L’Italia del Fare e quella del Disfare

2 giugno, 2007 di mc  
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repubblica.jpgLa storia di questa penisola è suggestiva e piena di strane contraddizioni. Lasciamo perdere la Magna Grecia, Roma, l’Impero, il Rinascimento. Chi ha un passato così grande e un presente così meschino è meglio che si limiti a ricordare in rispettoso silenzio. Parliamo di storia recente. 
Poco più di un secolo e mezzo fa, in questo paese sono nate le prime pulsioni unitarie. L’Italia era solo un’espressione geografica, un po’ come dire “Sud America“, un nome che indica una zona del pianeta, ma non identifica un popolo o una nazione.
Come sono andate dopo le cose lo sappiamo tutti, almeno spero. Una parte degli italiani, che allora vivevano sotto diverse bandiere, si sono coalizzati e hanno creato, o meglio ricreato, una nazione.  Un processo lungo e sanguinoso che ha visto la sua vera fine solo al termine della prima guerra mondiale o, come preferiscono chiamarla alcuni, quarta guerra d’indipendenza italiana. Questi italiani erano quelli che oggi i giornali amano chiamare padani.
Non molti anni dopo, gli stessi italiani sono saliti in montagna per combattere nazisti e fascisti. Altro tributo di sangue in difesa e a sostegno del paese che avevano creato.
Dagli stessi italiani è venuta la repubblica, il 2 giugno del 1946, perché se avessimo dovuto dar retta alle regioni meridionali, oggi al Quirinale siederebbe un vecchio zozzone di nome Vittorio Emanuele. E lo scrivo con la triste consapevolezza di uomo del Sud.
Nel dopoguerra furono sempre gli italiani del Nord a contrastare politicamente la deriva fascista di una classe dirigente democristiana che, quando non era occupata a baciare l’anello piscatorio, accumulava mitra e bombe a mano nel caso avesse perso le elezioni.
Che ne è rimasto di questi italiani? Di quei nebbiosi e silenziosi lavoratori che hanno fatto e protetto questo paese? Probabilmente non esistono più. E con loro sembra essere scomparso il fattore di coesione di un paese che sta lentamente ridiventando entità geografica.
Il paese si è frantumato sotto un Sud sempre più serbatoio passivo di voti e di clientele ed un Nord immusonito e distante, ormai stretto esclusivamente a difesa del suo particulare.
Il bilancio di questo sessantunesimo anniversario repubblicano non è buono. Non è una questione economica, è politica, anzi, di assenza della politica.
Non parlo della politica spettacolo, o meglio della politica di avanspettacolo, quella tutta macchiette, guitti e paillettes che quotidianamente ci viene propinata da tutti i mezzi d’informazione. Parlo della politica di popolo, quella dei Don Camillo e Peppone, per intenderci.
E’ dal contrasto politico vero, quello sui fatti e sui contenuti che è nata l’Italia che conosciamo. Ora la dialettica appare spenta. Le parti si differenziano per simboli e bandiere, ma nei fatti si equivalgono, limitandosi solo a difendere i privilegi che hanno strappato con anni di paziente e costante lavorio. Più che proporre e realizzare, l’obiettivo primario sembra ostacolare, impedire, paralizzare. L’Italia del fare, quella che si vede negli occhi e nel sorriso della ragazza la cui foto illustra questo articolo, è diventata l’Italia del disfare.
Per un paese che non pensa, parla a vuoto e soprattutto non fa, gli auspici non sono buoni.  Sono troppe le pressioni che vengono dall’esterno. Immigrazione, evoluzione dei costumi, progresso tecnologico e culturale. In un mondo che cresce e si evolve rapidamente, la nostra repubblica è ancora preda degli stessi pregiudizi e degli stessi problemi di quando è nata. E questo vale anche e soprattutto per i giovani che subiscono passivamente sistemi di retribuzione che in altri tempi avrebbero portato folle nelle piazze e si riferiscono a modelli culturali propinati da una televisione per la quale ogni definizione sarebbe troppo generosa.
Nella speranza che la legalità democratica di questo paese possa essere ristabilita cancellando una volta e per sempre l’abominio liberticida che ci fanno passare per legge elettorale, io dico che il 2 di giugno per me, nonostante tutto, è ancora un giorno di festa. E proprio perché è un giorno di festa laico e di libertà, credo che sia il caso di farsi gli auguri.
Mi auguro e vi auguro che la sorte sia benigna. Se dovesse dipendere solo da noi, ho paura che non ce la faremmo.

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Comments

18 Risposte a “L’Italia del Fare e quella del Disfare”
  1. Atena scrive:

    Buona Festa della Repubblica a te e a tutti! Nella speranza che una nuova ventata di ideali e di azione spazzi via la bonaccia stagnante dell’indifferenza e della acquiescenza.

  2. giulio scrive:

    Grazie,
    auguri anche a tutti voi e grazie per il vostro spendido lavoro.

  3. Comicomix scrive:

    Un bellissimo post.
    un paese che non pensa, parla a vuoto e soprattutto non fa. E magari è pure peggio. A volte mi sembra di essere in un paese in preda ad una “cupio dissolvi” in cui ci si divide su qualsiasi cosa e per qualsiasi argomento, quasi divertendosi, tirando fuori quel qualunquismo anarcoide che da sempre è una delle nostre peggiori caratteristiche.
    Per fortuna, c’è anche dell’energia positiva.

    Un sorriso festaiolo
    Mister X di Comicomix

  4. Peppe scrive:

    Quoto in pieno il commento commento di Comicomix (ps. gran bel sito quello di Comicomix, grazie MC per avermelo fatto scoprire.)

    Questa è una festa importante rovinata dall’affare Visco.

  5. freedom scrive:

    ottimo articolo cmq volevo dire che secondo me il vero problema è che la gente si è rassegnata per principio, la gente ha ormai metabolizzato questo modo di fare non so se per strafottenza o per necessità di adeguarsi al sistema.
    La nostra classe governante non fa che fomentare queste divisioni altrimenti non potrebbero sfruttarle per accaparrare consensi, secondo me se deve cambiare qualche cosa deve cambiare dal basso perché se aspettiamo a quelli la la situazione resterà immutata…

  6. spes74 scrive:

    Stavo dando uno sguardo proprio ora alla parata trasmessa su rai1.
    Mi torna in mente quando da piccolina, ancora inconsapevole di tante cose, mi piaceva guardare e mi emozionavo: cantavo l’inno, appena imparato a scuola. Perchè un po’ di anni fa le insegnavano queste cose a scuola, ora sono fuori da un bel po’ e non saprei.
    Oggi non mi ha fatto lo stesso effetto.
    Concordo con Comicomix e Freedom: la gente è rassegnata e, come dice bene MC, non pensa e non fa. Bisogna partire dal basso.
    Bene, è quello che stiamo facendo e non è affatto semplice.
    Ma siamo qui apposta, no?
    Buon 2 giugno a tutti.

  7. mstatus scrive:

    @freedom:

    se deve cambiare qualche cosa deve cambiare dal basso perché se aspettiamo a quelli la la situazione resterà immutata…

    In un altro post ho fatto una domanda: e se i molti che hanno poco si incazzano?
    Mauro dà una risposta da vangelo come dice MC:

    I molti che hanno poco s’incazzano tra di loro

    Sto ascoltando proprio ora al TG Montezuma .. ops Montezemolo, spengo e ascolto Radio Maria…

    Per il 2 giugno, come ho già scritto nella rassegna stampa, le lacrime di stato le lascio a chi le “piange”! Basta ed avanza…

  8. Giorgia scrive:

    Oi auguri anche a te, MC.

    Per ora non riesco a dire altro.. magari ora mi immergo nella lettura offertami da nonno, e qualcosa la riuscirò a dire! ;)

  9. miriam scrive:

    Non trovo alcun motivo per fare auguri, in questa giornata, delusa come sono…abbiamo avuto un passato “glorioso”, ideali, speranze, coraggio.
    Oggi, ahimè, non ritrovo nulla di tutto questo. Non partecipazione, non dialettica vera, non spirito di servizio (che a mio avviso dovrebbe essere il motore principale della politica ). Mi dispiace MC.

  10. Cima scrive:

    Che tristezza, e proprio in un ‘Italia che da tempo crede di esaltare la cultura del fare

    Buon fine settimana.

    A.I.U.T.O.

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