Lo Scudo Anti Spread di Monti è di Cartone

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“ Perché penso che balleremo ancora: lo scudo è fallato “Un articolo di Oscar Giannino tratto ca ChicagoBlog

Cerco qui di spiegare perché, malgrado l’euroconsiglio europeo del 28 giugno scorso, personalmente mi aspetto comunque un attacco dei mercati internazionali allo spread italiano. Monti ha appena finito di illustrare al Senato italiano la posizione tenuta e ciò che si è ottenuto all’eurovertice, e al di là della dichiarazione “ora gli eurobond non sono più un tabù”, ha prudentemente definito “una riserva d’attesa” quella ottenuta da Italia e Spagna sullo scudo anti spread. Come si capisce benissimo, una riserva d’attesa significa che lo scudo non c’è.  Non si tratta di criticare Monti per come si è comportato al vertice, altrove ho già scritto l’indomani che ha coraggiosamente giocato una carta assai rischiosa e di solito negata all’Italia, il veto in caso di mancato recepimento di un principio che riguarda il nostro interesse nazionale. Solo con una forte credibilità europea e internazionale Monti poteva assumere una posizione tanto rischiosa e aliena dalla tradizione italiana, e solo scommettendo davvero che Spagna e Francia ci avrebbero seguito il rischio diventava ragionevole, cioè elevato ma mettendo in conto che Berlino alla fine non potesse che cedere. Ma lo scudo non c’è. E non perché Finlandia e Olanda hanno detto no, ieri.

Di fatto, quando la Spagna nella nottata decisiva si è unita al nostro veto, si era di fatto assicurata tutto ciò che il premier Rajoy aveva chiesto, e cioè che il sostegno europeo alle banche spagnole non configurasse aumendo del debito pubblico nazionale, e che l’Efsf-Esm perdesse la seniority di cui in teoria gode appostandosi nei debiti corporate o sovrani, perché in quel caso l’effetto – a fronte di rischi di solvibilità persistenti – è di far scappare gli altri creditori su equity e bonds, visto che la seniority europubblica costituisce titolo preferenziale a recuperare almeno parte del proprio capitale prestato.

Analogamente, nel bilaterale Merkel-Hollande che aveva preceduto l’eurovertice di due giorni, il presidente francese abilmente aveva dato l’impressione alla Germania di non essere poi così disposto a seguire a spada tratta l’Italia, nella nostra richiesta di un meccanismo automatico salva-spread per i Paesi più virtuosi sulla finanza pubblica: cioè solo per noi italiani,visto che l’anno prossimo dovremmo essere prossimi a registrare un avanzo primario, avendo in questi anni fatto meno deficit pubblico di tutti gli altri tranne i tedeschi.

Ma poi, nelle ore decisive al tavolo degli sherpa, la Spagna si è unita al veto italiano e la Francia, pur senza veto, è rimasta spalla a spalla sulla posizione italo-spagnola. Di fatto, politicamente Angela Merkel non ha ritenuto di mobilitare, a quel tavolo, i Paesi che condividono la posizione di rigore tedesco, cioè Olanda, Finlandia e Austria. La risposta alla domanda “come mai?” contiene, a mio giudizio, la spiegazione del perché dobbiamo comunque aspettarci tra luglio e agosto una nuova ascesa dello spread italiano.

I mercati hanno capito benissimo che la pretesa capitolazione tedesca non è stata affatto tale. O meglio, politicamente è vero che si è messo in moto un processo di cui la nuova Francia socialista è pivot, e che tira dalla parte opposta del puro rigore la posizione tedesca sin qui dominante, ma con grande attenzione a non strappare mai la corda. Tuttavia quel che conta davvero per i mercati sta nel dettaglio tecnico, e su questo la Germania è stata accorta. L’ESM non ha ottenuto la licenza bancaria che l’Italia chiedeva nella sua prima proposta. Se avesse licenza bancaria, il fondo di stabilizzazione europeo avrebbe accesso diretto alla liquidità Bce, e quello sarebbe un modo per aggirare sia i limiti della propria dotazione finanziaria, sia il divieto di monetizzazione del debito pubblico.

Tutto dipende a questo punto da come il 9 luglio l’Eurogruppo scriverà nero su bianco le regole attuative del principio salva-spread politicamente convenuto nelle prime ore del 29 giugno. Se la BCE – definita attuatore tecnico dell’intervento di acquisto sul mercato secondario dei titoli sovrani sotto attacco – potrà intervenire a sessione di mercato aperta avendo come unico limite la dotazione totale nota dell’ESM, questo alzerebbe di molto il selling necessario a determinare per lo spread italiano il superamento stabile di quota 500 punti base. Se al contrario passerà – come i tedeschi oggi dicono – la regola che BCE potrà operare solo a seguito di richiesta formale avanzata all’ESM dal Paese interessato e votata in quella sede, e se a quel punto potrà farlo solo per soglie di spread predeterminate ed entro un range limitato di risorse impiegate, allora è ovvio che cosa succederà. Il mercato testerà inevitabilmente – con tutta la forza del caso – la reattività temporale del salva-spread, e la sua concreta disponibilità oltre che prontezza nell’impiegare tutte le risorse finanziarie atte a respingere e piegare l’attacco.

E’ esattamente quel che mi aspetto. In una contingenza in cui il prevedibile rally di Borsa Usa – statisticamente molto probabile nel trimestre pre elettorale di un incumbent in vantaggio nei sondaggi al secondo mandato – potrebbe anche cedere il passo all’effetto di una permanenza irrisolta dell’eurocrisi, e cioè il sostegno a quel punto del grande capitale americano verso Mitt Romney come l’unica possibilità, a quel punto, per evitare una crisi americana ancora peggiore.

Conclusione: inutile prendersela con gli altri. La via per costruire mercati e politica uniti in Europa è molto lunga ancora, e del resto la FED nacque nel 1913 mentre la Dichiarazione d’Indipendenza americana era del 1776. Ma nel frattempo l’Italia deve risolvere il suo problema, che l’euro sia cooperativo o no. Il debito pubblico si può e si deve abbattere di 30 punti buoni di Pil e anche di più dismettendo patrimonio pubblico, non alzando le tasse. Mentre nel conto economico pubblico occorrono forze politiche capaci di individuare e perseguire l’obiettivo di tagliare 7-8 punti diPil di spesa corrente per meno tasse a deficit azzerato. Si può fare. Altrimenti ancora più imprese sul mercato domestico morranno. E molte più di oggi tra quelle che lavorano per l’estero andranno all’estero per restarci.

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