L’uomo senza ombelico 10


Dice che la notte tra sabato e domenica non dormì. Il tempo di spegnere la luce, di tirarsi la coperta sulle spalle, ed ecco il solito pensiero che veniva a chiudere l’uscio. Che il suo mestiere era di imbarcare i coatti che il tempo abbandonava sulla riva del giorno e di traghettarli dall’altra parte, alla Sponda d’Occidente. Per toglierselo di torno biascicò il consueto guazzabuglio di padrenostro e d’avemaria (brandelli d’un esorcismo imparato da bambino) e con quel viatico s’inoltrò nella terra di nessuno che è l’attesa del sonno, una palude che svapora fantasmi, che sono stati sogni prima di diventare ricordi.

Dice che il primo che incontrò fu un omone che parlava fra sé, fissando qualcosa nel buio. Galbusera, che non conosce una parola d’inglese, ricorda perfettamente le sue parole.

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The man without a navel yet lives in me … – si andava ripetendo lo sconosciuto, guardando  qualcosa in alto,  che poteva essere la guglia di una cattedrale inesistente.

– Sir Thomas, – gli rispose una voce dal basso – voi sapete come me che Adamo l’ombelico ce l’aveva. Eccome, se ce l’aveva! –

Stava accoccolato sui talloni, nero contro il nero dell’uscio. Da quel poco che si riusciva a vedere pareva un rabbino sefardita, di piccola statura.

L’omone si volse.

– Non era un ombelico vero, Rafael.

– Ah no? E cos’era allora? L’ombelico è, o non è! – ribatté severo il rabbino, togliendosi dallo stipite.

Sir Thomas scosse la testa: gli ebrei! se li cerchi si lamentano, se non li cerchi ti cercano loro! Si raccolse sul ventre la zimarra di panno grosso, se l’allacciò facendo passare i bottoni di corno negli alamari di cordoncino rosso, se la lisciò sul sedere e si accomodò direttamente sullo stomaco di Galbusera. Gli fece cenno di non preoccuparsi, era questione d’un attimo.

– Voi sapete, – enunciò allo stipite, come se si rivolgesse a una scolaresca, – che il principio di ragion pura esige che non vi sia effetto senza causa: per cui non c’è ombelico senza madre, che non può essere fuori del tempo, il quale inizia con la creazione di Adamo, che dunque non può avere né una madre, né un ombelico. –

– E voi sapete che l’istante della creazione, per essere tale, comporta non solo un infinito futuro, ma anche un infinito passato! – replicò Rafael, riaffacciandosi.

– Solo per chi se lo può permettere! – tagliò corto Sir Thomas.

S’accostò all’orecchio di Galbusera. La sua voce si fece sottile sottile, e liquida,  penetrandogli direttamente nel cervello come un filo d’acqua in una terra riarsa:

– Ora, gli uomini, cosa hanno d’infinito?- gli chiese.

Gli rivelò come il tempo sia nient’altro che un fiume che viene dal futuro, che sta alle spalle degli uomini, che in questo modo possono vedere soltanto il proprio passato. Che non è infinito come dice Rafael, né potrà mai esserlo.

Gli rivelò che Adamo, il primo che s’immaginò una possibilità diversa, si ritrovò nella scomoda posizione d’un gatto tenuto per la collottola, sospeso sul nulla, con lo sguardo rivolto all’acqua che va.

– Successe precisamente, – la voce era tornata alla sua dimensione normale, – quando si spencolò nel nulla per coglierne il frutto. –

Si fermò per dare tempo al rabbino di replicare, ma quello se ne stette in silenzio, col mento sul petto, come se non avesse udito. Sir Thomas ci rimase male.

– L’albero stava dall’altra parte dell’Universo Oceano, – riprese dopo un po’ – e Adamo, che non c’era mai stato, vi si diresse, sicuro di poter camminare sulle acque come faceva normalmente Dio, che andava e veniva quando gli pareva. Grande fu la sua sorpresa nel ritrovarsi invischiato in una nebbia solida, sopra un mare immobile, come un uccello in una pania di fumo congelato. L’Oceano, fronte interrogativa di fanciulla, s’increspò: ciò che aveva atteso per infiniti secoli era dunque quel nulla che gli stava sopra? Ma, se lo pensò, saggiamente non lo diede a vedere. Ligio alla Volontà Superiore, l’Universo Oceano ruppe gli indugi e, fattosi mare, si riversò nel solco del tempo, dove prese a fluire nei secoli dei secoli; dove scorre tuttora, con la terra, il cielo e tutto ciò che ci sta dentro. Dopo di che vennero la notte e le altre cose. –

– Sì, ma quella notte fu solo l’ultima di un’infinita serie che l’aveva preceduta. – puntualizzò Rafael. Incurvò la schiena e prese a grattarsela di gusto contro lo stipite.

– Come vi pare a voi … – l’omone tornò da Galbusera. Rifece la voce piccola piccola:

– Tutti questi secoli di cui parla Rafael esistono solo nella cosmogonia rabbinica.- gli confidò – Il tempo esiste perché scorre e scorre solo per noi: per chi altri se no? –

– La vostra superbia vi ha già procurato un sacco di guai! – gracchiò il rabbino, che doveva avere un udito finissimo, – E altri, ancora peggiori, ve ne porterà in futuro! –

– Ma vi rendete conto che in questo modo voi fate torto, oltre che alla nostra intelligenza, soprattutto al buon senso di Dio? Come potrebbe negare il valore del tempo, senza negare con ciò stesso il nostro valore, cioè all’opera sua?

– E come potrebbe non potere? – ribatté il rabbino – Come potete pensare a un inizio fatto apposta per noi, che duri tuttora?

– Ma perché ce l’ha confermato lui stesso, incarnandosi per alleviare la sofferenza dell’uomo senza ombelico che ci portiamo dentro!

La faccia del rabbino s’illuminò.

– Badate, non è così, non lo è, ma se fosse vi risponderei: embé? non avete visto com’è finita? Non vi è bastato?

– E voi credete che non lo sapesse, quando scelse la Palestina?– La risata dell’omone fece sussultare Galbusera come se scaturisse dal suo stesso petto.

Questa volta fu il rabbino che ci rimase male:

– Vi rendete conto? Vi rendete conto che in un colpo solo, voi avete bestemmiato Iddio e irriso al suo Popolo!?– Lo sommerse un’onda di disgusto. Gli andò per traverso. Scatarrò violentemente per liberarsene, facendosi paonazzo. Si fermò ansimando. Dalla sua bocca rimasta sulla O di Popolo, il respiro passava sibilando, come libeccio in alto mare da un boccaporto spalancato. Inghiottì. Strabuzzò gli occhi, si sgrullò da capo a piedi come fa il cane per liberarsi dalla pioggia. Volse le terga e abbandonò il campo: quel che è troppo è troppo!

Trascorse l’aria lo stropiccio dei suoi passi fuggitivi. Calò un silenzio gelido, rotto soltanto dal fluire circolare dell’Universo Oceano.

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Il peso di sir Thomas si fece intollerabile. Galbusera, pur sapendo che era proibito, prese a sfilarglisi cautamente di sotto, centimetro dopo centimetro, trattenendo il fiato. Teneva gli occhi serrati, sperando che bastasse per non essere visto. Il cunicolo era inclinato, stretto, matematicamente buio. Come sentì un alito di vento in faccia tastò cautamente intorno con le dita: era come palpare l’orlo fradicio d’un pozzo. Si afferrò ai bordi e fece forza sulle braccia. Ripeté l’esercizio più e più volte, senza riuscire a tirarsene fuori. Ogni volta, appena i gomiti giungevano all’altezza del bordo, qualcosa lo riprendeva e lo tirava giù. Una cosa che era nell’informe mare sottostante: le braccia d’una colonia di gorgonie, la banderuola sfrangiata d’un piroscafo colato a picco nella tempesta d’un lontano ottobre, un’onda di marea che ritraendosi lo riprendeva con sé. Annaspò freneticamente sull’orlo del panico. Stava per lasciarsi andare quando si ritrovò qualcosa di solido sotto le dita, poteva essere una corda, o una cima, o un cappio …

Il tempo d’afferrarlo e sentì gridare il proprio nome dall’altra riva. Lo stavano cercando. Dunque il suo legame col tempo era al punto di rottura. Con cautela tentò la cima. Lentamente trasse verso di sé la riva, una bracciata, una seconda. Poi si fermò. Lo fermò la cima lenta tra le mani, spezzata nel buio, dove non si vede. E si sentì salire, palloncino cui sia stato reciso il filo, in un mare blu. Doveva essere morto. Essere morti non è così male. Morire non è poi così difficile. Stava come un capitano, a poppa, che guardi il mare scuro allontanarsi, incredulo di avere doppiato Capo Horn.

Dice, a malincuore, che in quel punto il mare si ritrasse e l’abbandonò sul suo solito letto, come un relitto sulla riva, in un crepitare di ghiaie. Dice che allungò le dita per cercare la lampada. Qualcosa gli cadde di mano e rotolò sul pavimento. Trasalì. Al fioco lume della lampada da notte, frutto amaro del giardino dei sentieri che si biforcano, per un attimo, distinse nettamente sul pavimento l’ombra di un bottone di corno in un’asola di cordoncino rosso.


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