Ma è la Democrazia che ci Tradisce, o Siamo Noi che Tradiamo la Democrazia?
14 aprile, 2010 - 9:00 di fma
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Non é così chiaro come sembra. Innanzitutto non é chiaro cosa sia la Democrazia.
Per taluni é l’insieme dei mezzi procedurali utilizzati per determinare e realizzare la volontà della maggioranza, indipendentemente dai fini; per altri un insieme di fini, soprattutto quello dell’uguaglianza, non soltanto giuridica ma anche sociale, se non addirittura economica, indipendentemente dai mezzi.
Nella pratica é l’insieme delle due cose, in proporzioni diverse, in divenire.
Sicuramente non é ciò che vorremmo fosse, sicuramente non garantisce felicità.
Lo dico perché capita sovente di leggere dei violenti j’accuse contro la democrazia, intrisi d’una violenza sentimentale che ricorda da vicino le rimostranze di un innamorato deluso.

Sicuramente la Democrazia può deludere. Perché ce ne sono tante, ognuna fatta a modo suo, tutte diverse dalla nostra personale visione di Democrazia.
Non si può neppure dire con certezza se c’é, e quanta ce n’è.
Tant’é vero che riferendosi alla stessa situazione, per esempio alla nostra, alcuni dicono che siamo alle porte della dittatura, altri che siamo nel più democratico dei paesi possibili.
Al massimo si può percepire, senza poterne declinare l’intensità, se sia in corso un processo che tende a rendere i cittadini un po’ più uguali rispetto alla Legge, oppure il suo contrario. Uguali non solo nel senso di rispettarla e d’esserne rispettati, ma anche di concorrere a farla, o di esserne esclusi.
Un processo che gli stati democratici hanno avviato in tempi diversi, i primi un paio di secoli fa, partendo da basi diverse, col risultato che ora si ritrovano sgranati lungo il percorso, talvolta molto distanti l’uno dall’altro.
E vorrei anche vedere il contrario: come potrebbero due stati, che si sono ritrovati a fare i conti nel corso della loro storia uno con Calvino e i Padri Pellegrini, l’altro con la Controriforma e Ignazio di Loyola, ritrovarsi oggi con la stessa democrazia?
Già é stupefacente che a partire dalla seconda metà del secolo XX (ieri dal punto di vista storico) la democrazia sia stata scelta dalla politica come categoria base su cui collocare, e misurare, tutte le azioni non puramente private. Come se fosse l’unico modo di reggere la cosa pubblica, o fosse incontrovertibilmente il migliore.
Mentre in realtà se n’é sempre discusso e se ne continua a discutere.
Racconta Erodoto che già Otane, Megabizio e Dario disputassero sul modo migliore per governare la Persia. Megabizio tifava per l’aristocrazia, Dario per la monarchia, Otane per la democrazia (concepita come isonomia, uguaglianza di fronte alla legge).
Diceva Otane: Come potrebbe essere cosa perfetta la monarchia alla quale é lecito fare quello che vuole senza doverne rendere conto a nessuno?
Un’obiezione fondata, che tuttavia non definiva chi avrebbe controllato il controllore del monarca.
Ribattevano gli altri due, alleati per un momento: Non vi é nulla di più stolto e insolente di una moltitudine incapace. Come può governare bene che è privo delle qualità necessarie?
Anche questa un’obiezione sensata, pur se piena di insidie, perché non indicava chi e come avrebbe definito le qualità necessarie, come dimostrerà in seguito la storia.
Ciò che complica la questione é che la domanda é duplice.
Da un lato quale sia il miglior modo per la collettività di porsi nei confronti dell’individuo; dall’altro quale sia, per l’individuo, il miglior modo di porsi nei confronti della comunità. Parrebbe una semplice inversione dell’ordine dei fattori, invece é un’inversione del punto di vista che fa cambiare il prodotto, e non di poco.
Ciò che é in gioco é la libertà dell’individuo. La domanda é se debba prevalere sull’interesse della comunità, oppure, ove questo non sia conveniente, fin dove possa essere sacrificata.

Gli antichi avevano della libertà politica un concetto diverso dai moderni.
Secondo Benjamin Constant, per gli antichi, la libertà politica era partecipazione diretta alla formazione delle leggi attraverso l’assemblea dei cittadini; per i moderni, dalla fine del diciottesimo secolo in avanti, é la libertà individuale nei confronti dello stato, della quale sono parte le libertà civili e le libertà politiche. Queste ultime non necessariamente estese a tutti i cittadini.
Al suo sorgere lo stato liberale, non necessariamente democratico, garantisce a tutti libertà di pensiero, di religione, di stampa, di riunione, ma riserva il privilegio di fare le leggi a un corpo ristretto di rappresentanti, eletti esclusivamente da quei cittadini che, avendone i requisiti, godono dei diritti politici.
L’evoluzione dello stato liberale verso la democrazia é storicamente caratterizzata da:
a) Un graduale allargamento del diritto di voto, da una minoranza di cittadini (scelti per le loro qualità: censo, cultura, sesso, colore della pelle), a tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età (suffragio universale)
b) Un incremento degli organi rappresentativi eletti. Dapprima una delle due assemblee legislative, poi l’altra assemblea, gli enti di potere locale, in alcuni paesi il capo dello stato.
Ma intanto nasce un nuovo progetto sociale, il socialismo; così, mentre per il liberalismo il suffragio universale é il punto d’arrivo, per il socialismo diventa il punto di partenza.
Secondo le dottrine socialiste l’implementazione della democrazia passa attraverso:
a) L’abbandono della democrazia rappresentativa e l’attuazione della democrazia diretta
b) La partecipazione popolare, oltre che agli organi di decisione politica, anche a quelli di decisione economica. Dallo stato all’impresa, dalla società politica alla società civile. Una cosa che Marx chiama autogoverno dei produttori.
Vilfredo Pareto é contrario sia al suffragio universale, sia alle teorie socialiste. Sostiene che la sovranità popolare é un’ideale mai realizzato, destinato a non realizzarsi. Perché nella realtà effettuale delle cose (Vilfredo ama Machiavelli), in ogni regime politico, é sempre e solo una minoranza che detiene il potere (teoria delle elites). Dunque non vi può essere altra forma di governo che l’oligarchica. Le uniche differenze realmente riscontrabili tra le varie forme di governo oligarchico riguardano il modo in cui l’elite (classe politica) si forma, si riproduce, si rinnova, si organizza ed esercita il potere.
Schumpeter condivide la teoria delle elites, ma non crede che basti per negare l’esistenza della democrazia. Secondo lui, perché vi sia democrazia, é sufficiente che esistano più elites in concorrenza tra loro e che la contesa si risolva in favore di quella che riesce ad accaparrarsi, in una libera gara, la maggioranza dei voti.
In questo modo la democrazia diventa formalmente compatibile con più dottrine, anche antitetiche tra loro, quali il socialismo, il liberalismo. E perfino con la teoria delle elites, nata per negarla.
Il fatto é che la democrazia, storicamente, é andata via via assumendo sempre di più una valenza di metodo, a scapito delle iniziali connotazioni valoriali.
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Appartengono oggi universalmente alla democrazia, per uso consolidato, alcune prassi condivise, quali la soluzione pacifica dei conflitti sociali, la riduzione al limite del possibile della violenza istituzionale, il frequente avvicendamento della classe politica, a prescindere dal merito.
Nei paesi a tradizione democratico-liberale la cosa più importante sono le regole del gioco.
L’organo legislativo deve essere composto da membri eletti dal popolo, così come i dirigenti delle istituzioni locali. Sono elettori tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età, senza alcuna altra distinzione, i voti degli elettori contano tutti allo stesso modo.Tutti gli elettori votano secondo la propria personale opinione, formatasi quanto più liberamente possibile, potendo scegliere tra più alternative reali (il che escluderebbe la lista unica e bloccata). Nessuna decisione presa a maggioranza deve limitare i diritti della minoranza, tra cui quello di poter diventare maggioranza, a sua volta. L’esecutivo deve godere della fiducia del parlamento, o del capo dell’esecutivo se questi é eletto dal popolo. Eccetera, eccetera.
Regole che stabiliscono come si debba arrivare alla decisione politica, non che cosa si debba decidere. Salvo l’esclusione di quelle decisioni che dovessero manomettere una delle regole del gioco.
Il che cosa non lo decide il sistema democratico, ma le elites che lo realizzano.
Zagrebelsky qualche giorno fa, su Repubblica(1), li chiamava in senso spregiativo, “giri”.
Niente di più facile che le elites possano diventare autoreferenti e trasformarsi in giri, e che questi giri conducano i cittadini a diventare un po’ meno uguali davanti alla legge. Diritto e dovere di ciascuno, a questo punto, di cimentarsi a costruire altri “giri”, virtuosi, facendo leva sullo scontento dei propri concittadini, da contrapporre e sostituire a quelli viziosi in essere.
In fin dei conti questo é ciò che dovrebbe consentire (che é diverso da garantire) la democrazia. Questa dovrebbe essere la nostra funzione di cittadini, la qualità del risultato legata alla nostra qualità.
Tenendoci distanti, nei limiti del possibile, dalla facile tentazione di attribuire ogni colpa alla democrazia, secondo la nota sindrome di Proust, mirabilmente definita qualche tempo fa da “”:
“Ti amo perché ti idealizzo; e ti idealizzo, pensandoti come non sei, ma come vorrei, con tutta la mia forza, che tu fossi; e quando scoprirò che non sei come io vorrei che tu fossi, allora sarà colpa tutta tua e non ti amerò più.”
Ma è la Democrazia che ci Tradisce, o Siamo Noi che Tradiamo la Democrazia? è di fma
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Note
- [↩]

Grazie.
e de che?
Buongiorno. Un bell’articolo, un po’ complesso per me non essendo esattamente la mia materia.
Intanto, una correzione: tutte le “è” che indicano il verbo “essere” sono scritte con l’accento sbagliato “é”. Al contrario di “perché”, che va bene così perché la “e” è “chiusa”, mentre in “è” deve essere aperta.
Io sono d’accordo con gli antichi che, come spesso avviene in un’epoca maggiormente libera intellettualmente, l’avevano vista lunga con una punta di quella ingenuità filosofica tipica di un’epoca come ad esempio quella assiàle. In un sistema funzionante come un organismo, simile all’uomo e ad esso vicino, solo coloro che ne sanno di più dovrebbero compiere le scelte per i molti stolti che non se ne interessano. Questi però dovrebbero essere abbastanza saggi da pensare per loro e non per se stessi. Per funzionare, il sistema si deve poggiare su basi di abbondanza. Il nostro sistema, tuttavia, si poggia su una base di scarsità, a motivo del costante perseguire i propri interessi personali. Questo rende la democrazia una pia illusione ed i governi rappresentativi delle “soluzioni tecniche” di scarsa rilevanza.
Giusta la correzione circa l’uso é, e di è.
assai più difficile.
Opinabile il resto.
La democrazia, per esempio, ti consente di passare all’oligarchia, e perfino alla dittatura, ove questa sia la volontà della maggioranza.
L’inverso é (ops) è,
Se poi mi dici che il governo dei saggi, per funzionare, deve poter contare su basi di abbondanza, allora è sicuro che, per i prossimi mille anni un tale sistema non ha alcuna possibilità d’essere praticabile.
Se poi le perenni scarsità nelle quali ci dibattiamo fossero da attribuire agli egoismi e al perseguimento dei propri interessi, tipici del governo degli stolti, non ci resterebbe che aspettare l’avvento della nuova epoca assiale (o assiàle?)
Idea non perfetta ma utile a mio avviso:
Suffragio universale ma con la patente di voto.
Potrebbe non cambiare nulla ma si diraderebbe la nebbia degli elettori che a 18 anni ( e non solo ) vengono chiamati a votare senza sapere niente di niente del sistema politico ( provate a chiedere la differenza tra destra e sinistra all’elettore medio ).
Non puo’ essere la tv ( o le notizie giornaliere in genere ) l’unica discriminante per la scelta di un’orientamento politico.
E’ evidente che un suffragio universale riservato ai patentati non sarebbe più… universale.
L’idea della patente non è nuova, in fondo è la stessa di Megabizio e Dario: il governo della cosa pubblica ai “competenti”.
Nel corso della storia è stata ampiamente sperimentata, con alterne fortune.
L’obiezione che si può muovere alla formula, apparentemente senza controindicazioni, sta nell’impossibilità pratica, storicamente comprovata, di definire chi sia competente e chi no.
> E’ evidente che un suffragio universale riservato ai patentati non sarebbe più… universale.
E’ universale perche’ i concetti da apprendere sarebbero ad un livello adeguato per qualsiasi persona diplomata. Grazie alla scuola dell’obbligo, sai quindi che cio’ che concerne la prova e’ ad un livello adeguato a tutta la cittadinanza ( a meno di non voler mettere in discussione l’esame di maturita’, ma e’ un altra storia… ).
Se si volesse tutelare la vecchia guardia ( non coperta dalla scuola dell’obbligo ), la si potrebbe introdurre per le nuove generazioni e obbligatoria entro X anni per tutti quelli che sono stati coperti dalla legge della scuola dell’obbligo.
>L’idea della patente non è nuova, in fondo è la stessa di Megabizio e Dario: il governo della cosa pubblica ai “competenti”.
Guarda la intendi nel senso inverso, io non voglio “escludere” dal diritto di voto nessuno, voglio che “tutta” la gente acquisisca gli strumenti di base per poter analizzare in maniera critica il sistema politico.
E’ chiaro che la patente e’ un seme di conoscenze, che poi si sviluppi dipende da ogni singolo. Ma almeno forniglielo!
> Nel corso della storia è stata ampiamente sperimentata, con alterne fortune.
Mi interesserebbe conoscere qualche caso, con alterne fortune
> L’obiezione che si può muovere alla formula, apparentemente senza controindicazioni, sta nell’impossibilità pratica, storicamente comprovata, di definire chi sia competente e chi no.
Richiedere un infarinatura poco piu’ che di base su istituzioni politiche, i concetti che stanno dietro a destra e sinistra e magari un po’ di analisi storica del panorama politico italiano non credo che sia cosi’ nebuloso.
Non l’ho chiamata patente di voto a caso, non mi pare che per l’esame di guida ci sia impossibilita’ pratica, storicamente comprovata, di definire chi sia competente e chi no. Mi pare anche che praticamente guidino tutti.
- Sul significato di universale credo non valga la pena di discutere.
O è, o non è.
- Megabizio e Dario. Pure loro in teoria non volevano escludere. Se tutti fossero stati “saggi”, nessuno sarebbe stato escluso. Tuttavia, passando il principio, è sempre successo che si sia finito con l’individuare tra i propri concittadini alcuni “saggi” “più saggi” degli altri, ai quali riservare i diritti politici. Patente B,C,D,E
- Casi di governi oligarchici con alterne fortune. Non hai che da sfogliare un libro di storia. I primi governi democratici, nel senso che si attribuisce oggi al termine, nascono poco più di duecent’anni fa, in Francia e in America. Tutto quel che vien prima è fatto di governi di “competenti”, selezionati con i metodi più disparati, ma pur sempre selezionati con l’intento di affidare la cosa pubblica ai migliori. Il re era tale per grazia di Dio; il papa re diventava papa con l’avallo dello Spirito Santo.
- Controindicazioni. Se la tua patente non richiede che infarinature, dunque non esclude nessuno, non migliora la qualità nè degli elettori, nè degli eletti. Dunque non serve a nulla. Se invece esclude, vale quanto detto sopra.
mi ero accorto della sostituzione, ma l’ho attribuita a un vezzo nello scrivere che ho mantenuto per rispetto.
saranno le tue prossime proposte, se e quando ci saranno, a chiarirmi definitivamente il dubbio.
Non sono mai stato letterariamente raffinato, in più, diventando vecchio, sono diventato anche distratto.
In word/strumenti/opzioni di correzione automatica, c’era un: sostituisci è con é.
Sia nello stato liberale, che nelle democrazie e nei sistemi socialisti il potere politico è stato ed è in mano ad una elite. E’ pertanto la rappresentatività il fattore cruciale che discrimina un sistema politico: o meglio come si traduce la scelta dei detentori del diritto di voto.
In un sistema a suffragio universale non è pensabile che il singolo cittadino conosca personalmente chi intende delegare all’esercizio del governo; nascono pertanto i partiti politici che per necessità semplificano il loro messaggio fino ad esemplificarlo in un simbolo che deve riassumere tutto.
Lo sviluppo della televisione, e pertanto la possibilità di entrare in tempo reale in ogni casa, ha causato un ulteriore allontanamento dalle elite, anche più subdolo: non si vota più un simbolo, ma un’immagine, un volto pensando che tale icona sia una persona, ma ci si illude. La conseguenza è che la contesa politica non ha più la necessità di basarsi su idee ma ha la convenienza a creare immagini che evochino sensazioni: siamo passati da una politica di “testa” ad una politica di “panza”.
Pertanto il passaggio “conoscenza diretta – simbolo – icona” causa un calo dell’obbligo di rappresentanza a cui il soggetto politico ritiene di dover soggiacere e contemporaneamente la percezione che il voto serva a poco.
Credo che l’avvento della radio, poi della televisione ora di internet portino paradossalmente ad una riduzione dell’influenza popolare in quanto è più semplice dirigere la opinioni di una massa che di un singolo individuo: come previsione di “fantascienza politica” mi immagino un futuro in cui il popolo sia chiamato quotidianamente a votare (tramite web) su ogni possibile argomento, svincolando la futura elite politica da qualsiasi necessità di rispondere delle proprie azioni.
Una dittatura con consenso consultivo.
Commento acuto.
Condivido alla virgola, compreso il timore finale circa quel che potrebbe accadere.
Grazie.
Illuminante la descrizione del passaggio da valore a metodo della democrazia.
E credo sia il punto di arrivo della stesso, non può andare oltre, quando da valore si diventa metodo, mezzo, sono solo coloro che usano il mezzo o seguono il metodo che ne determinano i risultati.
Quindi noi, essendo ampiamente imperfetti non avremo mai una democrazia perfetta.
Ma è il vero male minore, l’unico punto dove approvo il meno-peggismo.
Nella scelta dei metodi dovremmo sempre partire dalla nostra fallibilità e debolezza, quindi creare dei sistemi che rendano difficile il crearsi di circuiti di potere radicati, anche storicamente, vietando la politica di mestiere, abolendo i senatori a vita ecc.
Assolutamente d’accordo.
Un grazie e un saluto in memoria di tempi trascorsi. Ciao, Voltaire.
Il grazie te lo devo io, per esserti fatto vivo.
Ogni tanto passo di là, ma la porta è sempre chiusa.
Abbiti cura.