Condividi Mala tempora collant. Lameduck ti ringrazia. 713 letture
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Sempre a margine della , ripresa anche da , vorrei segnalare su Facebook l’iniziativa di boicottaggio , ma soprattutto l’intervista ad un responsabile di produzione di Calzedonia Group, altro colosso dell’intimo made in Italy, pardon, Sri Lanka, che ho trovato per caso sul blog Bottleneck
E’ particolarmente significativo, per capire il perché questi imprenditori amino tanto delocalizzare le produzioni, questo passaggio dell’, che vi consiglio per altro di leggere per intero:
“D: torniamo in mezzo all’Oceano Indiano, perché la scelta è caduta su quell’isola?
La localizzazione in Sri Lanka è stata frutto di una accurata indagine e sopralluoghi effettuati qualche anno fa in diverse regioni del Mondo in via di sviluppo, tra cui India, Pakistan, Bangladesh e Cina. Ne ricavammo molte informazioni ma, soprattutto, risaltava in modo particolare il caratteristico ed apprezzato equilibrio e la scarsa conflittualità sociale della popolazione dello Sri Lanka. Naturalmente ha molto influito anche una iniziale intuizione del dottor Sandro Veronesi [ patron di Calzedonia, n.d.r.], poi rivelatasi fondata, sull’elevata capacità di apprendimento delle maestranze indigene con riflessi evidenti sugli indici qualitativi e di produttività.
L’assenza o quasi di vincoli sindacali garantiscono una flessibilità sulla numerosità degli organici assolutamente impensabile nel mondo industrializzato. Sotto questo punto di vista le localizzazioni dell’est Europa hanno già segnato il passo, determinando rapidi dietrofront sulle decisioni di nuovi insediamenti o ampliamenti dei siti produttivi. “
D: e nel Belpaese non si produce più nulla?
Poco purtroppo! In Italia utilizziamo talvolta qualche terzista per produzioni integrative a quelle estere, soprattutto in situazioni di emergenza (consegne urgenti, problemi produttivi negli stabilimenti esteri, etc,). E’ una collaborazione assai limitata che rappresenta solo un pallido esempio di quella esistente fino a pochi anni fa., con funzione di back up alle produzioni principali che si avvantaggiano dei bassi costi della manodopera di quei paesi. Qui ad Oppeano rimane il centro distributivo composto dal magazzino di prodotto finito.”
In fondo, viva la sincerità. L’unico problema quindi, l’unico ostacolo alla famosa Crescita è il costo della manodopera. Se si riesce a mantenere basso, perché quello delle materie prime è un po’ più complicato da abbattere, a parità di prezzo da far pagare all’utente finale, il gioco è fatto. Che siano queste le famose riforme, ciò che brama di ottenere a suon di piedini pestati per terra la Senhora Marcegalha?
Gli asiatici si spaccano la schiena 20 ore al giorno, campano con un pugnetto di riso scotto, trombano e figliano assai per garantire sempre fresca forza lavoro minorile e soprattutto non rompono i coglioni con i sindacati. Non hanno le Camusso che si piazzano davanti al padrone e fanno “Aaaarrgghhh!” come Chewbecca.
Il prode Nerino Grassi delocalizza in Serbia, come abbiamo visto. Ma perché proprio nel paese bombardato anni fa da D’Alema & i suoi Nato Boys? Su un altro blog ho trovato . La Serbia, come altri paesi dell’Est, offre alle imprese che decidono di investire sul suo territorio condizioni che queste non possono rifiutare, un po’ come le proposte che faceva ai Tattaglia Don Vito Corleone: niente tasse oppure sgravi fiscali stratosferici, terreni sui quali edificare gli stabilimenti praticamente gratis, vantaggi di ogni tipo e manodopera a basso costo. Tutto al di fuori dei lacci e lacciuoli comunitari europei, o almeno di quelli che ancora rimangono.
Viene perfino da ridere a pensare ai classici magliari italiani che, per trombarsi le ragazze dell’Est con poca spesa e molta resa, negli anni ottanta andavano all’avventura con la valigia piena di calze e collant. Ora, se gli italiani vanno all’Est, trovano paesi interi disposti a venderglisi e a fabbricargli pure le calze. Mala tempora collant.
Certo, come dice il logistico di Calzedonia, in Sri Lanka è ancora meglio, non c’è il rischio del riemergere della latente bellicosità balcanica e magari di un rigurgito di socialismo reale, ma non si può avere tutto nella vita.
Che a questo capitalismo piaccia solo vincere facile, come l’omino della pubblicità? E soprattutto che sia capace solo di vincere facile, con il GOD MODE ed il FULL AMMO, per intenderci, insomma barando come il bimbominkia con il videogioco troppo difficile? Per loro FULL AMMO. Per noi FULL MONTI, dopo che ci saremo tolti l’ultimo collant, appunto.
Io dico che se c’era soluzione ormai è troppo tardi per metterla in atto, siamo davanti a un processo irreversibile al quale possiamo soltanto assistere impotenti. L’Italia, povera di grandi industrie, con quelle poche che c’erano ormai scomparse, l’Italia che si vantava delle sud azienducole col paròn, non è in grado di reggere all’impatto, tanto più visto che abbiamo più volte dimostrato scarsissima lungimiranza.
Certo che c’è un modo per fermare i ” marchionne”, basterebbe imporre dei paletti semplicissimi, tu lasci la comunità europea? benissimo, non hai più il diritto di chiamarti fiat e qui da noi non venderai più nulla, stesso discorso per omsa e golden lady, tu produci nel sud est asiatico? bene, ma in Europa non venderai più un cazzo adesso prova a vendere la tua roba agli indigeni poi ne riparliamo!!!. Certamente con quei figli di puttana che stanno governando l’Italia ( e l’Europa) non andremo da nessuna parte e per l’ennesima volta ribadisco un concetto semplicissimo, no stati uniti d’Europa? fallimento assicurato e possibilmente evitassero di accettare nazioni inutili del cazzo come l’Ungheria.
mi sembra , dai vari articoli presenti in rete , chiara l-intenzione anche di Golden Lady, pompea e Calzedonia in Serbia , con la creazione di un “polo tecnologico” della calza e la scomparsa della produzione italiana e alcune migliaia di persone a spasso.
Mi sembra abbastanza inevitabile, a meno di non imporre dazi pesantissimi.
D’altro canto la manodopera costa un quinto/un sesto di quella italiana, la voglia di lavorare (tanta , per ricostruire dalle macerie che noi italiani abbiamo contribuito a creare).
Elettricità , gas e carburanti costano molto meno.
i terreni ed i capannoni gli vengono praticamente regalati dallo stato.
per parecchi anni non pagheranno tasse né IVA.
niente dazi in entrata e in uscita per Russia ed Europa.
La posizione è centrale per lo smistamento in Europa est e Ovest, perché diavolo dovrebbero continuare a lavorare in Italia?
Questo è il problema principale , se chiudessimo le frontiere non saremmo comunque competitivi, anche con un dazio del 30 per cento le calze italiane in Italia costerebbero di più.
Volete la verità, con il cambio dell’euro attuale siamo noi a prenderla in quel posto , La Germania trova un mercato conveniente per i suoi prodotti , e a noi italiani non conviene tanto vendere in Germania, oltre a fare debiti in Euro , che si svaluta pochissimo.
L’ombrello di Cipputi ce lo stiamo mettendo in quel posto da soli.
Adesso qualcuno mi dirà che già molti non fabbricavano più in Italia.
Gli rispondo che gli uffici e i magazzini sono ancora in Italia, per il momento.
è il secondo stadio della delocalizzazione, che porta , oltre a pagare meno gli stipendi , a liberarsi definitivamente di fastidiose seccature come le tasse.
Lo stato Italiano tartassa le aziende che hanno sede all’estero , ma che mantengono la direzione in Italia, vedi per tutti la mazzata fatta a Dolce e Gabbana.
Il risultato?
I dirigenti che si trasferiscono all’estero, gli impiegati e i tecnici a casa, i proprietari che prendono la residenza Svizzera e un bel capannone vuoto….
Robertone, solo un appunto. Le merci prodotte all’estero non vengono però vendute a prezzo inferiore sul nostro mercato. Se riesci ad appioppargli un logo famoso le puoi vendere a 100-1000 volte tanto. Quindi deduco che il profitto per l’imprenditore aumenti in proporzione.
E allora perché non ammetterlo semplicemente: “produco all’estero perché così mi faccio le budella d’oro, finché il sistema me lo permette”. L’ombrello di Cipputi non va nel tuo lato B ma solo in quello dei lavoratori.
Non dico che vengono vendute a prezzo inferiore , ma è chiaro che succede questo , mi spiego, parliamo di un reggiseno di media qualità, tanto per rimanere in tema.
Fatto in Italia costa , diciamo cinque euro , a cui vanno aggiunte le spese di pubblicità e di distribuzione, risultato , in negozio viene venduto a quindici scontato e trenta a prezzo pieno.
Se si produce in Croazia o in Skri Lanka , dico nomi a caso , naturalmente, diciamo che costa due,50 , a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione , per un totale di prezzo di vendita di venti euro scontato e dieci a prezzo scontato , con un guadagno maggiore per l’azienda e maggiore, soprattutto per la grande distribuzione ed il franchise che li vende.
il vantaggio maggiore per l’azienda produttrice , naturalmente , è che l’azienda produttrice, fatturando in simpatica triangolazione , si dimentica di pagare in Italia il reddito , ovvero , l’azienda italiana galleggia,mentre quelle all’estero , si tengono i guadagni , che non sono tassati.
Sono cose che si sanno , e si dimenticano molti di ricordarlo a tutti.
Visto che la Omsa è cattiva (ricordo che non ho niente a che fare con loro) magari qualcuno si ricorderà del miliardo e duecento milioni evasi dalle coop lo scorso anno con le vendite “sottocosto” di materiale elettronico.
Anche li , con sofisticate operazioni di triangolazione ci si dimentica di versare l’IVA…….
Il sistema è quello solito , gli attivi vanno tutti ad una azienda e i passivi (e l’IVA da pagare) ad una altra, che chiude , e magari lascia l’affitto da pagare alla azienda che organizza tutto , che diventa addirittura creditrice, nei confronti della seconda.
io devo solo dire che OMSA avrebbe dovuto fare questa operazione anni fa , ormai è quasi in ritardo per goderne dei benefici, avrebbe dovuto smantellare l’azienda gradualmente , dare delle generose buonuscite , e cercare di massimizzare , ad esempio , la conversione della sede storica, per fare un buon affare immobiliare.
Adesso si trovano sputtanati , con un capannone grande ed inutile, molta gente incavolata , e la Serbia , che , magari , entra in Europa e si trova costretta a ridurgli i benefit.
Parliamo di di aziende che fatturano anche centinaia di milioni all’anno , lasciando a casa duecento cinquanta dipendenti e assumendoli in Serbia risparmiano qualcosa come cinque sei milioni all’anno , c’è gente che ammazza per molto meno.
ma il vero vantaggio è quello che poter vendere a meno ai supermercati e ai grossisti , pur avendo un buon margine di guadagno si aumenta il fatturato e la quota di mercato, oltre che la solita possibilità di non pagare le tasse, che vale di più del risparmio sui dipendenti.
Allo stato attuale questo tipo di delocalizzazione è inevitabile , l’unica soluzione è quella di imporre dei pesanti dazi sui prodotti fatti fuori dall’Unione europea, che sostituiranno le imposte evase.
Faccio l’esempio del Brasile , nel mio settore esiste una normativa che dichiara che i fabbricanti brasiliani godono di un vantaggio competitivo , ovvero le aziende straniere devono importare con un dazio del 43 per cento!
L’unica soluzione , per evitarlo è aprire una azienda laggiù, come ha fatto la Fiat , tra l’altro.
Il bello è che questa normativa vale solo per i prodotti fabbricati in Brasile , ovvero se non viene prodotto in loco non si paga il dazio, ma il primo che apre chiude il mercato ai concorrenti.
questo sistema non ha limitato il sistema economico del Brasile , anzi , ha permesso a molte aziende di de-localizzare laggiù.
Purtroppo questo sistema non è applicabile in Italia, dato che siamo una comunità europea , nessuno aprirebbe in Italia, ma andrebbe comunque in nazioni come la Romania e altre , che costano molto meno.
Inoltre , e lo dico per esperienza diretta , in Africa molte nazioni hanno una burocrazia più efficiente della nostra.
Magari sono corrotti , magari sono inefficienti , ma la procedura per aprire una azienda è molto più snella , gli adempimenti minori e calcolare le tasse, se si pagano (e non si è una azienda offshore) è molto più semplice.
Come lo risolviamo questo problema?
Non lo so , la soluzione non è alla mia portata, ma dovrebbe scaturire da una coesione politica e sociale europea, che, al momento non c’è.
Faccio l’esempio delle automobili tedesche, le audi e le Mercedes sono prodotte in Germania , mentre le altre marche “minori” sono prodotte all’estero, e i dirigenti non si sognano nemmeno di delocalizzare , li verrebbero letteralmente a tirare fuori con i forconi dall’ufficio.
Sono completamnete d’accordo con te, è un problema che potrebbe essere risolto molto velocemente ed anche in maniera efficiente se solo lo si volessse.
Ma non lo si vuole abbastanza o in gioco ci sono interessi ben diversi e vengono sempre ripetute le solite cose false.
Sono completamente d’accordo con te, è un problema che potrebbe essere risolto molto velocemente ed anche in maniera efficiente se solo lo si volessse.
Ma non lo si vuole abbastanza o in gioco ci sono interessi ben diversi e vengono sempre ripetute le solite cose false.
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Detto tutto questo, che risponde assolutamente a verità, resta il problema: come pensiamo di risolverlo?
Io dico che se c’era soluzione ormai è troppo tardi per metterla in atto, siamo davanti a un processo irreversibile al quale possiamo soltanto assistere impotenti. L’Italia, povera di grandi industrie, con quelle poche che c’erano ormai scomparse, l’Italia che si vantava delle sud azienducole col paròn, non è in grado di reggere all’impatto, tanto più visto che abbiamo più volte dimostrato scarsissima lungimiranza.
Certo che c’è un modo per fermare i ” marchionne”, basterebbe imporre dei paletti semplicissimi, tu lasci la comunità europea? benissimo, non hai più il diritto di chiamarti fiat e qui da noi non venderai più nulla, stesso discorso per omsa e golden lady, tu produci nel sud est asiatico? bene, ma in Europa non venderai più un cazzo adesso prova a vendere la tua roba agli indigeni poi ne riparliamo!!!. Certamente con quei figli di puttana che stanno governando l’Italia ( e l’Europa) non andremo da nessuna parte e per l’ennesima volta ribadisco un concetto semplicissimo, no stati uniti d’Europa? fallimento assicurato e possibilmente evitassero di accettare nazioni inutili del cazzo come l’Ungheria.
mi sembra , dai vari articoli presenti in rete , chiara l-intenzione anche di Golden Lady, pompea e Calzedonia in Serbia , con la creazione di un “polo tecnologico” della calza e la scomparsa della produzione italiana e alcune migliaia di persone a spasso.
Mi sembra abbastanza inevitabile, a meno di non imporre dazi pesantissimi.
D’altro canto la manodopera costa un quinto/un sesto di quella italiana, la voglia di lavorare (tanta , per ricostruire dalle macerie che noi italiani abbiamo contribuito a creare).
Elettricità , gas e carburanti costano molto meno.
i terreni ed i capannoni gli vengono praticamente regalati dallo stato.
per parecchi anni non pagheranno tasse né IVA.
niente dazi in entrata e in uscita per Russia ed Europa.
La posizione è centrale per lo smistamento in Europa est e Ovest, perché diavolo dovrebbero continuare a lavorare in Italia?
Questo è il problema principale , se chiudessimo le frontiere non saremmo comunque competitivi, anche con un dazio del 30 per cento le calze italiane in Italia costerebbero di più.
Volete la verità, con il cambio dell’euro attuale siamo noi a prenderla in quel posto , La Germania trova un mercato conveniente per i suoi prodotti , e a noi italiani non conviene tanto vendere in Germania, oltre a fare debiti in Euro , che si svaluta pochissimo.
L’ombrello di Cipputi ce lo stiamo mettendo in quel posto da soli.
Adesso qualcuno mi dirà che già molti non fabbricavano più in Italia.
Gli rispondo che gli uffici e i magazzini sono ancora in Italia, per il momento.
è il secondo stadio della delocalizzazione, che porta , oltre a pagare meno gli stipendi , a liberarsi definitivamente di fastidiose seccature come le tasse.
Lo stato Italiano tartassa le aziende che hanno sede all’estero , ma che mantengono la direzione in Italia, vedi per tutti la mazzata fatta a Dolce e Gabbana.
Il risultato?
I dirigenti che si trasferiscono all’estero, gli impiegati e i tecnici a casa, i proprietari che prendono la residenza Svizzera e un bel capannone vuoto….
Robertone, solo un appunto. Le merci prodotte all’estero non vengono però vendute a prezzo inferiore sul nostro mercato. Se riesci ad appioppargli un logo famoso le puoi vendere a 100-1000 volte tanto. Quindi deduco che il profitto per l’imprenditore aumenti in proporzione.
E allora perché non ammetterlo semplicemente: “produco all’estero perché così mi faccio le budella d’oro, finché il sistema me lo permette”. L’ombrello di Cipputi non va nel tuo lato B ma solo in quello dei lavoratori.
Non dico che vengono vendute a prezzo inferiore , ma è chiaro che succede questo , mi spiego, parliamo di un reggiseno di media qualità, tanto per rimanere in tema.
Fatto in Italia costa , diciamo cinque euro , a cui vanno aggiunte le spese di pubblicità e di distribuzione, risultato , in negozio viene venduto a quindici scontato e trenta a prezzo pieno.
Se si produce in Croazia o in Skri Lanka , dico nomi a caso , naturalmente, diciamo che costa due,50 , a cui vanno aggiunti i costi di distribuzione , per un totale di prezzo di vendita di venti euro scontato e dieci a prezzo scontato , con un guadagno maggiore per l’azienda e maggiore, soprattutto per la grande distribuzione ed il franchise che li vende.
il vantaggio maggiore per l’azienda produttrice , naturalmente , è che l’azienda produttrice, fatturando in simpatica triangolazione , si dimentica di pagare in Italia il reddito , ovvero , l’azienda italiana galleggia,mentre quelle all’estero , si tengono i guadagni , che non sono tassati.
Sono cose che si sanno , e si dimenticano molti di ricordarlo a tutti.
Visto che la Omsa è cattiva (ricordo che non ho niente a che fare con loro) magari qualcuno si ricorderà del miliardo e duecento milioni evasi dalle coop lo scorso anno con le vendite “sottocosto” di materiale elettronico.
Anche li , con sofisticate operazioni di triangolazione ci si dimentica di versare l’IVA…….
Il sistema è quello solito , gli attivi vanno tutti ad una azienda e i passivi (e l’IVA da pagare) ad una altra, che chiude , e magari lascia l’affitto da pagare alla azienda che organizza tutto , che diventa addirittura creditrice, nei confronti della seconda.
io devo solo dire che OMSA avrebbe dovuto fare questa operazione anni fa , ormai è quasi in ritardo per goderne dei benefici, avrebbe dovuto smantellare l’azienda gradualmente , dare delle generose buonuscite , e cercare di massimizzare , ad esempio , la conversione della sede storica, per fare un buon affare immobiliare.
Adesso si trovano sputtanati , con un capannone grande ed inutile, molta gente incavolata , e la Serbia , che , magari , entra in Europa e si trova costretta a ridurgli i benefit.
Parliamo di di aziende che fatturano anche centinaia di milioni all’anno , lasciando a casa duecento cinquanta dipendenti e assumendoli in Serbia risparmiano qualcosa come cinque sei milioni all’anno , c’è gente che ammazza per molto meno.
ma il vero vantaggio è quello che poter vendere a meno ai supermercati e ai grossisti , pur avendo un buon margine di guadagno si aumenta il fatturato e la quota di mercato, oltre che la solita possibilità di non pagare le tasse, che vale di più del risparmio sui dipendenti.
Allo stato attuale questo tipo di delocalizzazione è inevitabile , l’unica soluzione è quella di imporre dei pesanti dazi sui prodotti fatti fuori dall’Unione europea, che sostituiranno le imposte evase.
Faccio l’esempio del Brasile , nel mio settore esiste una normativa che dichiara che i fabbricanti brasiliani godono di un vantaggio competitivo , ovvero le aziende straniere devono importare con un dazio del 43 per cento!
L’unica soluzione , per evitarlo è aprire una azienda laggiù, come ha fatto la Fiat , tra l’altro.
Il bello è che questa normativa vale solo per i prodotti fabbricati in Brasile , ovvero se non viene prodotto in loco non si paga il dazio, ma il primo che apre chiude il mercato ai concorrenti.
questo sistema non ha limitato il sistema economico del Brasile , anzi , ha permesso a molte aziende di de-localizzare laggiù.
Purtroppo questo sistema non è applicabile in Italia, dato che siamo una comunità europea , nessuno aprirebbe in Italia, ma andrebbe comunque in nazioni come la Romania e altre , che costano molto meno.
Inoltre , e lo dico per esperienza diretta , in Africa molte nazioni hanno una burocrazia più efficiente della nostra.
Magari sono corrotti , magari sono inefficienti , ma la procedura per aprire una azienda è molto più snella , gli adempimenti minori e calcolare le tasse, se si pagano (e non si è una azienda offshore) è molto più semplice.
Come lo risolviamo questo problema?
Non lo so , la soluzione non è alla mia portata, ma dovrebbe scaturire da una coesione politica e sociale europea, che, al momento non c’è.
Faccio l’esempio delle automobili tedesche, le audi e le Mercedes sono prodotte in Germania , mentre le altre marche “minori” sono prodotte all’estero, e i dirigenti non si sognano nemmeno di delocalizzare , li verrebbero letteralmente a tirare fuori con i forconi dall’ufficio.
ci vuole tanto a intraprendere in questo modo?
Sono completamnete d’accordo con te, è un problema che potrebbe essere risolto molto velocemente ed anche in maniera efficiente se solo lo si volessse.
Ma non lo si vuole abbastanza o in gioco ci sono interessi ben diversi e vengono sempre ripetute le solite cose false.
Sono completamente d’accordo con te, è un problema che potrebbe essere risolto molto velocemente ed anche in maniera efficiente se solo lo si volessse.
Ma non lo si vuole abbastanza o in gioco ci sono interessi ben diversi e vengono sempre ripetute le solite cose false.