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Maggioranza Silenziosa




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“Non è il mondan romore altro ch’un fiato/di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,/e muta nome perché muta lato” (Purg., XI, 13-15).

“Muta nome”. Quanto è diverso il significato di questo termine, “maggioranza silenziosa”, da quello originario. Noi mutiamo, invecchiamo, moriamo, ma il vocabolario cambia molto più lentamente, a volte mai. Perché solo di povere parole disponiamo. Parole che non conterranno mai il nostro immenso sentire.
Oggi la “maggioranza silenziosa” sono loro. Gli operai, i cassintegrati, i disoccupati, i precari, i mai occupati e i sottopagati. Tacciono non per disinteresse, ma per umanissima paura. Sanno di essere in bilico, che questo sistema, tanto più a pezzi quanto più feroce, può e vuole sbarazzarsi di loro in qualsiasi momento. E piegano la testa, e sopportano. Fino a quando… Fino a quando?
Fino a quando qualche bolla d’aria venata di sabbia sale da convulsi vapori, e decide che no, che esiste ancora qualcosa che non si può né vendere né barattare e che si chiama dignità. Non entriamo nemmeno nel caso specifico di Barozzino, Lamorte e Pignatelli (tali i nomi dei tre operai di Melfi che hanno fatto scoppiare la bolla, qui di seguito la lettera a Napolitano e relativa risposta). Quando si esce dal silenzio si riacquista un’identità precisa, ed è già un passo da gigante. La loro vicenda è emblematica almeno quanto quella dei minatori cileni rimasti intrappolati a più di 600 metri sotto terra, nel cuore del silenzio. Contrade remotissime, storie diverse. Eppure, in un certo modo,tragicamente uguali: nel segno della dignità, anzi, della mancanza di dignità. Perché la figura del minatore ci rimanda ai romanzi di Cronin, ai fanciulli spazzacamini, alla fame e alla miseria degli agri malarici. Invece esiste ancora, tragicamente, all’estero come in Italia, dieci anni dopo il Duemila.

“Siamo vivi, stiamo bene”, rispondono dal buio ammutolito. E i familiari ringraziano Dio, che li conserva ancora in salute, in attesa d’una liberazione che, se tutto va bene, non avverrà prima di Natale. E quel Dio allora verrà lodato, allo stesso modo in cui Ciàula scopre e benedice la luna. Mentre, nei palazzi del potere laico ed ecclesiastico come nei locali alla moda, dove squillo di lusso si concedono al politico cocainomane per un posto in tv, nello scialo di assurdi rave party e nelle putrescenti mattanze da stadio Dio viene regolarmente bestemmiato, o meglio ucciso: Dio muore.
“Estamos yà quasi fuera”, siamo quasi fuori. Molto ci vuole ancora per quel quasi. E tutto dipende solo da noi, e da quel Dio che esiste solo perché silente e affondato nelle nostre tenebre più fitte.

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