Lo Spettro dell’Articolo 18
16 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
Archiviato in Democrazia e Diritti, Il Lavoro degli Italiani, latest
E’ notizia di ieri che il Presidente della Repubblica, insieme al “nucleo di valutazione” che lo assiste, starebbe seriamente pensando di rimandare alle camere il ddl 1167-b, approvato in via definitiva e in attesa della firma del capo dello stato per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
[...]questa legge, che il Capo dello Stato ha già visionato sommariamente, suscita in lui forti perplessità. La sta esaminando insieme al “nucleo di valutazione” del Colle, formato da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D’Ambrosio. Non ha ancora preso una decisione definitiva. Ma, allo stato attuale, sembra intenzionato a non firmare la legge. E a rinviarla al Parlamento con messaggio motivato, per una nuova deliberazione. Secondo i poteri che gli assegna l’articolo 74 della Costituzione e che può attivare anche per provvedimenti non necessariamente inficiati da “vizi palesi” di legittimità costituzionale.[...](1)
L’argomento, almeno per questo sito, è vecchio. Lo abbiamo affrontato qualche mese fa e, più recentemente, abbiamo evidenziato l’insipienza dell’informazione “ufficiale” italiana che si è interessata concretamente del problema solo il giorno precedente l’approvazione definitiva della legge.

In un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi, queste parole:
Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.
il famoso incipit dell’articolo 18(2), suonano come un’ottusa intromissione statalista in un sistema che dovrebbe già prevedere dei meccanismi autogeni di auto regolamentazione. Che significa, infatti, licenziamento per “giusta causa”? Se ho più lavoro, assumo, se ho meno lavoro licenzio, se uno mi è simpatico me lo tengo, se uno mi sta sulle balle lo licenzio. Ecco una lista di giuste cause. E chi viene licenziato, trova un altro lavoro o si mette in proprio a fare l’imprenditore. L’articolo 18 è superfluo.
Questo, ovviamente, in un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.

Quello sul quale occorre mettersi d’accordo è se la nostra, quella italiana, sia un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.
Non scrivo da un po’ perché questo è un momento un po’ difficile per la nostra famiglia. La società per cui lavoriamo ha aperto la procedura di licenziamento per 1192 su 1880 e gli animi non sono dei più sereni. Il 22 ottobre mentre aspettavamo ancora di ricevere lo stipendio di agosto (mai arrivato) abbiamo ricevuto invece la lettera di licenziamento. Così per risposta il 28 la sede di Roma è stata occupata così come quella di Pregnana Milanese (Milano) dal 3 novembre.
Si è cercato di arrivare all’attenzione delle istituzioni e dei media con tanta fatica perché mantenere un presidio attivo non è semplice. I primi giorni quasi nulla: Anno Zero ci ha nominato nel mucchio delle aziende in crisi, Ballarò ha filmato due ore il presidio e ha mandato 5 minuti di servizio affogato in un contesto che non è del tutto la nostra realtà. (Noi siamo vittima soprattutto di una cattiva gestione. E non voglio aggiungere altro, ndr). Poi l’occupazione di Milano ci ha portato sul TG3 nazionale. Poi tutto tace.
Ma ecco improvvisamente la botta di fortuna (nella sfortuna): all’ex AD gli parte la brocca e viene a fare un raid all’alba per stanarci dalla SUA sede.
E così siamo su tutti i giornali e in tutti i TG almeno per un paio di giorni.
Ora c’è un continuo pellegrinaggio di giornalisti che scattano, riprendono, intervistano. Sembra quasi un pellegrinaggio (dice una mia collega). Forse anche loro aspettano un miracolo. Come noi. Che continuiamo ad aspettare che venga aperto un tavolo alla Presidenza del Consiglio. Che continuiamo ad aspettare i nostri stipendi.
E intanto continuiamo a gestire questa crisi all’interno delle nostre famiglie. Che sono quelle che rischiano di più, perché si rischia di far ricadere sui familiari le tensioni accumulate.
Edoardo è troppo piccolo per comprendere totalmente i motivi della protesta ma glielo abbiamo spiegato lo stesso. Così quando il fine settimana andiamo insieme al presidio lui in macchina canticchia: «vogliamo i soldini, vogliamo i soldini. Per comprare il gelato …. al cioccolato». Beata ingenuità.(3)
Io credo che si possa concordare abbastanza tranquillamente che la nostra non sia un’economia sana e piripin piripan.
Il paese è in aperta recessione. I nuovi investimenti, se ci sono, vengono attivati in nazioni dove il rapporto tra infrastrutture disponibili e costi sono molto favorevoli all’investitore. Oggi, se una persona perde il lavoro, che sia per giusta causa o no, non ne trova un altro. Statisticamente il dato è praticamente nullo. Fare gli imprenditori, dopo venti anni di lavoro dipendente, è già difficile. Mettersi in competizione con quelli che hanno la produzione in Slovenia, poi, è impossibile.
Certo, si può puntare sull’innovazione e sulla qualità, ma su quante idee rivoluzionarie si può contare al giorno e per quanti produttori di finissimo olio d’oliva premuto a mano c’è spazio?
Inoltre, da tempo, l’uso e l’abuso delle opportunità incontrollate offerte dalla legge Biagi che regolamenta non solo il lavoro flessibile (o precario), ma anche le procedure di esternalizzazione e cessione di ramo d’azienda, hanno offerto una serie di strumenti indiretti, a volte ai limiti della legalità formale, ma perfettamente efficienti per liberarsi di forza lavoro con contratto a tempo indeterminato e sostituirla con servizi erogati da società che impiegano personale “flessibile”.
Il meccanismo è semplice. Si individua un ramo d’azienda sul quale intervenire. Lo si cede ad una società esterna, a volte creata ad hoc e, poco dopo, questa società inizia a dichiarare esuberi, a utilizzare ammortizzatori sociali, licenziare o, come nel caso di Agile-Eutelia, finisce col fallire, privando il personale anche del trattamento di fine rapporto che va a finire nelle insolvenze della società fallita. Nel frattempo, la società cedente inizia ad approvvigionarsi dei servizi del ramo ceduto da una società esterna che, utilizzando manodopera sottopagata, può tenere i costi molto più bassi.
Probabilmente il meccanismo è più complesso ed articolato di quanto descritto, ma in linea di massima funziona così.
Quello che sta avvenendo è che oltre che a spostare altrove la produzione, il nostro paese importa globalizzazione applicando sul proprio suolo condizioni di retribuzione che avrebbero il loro senso in zone più depresse del pianeta.
La difesa dell’articolo 18 è inutile, perché l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è stato aggirato da tempo e quello che rappresentava è morto e sepolto. Requiescat in pace. Il lavoro dipendente in Italia è una falsa promessa alla quale non credere più.
In fondo, è tutto lecito. Secondo alcuni, il fine del capitalismo è il profitto. Quello che c’è da chiedersi e se il profitto vada perseguito a qualsiasi costo. Deteriorare in questo modo il tessuto sociale della nostra nazione è miope. Continuando così, l’Italia rischia di trasformarsi in un deserto dove nessuno potrà permettersi di acquistare le merci prodotte all’estero e dove di servizi non ci sarà più necessità perché la sopravvivenza diventerà l’obiettivo primario.
Una nazione è una specie di campo dove chi produce svolge il ruolo di contadino. Si può rinunciare al massimo profitto, magari alternando le colture, per fare in modo che il terreno si mantenga vivo e produca a lungo. Un altro sistema è quello di applicare una coltura intensiva molto redditizia sfruttando la terra fino a renderla secca, salvo poi spostarsi altrove e cominciare daccapo con un terreno vergine.
Ho paura che sia quello che sta accadendo. Siete d’accordo? Sarebbe interessante saperlo, anche se ho paura che non serva a nulla.
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E’ quello che sta accadendo.
Per pochi.
Ai tempi degli Asburgo, i boemi, gli sloveni, i croati, gli ungheresi stavano incomparabilmente meglio dei burini dello stato papalino. All’inizio del secolo scorso a Trieste si mangiava salsiccia, a Roma cicoria. Poi l’Impero s’é dissolto, il Grande Reich (fortunatamente) s’é squagliato, l’ala dei soviet ha preso sotto la sua protezione quelle avventurate regioni e chi ha avuto la ventura di viverci se l’é trovato, per dirla con un elegante francesismo, sotto la coda. E se l’é dovuto tenere.
Negli anni sessanta a Roma si praticava la “Dolce vita”, a Praga mancavano gli occhi per piangere.
Naturalmente la ruota continua a girare. Ora pare il nostro turno di entrare nella zona d’ombra. Se fosse sarebbero guai.
E non servirebbe a niente sdegnarsi, come fa il tiggitre, che chiama il fiume che esonda fiume assassino.
Naturalmente non aiuta, col mare grosso, avere un timoniere che passa il suo tempo a guardare la TV.
Come non pensare ad un disegno predeterminato? Agli sgoccioli del precedente governo berlusconi e precisamente il 2 febbraio 2006, l’attuale premier con Tremonti e Castelli sottoscrissero il decreto legislativo n. 40, cui sono contenuti i seguenti due articoli:
Art. 814. (1)
(Diritti degli arbitri)
Gli arbitri hanno diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera prestata, se non vi hanno rinunciato al momento dell’accettazione o con atto scritto successivo. Le parti sono tenute solidalmente al pagamento, salvo rivalsa tra loro.
Quando gli arbitri provvedono direttamente alla liquidazione delle spese e dell’onorario, tale liquidazione non e’ vincolante per le parti se esse non l’accettano. In tal caso l’ammontare delle spese e dell’onorario e’ determinato con ordinanza dal presidente del tribunale indicato nell’articolo 810, secondo comma, su ricorso degli arbitri e sentite le parti.
L’ordinanza e’ titolo esecutivo contro le parti ed e’ soggetta a reclamo a norma dell’articolo 825, quarto comma. Si applica l’articolo 830, quarto comma.
816-septies. (1)
(Anticipazione delle spese)
Gli arbitri possono subordinare la prosecuzione del procedimento al versamento anticipato delle spese prevedibili. Salvo diverso accordo delle parti, gli arbitri determinano la misura dell’anticipazione a carico di ciascuna parte.
Se una delle parti non presta l’anticipazione richiestale, l’altra puo’ anticipare la totalita’ delle spese. Se le parti non provvedono all’anticipazione nel termine fissato dagli arbitri, non sono piu’ vincolate alla convenzione di arbitrato con riguardo alla controversia che ha dato origine al procedimento arbitrale.
Vediamo i punti importanti:
art 814
A) Le parti sono tenute solidalmente al pagamento
B) Salvo rivalsa, ovviamente se la rivalsa la fa la parte povera del rapporto, il lavoratore, campa cavallo…..
C) L’ordinanza è titolo esecutivo, il che vuol dire, che il lavoratore che ha perso, se non paga perchè ha finito i soldi, il tribunale per legge emette un’ordinanza che è titolo esecutivo, il che vuol dire che può essere utilizzato dagli arbitri per mandare all’asta i beni del lavoratore licenziato e sulle somme ottenute rivalersi per la quota di compenso loro spettante. Come dire, oltre al danno del licenziamento pure la beffa di perdere magari l’auto, o qualunque altro bene abbia la sventura di possedere. Se invece gli va bene non viene licenziato ma siccome non ha i soldi per pagare la sua quota di arbitrato, gli arbitri otterranno l’ordinanza esecutiva e gli sequestreranno l’auto per rivalersi su di essa, cosi il lavoratore non potrà + andare al luogo di lavoro e verrà licenziato, questa volta per giustificato motivo.
art 816 septies
A) Versamento anticipato delle spese
A differenza quindi della sentenza con cui il giudice condanna alle spese l’impresa che abbia lincenziato il lavoratore senza giusta causa o giustificato motivo, nel caso dell’arbitrato, il lavoratore, malgrado non abbia in alcun modo dato all’impresa un motivo per essere licenziato, per far valere il proprio diritto a non essere licenziato senza motivo dovrà anticipare le spese necessarie, pagare la metà delle spese, e nel caso in cui l’impresa non dovesse pagare la propria parte, per qualsivoglia motivo, o anche solo ritardarlo, sarà il lavoratore licenziato a dover saldare l’intero conto delle spese di arbitrato: infatti la legge dice che le parti sono tenute al pagamento solidalmente, cioè anche per l’intero, salva rivalsa, successiva, ovviamente, con altre spese.
Quindi, se oggi l’imprenditore si guarda bene dal licenziare senza motivo o senza un giustificato motivo per non incorrere nella quasi certa possibilità di vedersi addebitare tutte le spese e gli onorari, oltre ovviamente agli interessi, ai danni e agli arretrati, passando l’obbligo dell’arbitrato, il soggetto + forte economicamente avrà tutto l’interesse a licenziare, anche senza motivo, perchè sa che il lavoratore, parte debole del rapporto, non può sopportare il costo anticipato e solidale dell’arbitrato, sopratutto quando tali arbitrati si dovessero succedere nel tempo.
In altre parole, l’imprenditore direbbe, o te ne vai con le buone o ti licenzio, ti porto in arbitrato, ti faccio spendere un po di quattrini, qualche miglaio di euro, poi, siccome perdo, ti riassumo e dopo due mesi, via, un’altro motivo, la prima volta ti ho cacciato via perchè sei troppo grasso, ora perchè sei troppo magro, poi perchè hai i capelli corti, o perchè tifi un’altra squadra , e via cosi, un’altro arbitrato, e altri migliaia di euro che se ne vanno dalle tasche del lavoratore incolpevole.
E ovviamente, guarda caso, lo stesso governo che ha modificato l’arbitrato oggi lo impone nei processi per licenziamento. Più incentivo di questo a far dare le dimissioni, cosa volete ancora per levarvi le fette di salame dagli occhi, l’olio di ricino?