L’uomo del miele 17


I tre uomini erano giovani, alti ed atletici. Si muovevano con sicurezza, mentre si avvicinavano al loro obiettivo sapendo cosa fare. La chiamarono con voce bassa e senza sprecare parole, quasi solo dei suoni. Lei, dalla pelle rosea ed ancora molto giovane, si avvicinò  senza timore, era abituata ad essere chiamata con quei modi, lo facevano in tanti.

Uno dei tre, quello che sembrava il capo, si mise la mano tasca e tirò fuori qualcosa che suscitò subito l’attenzione interessata di lei. Quando furono a contatto, l’altra mano di lui che era rimasta nascosta, mostrò per un attimo la presenza di una pistola, poi rapidamente lo sparo quasi silenzioso in mezzo alla fronte ed il salto con cui le montò a cavalcioni per bloccarne i poderosi sussulti dell’agonia. A quel punto l’uomo riprese a parlarle, mentre le tagliava la gola con un gesto preciso e di velocità misurata. Le parlò con una voce profonda ed il tono rude di un padre poco incline alle tenerezze, che volesse fare accettare ad una bambina piccola la sbucciatura delle ginocchia per una caduta, e l’inevitabile dolore. In un breve lasso di tempo la bestia appena prima viva, giacque dissanguata, squartata e priva delle budella che i tre uomini esaminarono attentamente, fieri della manifesta salute dell’animale.

Ci vuole maestria anche nell’uccidere.

La maggior parte di noi, dovendo compiere quei gesti, precipiterebbe in un incubo di sangue e di sofferenza: la vittima che fugge, o che attacca, le ferite causate con imperizia e difficilmente mortali, una agonia inutilmente lunga e dolorosa, un grande pericolo per tutti, carnefice e vittima, che si tratti di un animale o di un uomo.

Non c’è dubbio, abbiamo perso una quantità di conoscenza nel corso del tempo, dall’accendere un fuoco all’usare una pietra od un bastone. Quanti di noi conoscono l’arte di preparare una lenza, legare un amo con efficacia e richiamare dei pesci?

Mio padre da ragazzo, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, era capace di catturare gli uccelli usando due pietre ed uno stecco e mi ha sempre parlato con rimpianto di quel suo spavaldo girovagare per i boschi, padrone dei suoi gesti.

Certo, non ha mai letto un libro di biologia e ricordo ancora la cattiveria con la quale lo scandalizzai mostrandogli apposta, sapendo del suo pudore atavico, le foto della gestazione umana, degli organi genitali e delle  loro sezioni anatomiche nel libro di liceo, invece di ringraziarlo per avermi fatto procedere dopo e più avanti di lui, sul percorso della conoscenza moderna.

Sono stato abbastanza feroce con lui, gli ho rubato con gli occhi tutto quello che ho potuto perché si è comportato con me secondo quella vecchia scuola, istintiva e naturale, del non insegnare niente ma del lasciare imparare a tentativi, che mi sono costati ferite fisiche e pericoli mortali che lui tuttora nemmeno immagina. Mi sono staccato l’intera unghia di un pollice usando il suo coltello preferito, affettandola via insieme al legno del bastone che volevo appuntire. Mi sono trapassato con un chiodo la pianta di un piede, vagando per le discariche in luogo dei mitici boschi da lui descritti, ed ho contato a ritroso i giorni della Quaresima, perché ai miei tempi si diceva che il tetano venisse entro 40 giorni dalla ferita. Mi sono infilzato un dito del piede con la sua micidiale fiocina artigianale, quella che usava per catturare polpi gustosissimi ed ho imparato a nuotare semplicemente buttandomi a mare un giorno, solo e senza avvisare nessuno, dopo avere aspettato che si allontanasse per la sua abituale battuta di pesca subacquea. Ho messo in cortocircuito l’interruttore generale di casa ponteggiandolo con della treccia di fili di rame, per poi guardare lo schiocco ed il lampo di quella energia elettrica che era oggetto misterioso del suo lavoro. Ma non ho mai aperto bocca, ho avuto fortuna ed ho imparato a non sottovalutare per nessuna ragione l’intraprendenza dei bambini, cosa che ho speso anni dopo con i miei figli.

L’ho odiato e trattato male talvolta per una certa sua inutile crudeltà, come quando uccise, al termine di una splendida giornata di mare davanti ad Isola delle Femmine, un grosso topo terrorizzato, sparandogli con il suo fucile da sub con tale determinazione da sacrificare persino la fiocina, lasciandola conficcata nell’animale, pur di uccidere.

Ma erano altri tempi, tempi in cui un bambino come me, pochi anni prima, dall’altra parte d’Italia,  aveva dovuto accettare che il vitellino nero, nato nella stalla attigua alla casa e visto crescere per un breve lasso di tempo, fosse venduto  al macellaio del paese ed ucciso.

Quel giorno io lo volli seguire e nessuno, avevo solo sei anni, fece niente per  fermarmi. L’odore buono di fieno e di latte che sentivo ogni giorno al momento della mungitura, il misterioso ed affascinante scorrere del rivolo di urina della mucca, che veniva canalizzato verso il centro del cortile in un tombino, da un apposito solco nel cemento, assieme al tranquillo chiocciare delle galline, erano consuetudini sempre uguali e sempre diverse, rotte a tratti dalla nascita dei pulcini ed un giorno, meraviglia tra le meraviglie, dalla nascita del vitello. Io lo andavo a trovare ogni giorno, seguendone la crescita, anche se da subito mi avevano detto che sarebbe stato ucciso, suscitando in me un misto di incredulità e di scettica speranza che non fosse vero. Poi il giorno arrivò e tutto si svolse in maniera sobria e veloce, come nelle esecuzioni giudiziarie. Io improvvisamente non provai più niente e ricordo che esaminai le mie emozioni come dall’esterno, la cosa mi stupiva, ero al cospetto dell’ineluttabile. Il macellaio legò una corda al collo del vitello ed in una processione bizzarra e con i soli rumori di scena, percorremmo le poche decine di metri giù per la discesa, dalla stalla fino al capannone del mattatoio: il macellaio, che camminava lento tenendo un capo della corda, il vitello, che lo seguiva docile e per ultimo io. Nessuno parlò ed ognuno fece ciò che gli era proprio, io guardavo, il macellaio lavorava ed il vitello andò a morire.

Senza emettere alcun  suono il vitello si lasciò legare ad un paranco dal quale scendevano due catene che vennero fissate alle sue zampe posteriori. Poi il macellaio iniziò a tirare una terza catena che, attraverso il meccanismo, tese le altre due con lentezza, in assurdo contrasto al  tintinnio veloce dello scorrere delle maglie, finchè il vitello fu appeso per le zampe a testa in giù, aperto come in croce. A quel punto l’uomo gli tagliò la gola per farlo dissanguare e dopo lo aprì a metà dal ventre al collo, in senso verticale. Una cosa viva si trasformò in una cosa morta e questo fu tutto, senza disordine.

Eppure quel mondo arcaico e di sapiente ferocia, le cui ultime onde hanno sciabordato fino alla nostra epoca, mi ha insegnato il rispetto per la natura e per gli esseri viventi. Ho visto, dopo di allora, sgozzare ed uccidere in altri modi altri animali, che poi avremmo mangiato, ma ho sviluppato un mio punto di vista.

L’ultima volta che sono andato a pescare con mio padre, avevo circa 15 anni ed ero in pieno conflitto adolescenziale. Era una giornata di bora tesa ma non troppo forte e pescavamo con il piombo di grossa grammatura, sapevamo che quel tempo rendeva i pesci voraci. Ebbi la fortuna di allamare un enorme “sparo”, un gustoso parente delle orate,  dopo una dura lotta al limite della rottura della lenza riuscii a portarlo a riva. Intorno a noi si era creato un capannello di curiosi  che facevano il tifo. Mio padre guardò avidamente la mia preda ed io me ne accorsi. Con gelida calma, slamai il pesce e con un gesto plateale lo ributtai a mare. Penso di avere seriamente rischiato la vita, a giudicare dai lampi che uscirono dai suoi occhi ma egli fu forte e non raccolse la mia provocazione, resistendo a qualunque gesto di rabbia, un’altra inconsapevole lezione che avrei speso anni dopo con i miei  figli.

Anche se ho smesso di pescare da decenni, perché non si può approfittare di un mare ormai esausto, ricordo fino a poco tempo fa le infinite discussioni con mamme atterrite da violenza ed aggressività, come se negandole si potesse esorcizzarle, indifferenti però all’oceano di violenza che esce dai media. Una sera, tornando a casa, trovai mio figlio piccolissimo che cantilenava “oggi sono morti dieci Marines, oggi sono morti dieci Marines…” seduto davanti al  TV color alta definizione. E mi sono ricordato la dolcezza con cui mia madre e mio padre mi coprivano gli occhi quando negli anni ’60 apparivano alla nostra televisione in bianco e nero, le innocue e sfocate immagini di guerra del VietNam. Ma una differenza c’era: loro la guerra l’avevano annusata, vista, sentita e temuta.

Eppure, se si osservano attentamente i gesti dei bambini fino ai tre anni, ci si accorge di quanto siano esperti nel divincolarsi o nell’impedire di farsi togliere qualcosa dalle mani meglio di un maestro di ju-jitsu, e di come stiano seduti a terra ritti sulla schiena, senza aver mai frequentato un corso di yoga. Sappiamo per istinto più cose di quante poi ricordiamo. Mi sono sadicamente divertito a ricordare ai  bambini le nostre origini di cacciatori: è un fatto. Ma non mi sognerei mai di mangiare bistecca di orso, come invece fanno di gusto certi parolai antiviolenza. Mi sembrerebbe di mangiare un aristocratico signore, fiero e solitario, capace di sedurre le femmine della sua specie con modi da selvatico gentiluomo. Un quasi fratello gourmet, che non a caso in certe lingue viene chiamato “l’uomo del miele” [n.d.a. – slavofoni: medved]. E se le bistecchine riposano ormai a centinaia di chilometri dal luogo del sacrificio del vivente a cui sono appartenute, dandoci l’illusione che dietro ad esse non ci sia violenza, non ci sottraiamo dall’aggredire il mondo con la ciclopica quantità di immondizia letale che deriva dal nostro modo di vivere asettico ed apparentemente imbelle.

Prendo schiaffi ogni giorno su entrambe le guance, tanto che non ho bisogno di porgerle alternativamente ed il gioco delle forze contrapposte mi rende immobile. Non reagirei mai con la violenza, credo, ma non sono disposto a rinunciare alla mia aggressività. La coltivo e la fortifico, è una  dote che mi ha dato la Natura e che conosco per averne visti  gli effetti con i miei occhi.

Mio padre non va più a pesca, è troppo vecchio. Alcuni anni fa portò a casa un  grosso polpo ancora vivo, lo tenne a casa per un giorno o due, senza decidersi a cuocerlo. I polpi sono molto sensibili emotivamente e possono svenire. Io capitai là per caso proprio mentre era svenuto e sbiancato, non sapevamo con certezza se fosse vivo o morto ma ad un certo punto decidemmo di riportarlo al mare. Arrivati sul molo depositammo la povera bestia sulle pietre e quella, sentendo senza naso l’odore del mare, si riprese con un vigore inimmaginabile e camminando letteralmente irta sugli otto tentacoli, con nostro grande sollievo, raggiunse il limitare della banchina e si tuffò.

Di Django


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