Anche se è uno Zombie Innocuo, la “Class Action” all’Italiana fa Paura a Confindustria


Come descritto di seguito dall’autore, la Class Action italiana è frutto di un incidente di percorso del precedente governo ed è sostanzialmente una versione “annacquata” rispetto alla legge corrispondente americana. Ciò nonostante, il governo in carica ha pensato bene di rimandarne l’applicazione dal 29 giugno 2008 al 1 gennaio 2009dopo un percorso di revisione con le parti interessate“. Percorso che, probabilmente, porterà ad un ulteriore diluizione del provvedimento con buona pace degli interessi dei consumatori e a tutela di quelli di Confindustria che non ha mai gradito la legge. Siamo stati facili profeti. (N.d.R.)

L’ultima finanziaria varata dal fu governo Prodi ha visto passare per il rotto della cuffia un emendamento dei senatori Manzione e Bordon riguardante l’introduzione in Italia della cosiddetta “class action”.
Intendiamoci: è pressocché certo che l’unico vero scopo dei due affidabilissimi senatori fosse quello di far intrampolare il governo sui propri paradossi. Un errore di un senatore dell’opposizione ci ha invece regalato la “class action”. Ma tant’è. Del resto, è il dramma dell’elettore di centrosinistra: sperare sino all’ultimo nell’Alzheimer dell’opposizione.

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La “class action”: lo spauracchio dei grandi gruppi multinazionali, la bomba atomica degli indifesi, l’anti-Enron, il contro-Parmalat. L’alito del proletariato zombie di Romero sul collo dei consiglieri di amministrazione di mezzo mondo.
Da più pulpiti si è commentata la notizia, da un lato salutando con entusiasmo quella che è “una svolta decisiva verso una migliore tutela dei diritti dei consumatori e anche uno stimolo per le aziende ad operare nell’offerta di beni e servizi senza clausole vessatorie, senza pubblicità ingannevoli e all’insegna della qualità e della trasparenza” (Movimento consumatori); dall’altro stigmatizzando “un provvedimento che rappresenta una pesante minaccia per gli unici soggetti che possono assicurare la crescita economica” (Confindustria).
Vediamo di capirci qualcosa.

NEGLI USA.
La c.d. “class action” statunitense è un istituto giuridico che prevede che uno o più soggetti (che si pongono come rappresentanti di una “classe” di individui lesi in un medesimo diritto) possano in via eccezionale promuovere un’azione civile per conto proprio e, nello stesso tempo, in rappresentanza di tutti i membri della stessa “classe” che si trovino in situazione analoga, in tutti i casi in cui una questione presenti elementi di fatto o diritto comuni a un numero di soggetti così grande da rendere impossibile la presenza di tutti gli interessati in un unico giudizio. Gli esempi sono molti, e in generale riguardano casi concreti in cui grandi imprese abbiano causato (anche al di fuori dell’attività commerciale in senso stretto) danni diffusi e consistenti ad una vasta platea di consumatori. La class action, oltre ad essere un indubbio strumento di giustizia per i consumatori, risponde a più che meritevoli esigenze di economia processuale (ossia: invece di fare mille cause per mille azionisti, o obbligazionisti, o consumatori, ne facciamo una collettiva).
Il singolo cittadino, in sostanza, può recarsi dal giudice e farsi promotore di un’azione di “classe”: il giudice ha il compito di verificare l’ammissibilità di tale azione in base ai presupposti di cui sopra, nonché alla constatazione dell’effettivo vantaggio dell’azione collettiva – rispetto a quella individuale – per il singolo. Se il giudice ammette la domanda, la causa inizia e gli effetti del giudicato – se nessuno si oppone – si espandono automaticamente a tutta la “classe”, a prescindere dal consenso del singolo (una volta ammessa la domanda, cioè, si presume che la classe sia d’accordo): ogni consumatore può, tuttavia, tirarsi esplicitamente fuori dalla causa collettiva prima della sentenza (è il così detto “opt-out”).

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L’EMENDAMENTO MANZIONE-BORDON.
La “class action” Manzione-Bordon, invece, è una cosa del tutto diversa.
Esso ha emendato, oltre che la finanziaria, il codice del consumo del 2005, il quale già prevedeva perlomeno la possibilità, per le associazioni dei consumatori, di promuovere azioni collettive meramente inibitorie nei confronti di atti e comportamenti lesivi dell’interesse dei consumatori, nonché di rimuoverne i relativi effetti. Non erano dunque previste azioni collettive risarcitorie né risolutorie.

Viene previsto che “le associazioni dei consumatori e degli utenti” facenti parte del CNCU (organo dello Stato, facente capo al Ministero delle Attività Produttive), “fermo restando il diritto del singolo cittadino di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti […] possono richiedere singolarmente o collettivamente al tribunale del luogo ove ha la residenza il convenuto, la condanna al risarcimento dei danni e la restituzione delle somme dovute direttamente ai singoli consumatori o utenti interessati, in conseguenza di atti illeciti commessi nell’ambito di rapporti giuridici relativi a contratti cosiddetti per adesione […] che all’utente non è dato contrattare e modificare, di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali illecite o di comportamenti anticoncorrenziali, messi in atto dalle società fornitrici di beni e servizi nazionali e locali, sempre che ledano i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti”.

Rispetto alla “class action” degli zombie americani, dunque, qui si ha una legittimazione ad agire praticamente esclusiva delle associazioni dei consumatori, e, tra esse, soltanto di quelle facenti parte del CNCU. Il singolo cittadino, in quanto tale, può comunque esperire la sua domanda individuale, ma non potrà mai proporre azione collettiva a vantaggio di tutta la “classe”, né potrà farlo tramite comitati o associazioni non presenti nel CNUC (a meno che, secondo l’emendamento Manzione-Bordon, non vi sia autorizzazione tramite Decreto Ministeriale del Guardasigilli).

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Anche la procedura differisce molto da quella statunitense: una volta promossa l’azione collettiva, ed emessa una sentenza di condanna ai danni dell’impresa, con quest’ultima non viene immediatamente liquidato il risarcimento (o la restituzione dei prezzi) ai singoli consumatori, in base alla somma totale; la sentenza si limita a determinare i criteri in base ai quali deve essere fissata la misura dell’importo da liquidare in favore dei singoli consumatori o utenti. Il giudice, contestualmente alla condanna, dovrà istituire presso il Tribunale un’apposita Camera di Conciliazione per definire, “con verbale sottoscritto dalle parti e dal presidente, i modi, i termini e l’ammontare per soddisfare i singoli consumatori o utenti nella loro potenziale pretesa”. Se la conciliazione non dà buon esito, il singolo può proporre singola azione davanti al giudice. Insomma, un sistema macchinoso e molto poco ossequioso dei principi dell’economia processuale.

Senza contare che la legittimazione esclusiva delle associazioni facenti parte del CNCU delude di molto chi si aspettava una “class action” all’americana, che fosse strumento di tutela di tutti i consumatori, anche intesi singolarmente. Non serve aggiungere che all’enorme potere conferito alle associazioni è bene si affianchi anche un maggiore controllo pubblico in seno ad esse, dato che l’emendamento tace in merito a specifici criteri di ammissibilità dell’azione collettiva (legati, magari, al numero di associati effettivamente interessati all’azione); per questioni di onestà e chiarezza, molti elementi degli enti associativi dovranno a questo punto essere vagliati e controllati, e penso in particolare ai legami con la politica (che non sono, per quanto già se ne sa ora, affatto assenti). Il problema non è da sottovalutare, ove possa configurarsi il rischio che questa strana “class action”, da gentile concessione al popolo-zombie, possa diventare in realtà un mezzo alquanto pulito di regolamento di conti tra poteri forti: mettere in ginocchio un’impresa avversaria non sarà affatto difficile, dato che l’emendamento prevede – tra le altre cose – che, in caso di sconfitta giudiziaria anche parziale, l’impresa convenuta sostenga la totalità delle spese processuali (senza contare il “danno morale” e d’immagine immediatamente successivo alla chiamata in giudizio, che, a differenza di quanto accade negli Usa, non è sottoposta a particolari filtri). E lasciatemelo dire: che sia messa in ginocchio un’impresa inaffidabile e spregiudicata per opera dei consumatori mi sta benissimo; ma che le lotte di potere avvengano anche per mezzo di uno strumento che dovrebbe tutelare i contraenti deboli – e che per come è fatto si presta a gonfiare, tra l’altro, la già poco efficiente macchina giudiziaria – mi pare poco auspicabile.

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Una legge seria sulla “class action” va fatta, su questo non ci piove. Questo emendamento è il primo passo (e, per come è stato fatto, non potrebbe essere di più), un primo passo anche solo simbolico e goffo verso una presa di coscienza definitiva su questioni non più eludibili. Perciò, non ci si può fermare qui. La neonata “class action” va rivista; altrimenti è solo un’arma nelle mani sbagliate. Altrimenti è uno zombie innocuo.


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