo di guardia.

Dal tono della sua voce e dalla sua espressione capisco che ha fatto una battuta e cerco di scuotermi dal mio torpore per fare un sorriso. Mentre ci sorridiamo vedo la sua faccia esplodere. Una specie di marmellata calda mi arriva violenta sul viso e qualcosa mi morde il bicipite destro. Solo allora sento gli spari. Quello che rimane di David cade all’indietro. Sulla parete di lamiera della baracca si aprono fori e volano schegge.
Mi guardo il braccio e lo vedo coperto di sangue. Vedo sangue anche sulla giubba. Le gambe mi cedono e mi trovo in ginocchio. Ho paura. Poi mi ricordo che devo guardare in direzione degli spari. Vedo due uomini correre nel buio verso la baracca. Forse pensano di aver ucciso anche me e tengono le armi basse.
Ora la paura è terrore. Dovrei cercare di capire chi sono e se ce ne sono altri, ma l’unica cosa che mi riesce è rimettermi in piedi e portare il fucile in spalla. Uno dei due mi vede e con un grido avvisa l’altro. Io sparo due colpi, due soli.

E’ piena notte. Sento il rombo degli elicotteri che dall’alto squarciano il buio con le fotoelettriche. Quello che deve portare me all’ospedale arriverà appena gli diranno che la zona è libera dal pericolo di missili. Sul corpo di David qualcuno ha steso una coperta. Gli altri due sono ancora come li ho lasciati io. Uno ha il viso rivolto verso l’alto, la bocca e le braccia aperte. L’altro ha il viso distrutto dalla mia pallottola cava e la mano piegata sotto al corpo. Qualcuno poi mi dirà che sono due fratelli.
Io ora non ho più paura, ma sento un peso incredibile sul petto. Sto piangendo, ma me ne accorgo solo quando le lacrime cadono sulla giubba sporca di sangue. L’uomo che mi sta medicando mi dice qualcosa in ebraico e io faccio finta di capire.
Quando arriva il tenente, la prima cosa che fa è guardare il caricatore del mio fucile. Poi mi chiede se voglio fumare, ma io credo di essere sul punto di vomitare e faccio segno di no. Mi dice che li ho uccisi con un due colpi soltanto. Uno l’ho preso al petto, l’altro alla testa. A venti metri con pallottole cave it’s a great performance. Un gran risultato, quella frase mi girerà in testa per il resto della mia vita.
Poi porta la mano all’elmetto e mi saluta. Solo quando si gira per andarsene, mi accorgo che, forse per la prima volta, non mi ha chiamato Malysh.
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grp
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2008







It’s a great short story, too.
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Bel racconto, cosi` finiscono le illusioni giovanili.
Quando un paese e` composto solo da giovani, la guerra e le avventatezze sono assicurate.
Quando un paese e` composto solo da vecchi, quel paese e` morto.
Come si fa a spezzare una catena di dolore e morte ?
E` molto semplice, basta volerlo; purtroppo 2000 anni di storia moderna sembrano essere passati invano e il motivo e` che si impara tutto il superfluo meno che l’essenziale.
Se tutti cercassero la giustizia e la ragionevolezza, e fossero capaci di riconoscere i diritti altrui, non sarebbe necessario scrivere questi racconti.
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complimenti
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ho passato le vostre considerazioni all’autore del pezzo che mi incarica di ringraziarvi.
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Davvero molto belli i racconti di GRP, mi ricordano vagamente quelli di Teresio Bosco.
Mi piacerebbe sapere se ha pubblicato altri racconti su altri siti e dove poterli reperire.
Saluti e… e buon anno a tutti.
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