L’Uomo di Baku 1


Sono seduto nella terrazzina all’ultima luce del pomeriggio. In questa valle il tramonto non esiste. Il sole si spegne come se fosse comandato da un interruttore cadendo dietro le montagne. Roberto, dai grandi occhi chiari, sorride e guarda sua moglie che chiacchiera con la madre di mia figlia, mia figlia che corre nel prato insieme alla sua amica sollevando migliaia di semi di tarassaco che ricadono lentamente.

Vedere quelle leggere scintille veleggiare nella luce dorata mi porta alla mente un antico ricordo. Forse era il novantaquattro, forse era la Jugoslavia, ma non lo ricordo per certo. Avevamo preso prigioniero questo mercenario che diceva di essere russo, di venire da Baku. Io non sapevo dove fosse Baku, né mi interessava. So solo che a un certo punto ha tentato di scappare via, io l’ho rincorso per un po’, ma poi quando ho capito che correva troppo veloce per me, ho alzato il fucile e gli ho sparato in mezzo alla schiena. Lui è caduto con la faccia in avanti, le braccia aperte come un Cristo. Nell’aria si sono alzati mille e mille di questi semi bianchi, come se la sua anima si fosse fatta polvere e fosse volata via.
Per me allora la morte era un gioco. La mia, quella degli altri, era come una luce che resta accesa fin quando l’interruttore non la spegne. Ora della morte ho paura, perché è peggio di una luce che si spegne. Può diventare un buco incolmabile nella vita. Un chiodo piantato malamente nel palmo della mano.

Chiamo mia madre che è già a letto a dire le preghiere. Torno in terrazza. Roberto tossisce. Ha gli occhi lucidi, forse ha un po’ di febbre. Dico che è meglio rientrare perché inizia ad alzarsi il vento. Le bambine continuano a giocare. Le tende si sollevano e l’aria fresca pizzica la pelle. Da qualche parte arriva il suono di una canzone accompagnata dai bonghetti. Oggi è il primo maggio e abbiamo finito col fare la rivoluzione con i bonghetti. Il cielo, a Est, è diventato improvvisamente scuro. Nell’aria che ormai si è fatta fredda, si sente già l’odore della pioggia che sta per arrivare.


Un commento su “L’Uomo di Baku

  • Antonello Puggioni

    Letto e riletto tante volte, e ogni volta riaffiorano i versi del poeta:
    “Ma io, sempre estraneo, sempre penetrando
    il più intimo essere della mia vita,
    vado dentro di me cercando l’ombra.”
    (F. Pessoa)
    Speriamo che la pioggia si porti via un po’ di lacrime.

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