Lou Reed
19 agosto, 2007 di serpiko
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La mia domenica mattina estiva tipo, soleggiata e leggermente ventilata, rilassata e delicata nei suoi gesti, proveniente da un sabato sera non troppo trimalcionico ma non per questo completamente cicatrizzato, con gli occhi ancora velati di quella patina che solo un riposo profondo e metabolizzato può regalare, inizia dal rock di Lou Reed.

Ho “conosciuto” questo personaggio insolito ma non troppo anni e anni fa per mano di Red Ronnie e delle sue trasmissioni tv; da allora non m’ha più lasciato. Chiarisco: non si tratta di un amore adolescenziale come lo sono stati i Doors, non è il mio baricentro musicale d’età matura come lo sono i Police, non è un flirt come attualmente lo sono i Sigur Ròs e non è nemmeno un poco velato fastidio come lo sono i Beatles. Niente di così catalogabile. Mi avvicino a Lou Reed con quella fallace presunzione che spesso si ha nei confronti di cose di cui si dà per scontata l’immutabilità: quanti paesi a noi circostanti possiedono opere o monumenti interessanti che non abbiamo mai visitato perché “tanto stanno sempre lì, posso andarci quando voglio”?
Trovo che Lou abbia fatto poco-nulla di realmente originale e che il suo personaggio, fosse esploso fuori dai discussi anni degli eccessi e dell’ispirazione chimica, avrebbe trovato una visibilità assai inferiore. C’è però un particolare che continua a stupirmi nella sua costanza e franchezza: l’incedere dei suoi brani, siano essi lenti come Perfect Day o quasi discoseventies come Satellite of Love, sembra vincere l’inerzia e proseguire all’infinito. L’ascoltatore raramente ha modo di comprendere quando arriverà la fine del pezzo e rimane in balia del ritmo per poi sorprendersi quando esso finalmente si risolve; inspiegabilmente, tra l’altro, il finale arriva al posto giusto, non avrebbe potuto essere né prima né dopo. Come un’equazione: quand’è risolta, è risolta.
Ancor più inspiegabilmente la cosa tende a ripetersi negli ascolti successivi ai primi: dire che Lou riesce a far perdere la traccia della memoria musicale sarebbe esagerato, sicuramente riesce a confondere le acque con stile non-zappiano, ovvero senza aiuti dalla propria genial-pazzia.
Intendiamoci: non tutti sono dei capolavori, anzi! Ma Heroin ha il ritmo esatto del mio risveglio.
E’ domenica, è mattina, c’è il sole, sono in ferie e siamo in piena estate: nello stereo passa Lou Reed, e ci sta proprio bene.
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Veramente un bel pezzo. Complimenti!
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“Trovo che Lou abbia fatto poco-nulla di realmente originale e che il suo personaggio, fosse esploso fuori dai discussi anni degli eccessi e dell’ispirazione chimica, avrebbe trovato una visibilità assai inferiore.”
devo dissentire; la produzione dei velvet underground è prodromica a molto di ciò che l’america ha esportato negli ultimi 30 anni, nonchè a parecchi generi europei, anche molto recenti.
bell’articolo comunque
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Beh, credo che “Velvet Underground e Nico” stia alla storia del rock come “Piccolo Mondo Antico” a quella della letteratura italiana. Se non è indispensabile, ben poco ci manca.
Ma diverso è il discorso per il Lou cantante solo: forse smarrisce parte dell’alchimia della band ma fatto è che non raggiunge certe vette più volte scalate all’interno della formazione che citi (e che amo, invero). Come dire che in gruppo rendeva meglio. Almeno credo.
Grazie dei complimenti!
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I velvet underground hanno cambiato la musica.
In effetti i brani del loro primo album mi trasportano altrove come certi pink floyd e certi black sabbath.
Heroine è un manifesto della mia incapacità di descrivere quel tipo di sensazione.
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