Ma Dov’è Questa Crisi?
19 maggio, 2009 - 9:00 di Lo_Spillo
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Scusate l’intrusione.
L’altro ieri mattina ho seguito una trasmissione su una radio privata “Indignato speciale” di Andrea Pamparana.
La seguo quasi sempre, argomenti interessanti, posti in maniera obbiettiva e lasciano parlare le persone.
Nel sentire le varie telefonate, mi sono reso conto che veramente metà Italia non sa cosa sia la crisi che sta sconvolgendo il lavoro e il reddito da esso generato.

Bisogna sostenere le aziende che producono beni e cose non carta e chiacchiere.
Da Roma una telefonata di un assicuratore che dice che tutto è normale, che la gente viaggia,spende, e che lui continua a incassare le polizze assicurative e che tutto va bene.
I giornalisti lo hanno corretto spiegando che Roma CAMPA sulle rimesse di tutta la nazione e produce molto poco(1).
Io vorrei aggiungere di più e suggerire un aggiustamento, utopistico, che parificherebbe la situazione attuale.
Non consideriamo il PIL che è un conteggio assurdo e sbagliato, consideriamo le entrate fiscali. Se le entrate fiscali, quelle che effettivamente considerano la resa della produzione, sono in calo, anche i dipendenti pubblici, che da esse traggono parte del loro stipendio, devono lasciare sul “banco” il loro “TOT” di stipendio.
Se in Lombardia ci sono, ad esempio, il 30% di cassaintegrati e disoccupati che non creano reddito e quindi non spendono, e quindi limitano anche il bisogno di servizi, perché la pubblica amministrazione deve continuare a mantenere gente in uffici sottoutilizzati? Le entrate fiscali sono calate del 4% ? Bene lo stipendio del pubblico dipendente cala anche quello. Cioè è ora che anche lo Stato si comporti come un’azienda: non c’è reddito per tutti? O si diminuiscono gli stipendi o a casa anche gli statali.
Il debito pubblico che in questo momento sta aumentando per il calo delle entrate fiscali, a chi glielo facciamo pagare? Ai soliti noti…a quelli che producono reddito o all’istituto che gestisce le pensioni di chi produce reddito.
Sempre durante la trasmissione,un cosa che non mi è piaciuta è l’affermazione di Davide Jacalone, e come lui la pensano in molti,di rimettere mano ancora alle pensioni. Nonostante affermi che la gestione degli operai e di pochi altri sia in attivo,chiede ossessivamente che si rimetta mano alle leggi pensionistiche.
Il bravo giornalista prima deve chiedere e ottenere di mettere mano prima ai privilegi dei politici,( la costituzione dice che siamo tutti uguali) , ai privilegi di certe categorie ( come quella dei giornalisti, che il loro ente è tra i più disastrati) e di togliere finalmente tutti gli sprechi per mantenere i “trombati politici” (vedi le Province) poi si potrà mettere mano alle pensioni.
A proposito di uguaglianza, una cosa che mi pesa personalmente.
Ho 37 anni di contributi versati. Se fossi stato sempre lavoratore dipendente dovrei andare in pensione alla fine del 2010 , sommando età e contributi, siccome ho svolto nella mia vita l’artigiano, con contributi versati anche maggiori che da dipendente, dovrò andare in pensione 2 anni dopo, alla fine del 2012 con i 40 anni ( il pagamento dopo 6 mesi).
E’ questa l’uguaglianza Italiana? Chi devo ringraziare ? I sindacati o i vari magna -magna del governo?
Scusate lo sfogo ma non mi sento più Italiano.
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Note
- in realtà, dopo la Lombardia, la seconda regione italiana per produzione di ricchezza N.d.R. [↩]

Non mi è chiara la storia degli stipendi dei pubblici dipendenti…lo stato dovrebbe produrre “servizi” che supportano la popolazione, sia produttiva che no; eliminare questi servizi in periodo di recessione non mi sembra assolutamente una cosa sensata.
Semmai il punto è razionalizzare la macchina, rendendola più produttiva, non certo buttare il bambino con l’acqua sporca…
Colpire una categoria gestita da taluni invece che colpire i taluni non è a mio modo di vedere il fare corretto……un dipendente pubblico che colpa ne ha se è stato assunto per magari non far nulla? Tu con stipendio garantito saresti il primo a dire “E ma così non va, mi licenzio.”? O è forse colpa degli amministratori di “certe cose”?
Lo Stato deve dare lavoro. Lo Stato deve essere la prima azienda, e non deve neccessariamente guardare solo al profitto. Ma non deve nemmeno bruciare tutto in favore “di pochi”, su questo non ci piove.
Che le province siano inutili questa mi sa tanto di guerra ai mulini a vento…se lo dice Libero………
Sulle provincie, concordo che sia una guerra difficile da vincere, ma val la pena combatterla: sono un ente inutile che serve solo a foraggiare un sottobosco politico del quale possiamo fare tranquillamente a meno.
Sullo stato il discorso è complesso, chiaramente, ma quando si parla di profitto mi preoccupo parecchio; tendenzialmente lo stato deve fornire servizi, che devono essere strutturalmente in perdita…le tasse servono proprio a dargli i mezzi per erogare questi servizi.
si pensi ai tre servizi più importanti (in ordine): sanità, istruzione, giustizia, davvero vorremmo gestirli in maniera da generar profitto? Per i primi 2 sarebbe anche facile, in America lo fanno (peccato per chi non guadagna abbastanza che viene lasciato crepare appena si ammala, ma almeno i ricchi si curano bene…).
Forse invece di prendersela con lo Stato sarebbe il caso di cominciare a prendersela con chi evade le tasse, con la facile scusa che sono alte…
sulle province non sarei così veloce nel liquidarle come “inutili”….e non ci lavorano solo i dirigenti “trombati politici”, ma tante persone impiegate….se domani uscisse un’analisi con su costi e sprechi delle province e la cosa fosse scandaolsa sono il primo a dire che bisogna intervenire, ma allora a quel punto dovremmo farlo su tutti i comparti del pubblico……
Basterebbe una cosa semplice semplice: chi ha una carica pubblica ne ha una e una sola, non possiamo avere parlamentari contemporaneamente presidenti di chissà che organizzazione pubblica, sindaco di una società e segretario della provincia……..iniziamo da queste piccole cose e vediamo che poi la solfa inizierà a cambiare magari……
Mmmmh dissento, in questa fase le aziende comprimono, per reggere, eliminando sovrastrutture e lavorando sull’efficienza della filiera.
La provincia può esser tranquillamente ripartita tra comuni e regione.
Già l’eliminazione dei costi di sede ecc. sono notevoli, perfino la semplice cartoleria, con copie di copie in meno da fare, aiuterà moltissimo.
C’è sovrabbondanza di amici e clientele, eccome se ci sono, alla grande, mogli di sindaci, nipoti di assessori, consulenti amici degli amici, impiegati pagati per dormire.
Lo scandalo non è ancora scoppiato perchè sono bacini di voti e perchè i giornali e l’informazione è capata dalla politica (quindi non tocchiamo).
Il punto è che c’è anche sovrabbondanza di lavoratori, purtroppo, e ora che l’acqua è bassa la papera non galleggia, quindi … anche i cosi detti posti sicuri (talmente sicuri che poi anche non lavorare con il massimo dell’impegno e nessuno ti butta fuori) oggi sono un pochino meno “garantiti”.
Direi welcome to the real world.
Questo non è un problema delle province,è un problema di tutte le istituzioni italiane.
Anzi,la sensazione è che sia anche peggio guardando più in alto,piuttosto che più un basso.
Non credo che le province siano nate per favorire clientelismi,inoltre ormai sono entrate bene o male a far parte dell’equilibrio politico,per cui non è che da un giorno all’altro si possano abolire “per riprendersi dalla crisi”.
Io poi sono favorevole alla decentralizzazione,per cui piuttosto che tagliarle via,cercherei di renderle più efficienti sottraendo così oneri amministrativi allo stato.
Il problema della ipertrofia burocratica è tipicamente italiano.
Che poi alcune province possano essere accorpate ad altre,o che si debba evitare la proliferazione di capoluoghi con 10mila abitanti come quello del link,è un altro (a mio avviso giustissimo) discorso.
Straquoto: assoluta incompatibilità tra qualunque incarico pubblico e qualunque altro incarico, pubblico o privato.
Sulle Province (scusate, la “i” qui non la sopporto)però credo che una decisione vada presa.
Personalmente sarei più per l’abolizione delle Regioni e la drastica riduzione delle Province.
Ma mi accontenterei che si scelga: o le une o le altre.
Per me lo stato non deve dare affatto il lavoro, ma deve dare servizi, di qualità.
Il lavoro deve invece renderlo possibile e sostenibile, il che è diverso.
Parere mio.
sulle province, uno dei tanti casi:
Secondo me questo intervento,almeno nella parte iniziale,è macchiato dal solito concetto che c’è una classe sociale che traina l’italia,e tutti gli altri dietro che fanno i parassiti.
Non si può fare,come troppo spesso accade,di tutta l’erba un fascio:mi sembra che gli evasori siano ampiamente diffusi specialmente fra i liberi professionisti,non fra gli statali,che subiscono il prelievo alla fonte.
D’altro canto può essere vero che ci siano dipendenti statali che (forse) non si “meritano” lo stipendio che hanno,ma questo non significa che sia per tutti così.
Va molto di moda ora il privato,”privato è bello”,cultura berlusconiana docet.
Peccato che,tanto per fare un esempio,ci sono moltissime scuole private che impallidiscono al confronto con le pubbliche,per serietà e capacità formative.
Anche parlando di sanità,la sanità pubblica dove mi trovo io(in toscana) funziona più che bene,mentre lo stesso non si può dire per altre regioni di italia.
E se la smettessimo di schierarci pro o contro il pubblico, quasi fosse una questione etica, e analizzassimo la macchina burocratico-amministrativa dello stato per quel che è (o dovrebbe essere), vale a dire un’azienda erogatrice di servizi?
E se provassimo, come si fa per tutte le aziende, a ripensarne perpetuamente il progetto al fine di aumentarne costantemente il rendimento?
Le aziende private non sono “meglio” (quando lo sono), di quelle pubbliche per un’imprinting ideologico ma semplicemente perché, se stanno sul mercato e non occupano posizioni di nicchia, soccombono ove non siano in grado di competere. Dunque perchè il mercato seleziona le migliore.
Avere una macchina dello stato efficiente non è un interesse di quelli di destra, che votano Berlusconi, ma di tutti quelli che pagano le tasse.
Compresi gli statali che percepiscono lo stipendio dallo stato.
Io credevo fosse ovvio.
Evidentemente no, se continuiamo a parlarne.
già, a forza di stare attenti alle “parti” e alle “appartenenze” si dimentica la barca che affonda, finendo per litigare per il colore del secchio invece di preoccuparsi di buttare a mare l’acqua….
Lo stato infatti deve garantire quei servizi: la sanità, l’istruzione la sicurezza perfino l’acqua, l’energia e sopratutto LE BANCHE Devono essere statali.
Assolutamente d’accordo con te.
Come pure col fatto che gli apparati statali debbano essere il più efficienti possibile,il che mi pare ovvio comunque.
Il problema è in quale modo qualcuno si propone di renderli efficienti.
Già, il modo.
Ma se siamo così d’accordo sulla necessità di migliorare la macchina dello stato, una cosa addirittura ovvia, un modo bisognerà pur trovarlo.
A meno che le eccezioni sul modo non siano che un pretesto per lasciare le cose come sono.
Forse mi sono espresso male, era un momento di RABBIA,non volevo assolutamente parlare del Pubblico impiego in termini di Servizi, ma del pubblico impiego in termini di : scorte di politici,impiegati vari di enti statali e dipendenti delle varie aziende comunali, regionali, che non portano niente alla comunità, campano solo sul rendere difficile la vita al cittadino a alle aziende(mi riferisco alle varie procedure per avere un permesso o una licenza, cose assurde in una nazione che si ritiene civile). Ma li vogliamo togliere i vari lacci e lacciucoli,che ingabbiano i cittadini e servono solamente a mantenere un milione di Statali?
Lo stato NON è un’azienda. E non deve esserlo. E non deve essere trattata come tale.
Ma chi ci lavora deve farlo come se lavorasse in una azienda, anzi, la propria azienda, almeno come produttività e impegno, più che nel privato.
Concordo, anzi no.
Concordo se questo porta ad uno stile di lavorare, ad una responsabilità del proprio ruolo.
Il termine “produttività” invece apre la strada ad un malinteso molto diffuso (anche se forse non era nelle tue intenzioni). L’ente pubblico non ha, e non deve avere, tra i suoi obiettivi la produzione, l’utile, il risultato di bilancio, tipici di un’azienda; l’obiettivo fondamentale è il servizio all’utente (che non va chiamato “cliente”).
Lo stato (e i suoi enti) opera bene se dà un buon servizio ai cittadini, non se chiude il bilancio in attivo. Se poi, dopo aver dato un buon servizio, il bilancio è anche in attivo, tanto meglio: vuol dire che si possono abbassare i costi per l’utente.
Purtroppo succede molto spesso che non si realizzi nessuna delle due cose, e nella confusione si punti esclusivamente a risultati di tipo aziendalistico. Non senza che questo approccio porti, ovviamente, vantaggio a qualcuno.
Per questo ho parlto di produtività del singolo e non di redditività
La produttività del lavoro corrisponde alla quantità di lavoro necessario per produrre un’unità di un bene specifico.
Vale anche per un certificato dell’anagrafe.
E siccome il lavoro dell’impiegato dell’anagrafe viene pagato con le tasse è interesse di tutti, anche dell’impiegato dell’anagrafe quando abbia bisogno di quello stesso certificato, che la quantità di lavoro necessaria per produrlo sia la più piccola possibile.
Scusate l’intromissione.
Giusto.
Questo però viene solo dopo che ci si è assicurati che il certificato (o qualunque altro servizio) sia stato rilasciato in maniera corretta ed efficace.
Se la produttività viene anteposta all’efficacia del servizio (cosa che succede sempre più frequentemente) il sistema non funziona più. Che, guarda caso, è proprio quello che vuole qualcuno.
Se poi al concetto di produttività (come distingue correttamente Oris) sostituisci quello di redditività, allora cadiamo in un precipizio senza ritorno. Vedi la privatizzazione dell’acqua potabile e altre amenità simili.
Si.
Purché faccia testo il parere del cittadino, che è il cliente finale, non quello dell’impiegato che produce.
Perché mentre il cittadino non ha certo interesse ad avere un certificato scadente, l’impiegato può trovare più comodo prendersela comoda.
Per quanto riguarda la soddisfazione del servizio sono d’accordo (ma si chiama utente, il cliente è un’altra cosa).
Però, contrariamente a quanto molti pensano, è molto importante anche il parere dell’impiegato pubblico se vuoi rendere efficace ed efficiente un servizio. Non servono ricerche affannose, grandi commissioni di studio, pseudo-esperti o altre cose tanto complicate quanto aleatorie: basta chiedere ai diretti interessati. Quando in un ufficio si lavora male, i primi a rimetterci sono proprio gli impiegati.
Invece gli impiegati non vengono interpellati, i dirigenti (uno dei problemi principali) non si toccano, e tutto continua allegramente ad andare a sfascio.
Il ma anche non mi piace.
E’ sempre stato un buonissimo pretesto per non cambiare.
p.s
Non sono in grado di apprezzare il distinguo tra cliente finale e utente. Io avevo in mente la Customer Satisfaction. Tu?
C’è una differenza sottile, nella vendita di un prodotto o servizio privato conta molto anche il fatto che di solito c’è concorrenza: se non mi piace un professionista o un commerciante vado da un altro, probabilmente mi costa pure meno (concorrenza).
Nel pubblico l’utente non ha questo vantaggio di solito (a parte per gli ospedali che ognuno va dove gli piace di più, se c’è posto), la scuola è quella, il comune è quello, l’ufficio anagrafe è quell’altro, o prendi o salti dalla finestra.
Quindi propongo anche la riflessione opposta: lo stato non deve essere arrogante ne proporre servizi scadenti ricattando i cittadini, il fatto che sia stato e quindi detenga il monopolio di certi servizi non deve essere un alibi per erogarli a casso di canide.
continuando l’ot ma non troppo:
Non cliente ma utente, soddisfatto secondo la SUA percezione per prima, poi si calcola quella di chi quel servizio eroga (ma di solito vanno pari passo), poi si sta attenti a non far diventare un business a scapito del servizio, o a non far diventare il disservizio un business (che accade, eeeeeh se accade)..
Di contro si deve però stare attenti a non sprecare l risorse.
Quindi in ultimo: lo stato NON deve creare lavoro affatto, deve crearne appena quanto basta per erogare i propri servizi di qualità costando il meno possibile con meno personale possibile.
mi sta bene
Pongo un fatto che mi ha colpito molto…
Qualche giorno fa ho letto sulle cronache della mia città che la RADICIFIL, una azienda con sedi in tutto il mondo, chiude la sede italiana (di Pistoia) e mantiene le altre (in USA; Germania ecc.).
Poi altrove leggo che da noi il lavoro è tra i meno pagati di molti paesi industrializzati…
Qui la logica mi si spezza, se costa meno il lavoro da noi, perchè le ditte estere se ne vanno?
Qualcuno lo sa?
Non posso dare risposte certe, nè essere esaustivo, ma abbozzo alcuni spunti.
Il lavoro in Italia è tra i meno pagati, ma nei confronti del dipendente; per le aziende il costo del lavoro è molto più alto.
Inoltre ci sono aspetti che, anche al di là dei costi, rendono un paese più o meno interessante per gli investimenti. E su questo fronte credo che l’Italia abbia ben poco da offrire.
[polemic mode ON]
Infatti il governo sta cercando in tutti i modi di abbassare il costo del lavoro per le imprese, se serve abbassando anche gli stipendi; semplificare la vita alle imprese eliminando vincoli e controlli; abbassare in ogni modo le tasse ai più ricchi facendole pagare a tutti gli altri; stroncare con la violenza ogni forma di protesta in modo da rendere più semplice la vita alle aziende nei rapporti con i dipendenti e con la cittadinanza.
Continuando così (e non c’è motivo di pensare che la cosa possa cambiare direzione) saremo ben presto a livello di quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”, e aprire uno stabilimento da noi sarà interessante come lo era anni fa per noi aprirlo in Albania, Polonia, Cina, ecc.
[polemic mode OFF]
Al di la della parte polemica, che non vedo affatto realizzarsi (i costi per le aziende si alzano di anno in anno, così come gli adempimenti) rimane il punto focale… il mondo del lavoro è un mercato, a parità di costi devono esserci dei ricavi, se questi non ci possono essere per uno stato onnivoro che mangia le risorse e non rende affatto facile crearne… quindi delle due l’una se chi lavora prende meno qui dovrebbe essere appetibile, invece non lo è…
Il punto è che le aziende in italia, quelle che reggono TUTTA l’italia non sono la fiat ecc. ma le PMI, senza le quali NULLA esisterebbe in italia.
E queste sono sempre state lasciate a se stesse, ma oggi sono queste che sostengono tutto.
Vediamo cosa succede tra un po.
Se sia per un motivo o per un altro è poco importante anzi, per niente, visto il risultato.
Hai assolutamente ragione, e chiedo venia per l’imprecisione. Quando parlavo di favori che questo governo fa alle imprese, non mi riferivo a tutte le aziende, ma solo ad alcune (Fiat, Enel, Eni, Telecom, Mediaset, ecc.). Le altre, le famose PMI che hanno fatto grande l’Italia, non vengono minimamente considerate.
Hai ragione Oris: le aziende non possono essere genericamente messe tutte in un unico calderone.