L’Inganno della Democrazia Italiana: Libertà Sociale
1 marzo, 2010 - 9:43 di doxaliber
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Su Mentecritica abbiamo parlato spesso di libertà. In effetti basta effettuare una veloce ricerca per ottenere diversi articoli che in qualche modo trattano questo argomento. Io stesso qualche tempo fa scrissi un pezzo che, in sostanza, era un atto d’accusa contro coloro che abusano della parola libertà, svilendone il significato.
La libertà è senza ombra di dubbio un diritto a cui nessuno vorrebbe mai rinunciare, tuttavia la domanda che dovremmo davvero porci è: siamo davvero liberi? Quand’è che un uomo può dirsi libero? Abbiamo discusso spesso di libertà di satira, libertà di stampa, libertà di opinione, cercando di giungere ad opinioni condivise su quali sono i limiti oltre i quali la nostra libertà diventa un ostacolo per gli altri. Tuttavia una cosa è certa, tutti questi tipi di libertà sono succedanei alla libertà più importante di tutte: la libertà sociale.

Cos’è la libertà sociale? Sandro Pertini, socialista d’altri tempi e di altra Italia, quindi non degno di celebrazioni apologetiche (con tanto di visite alla tomba) come il divino Bettino Craxi, diceva : “lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero! Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io”.
Pertini nella sua intervista parla di Giustizia Sociale ma credo che l’esplicazione del suo pensiero chiarisca come la mancanza di equilibrio sociale non produca soltanto una società ingiusta, ma sia soprattutto il fondamento di una società non libera. Quelle che sto per esporvi ritengo siano idee che vanno ben oltre l’ideologia socialista e dovrebbero essere abbracciate anche da società basate sui principi del liberismo. Chi aspira a vivere in una società ad economia capitalista ritiene infatti che ogni uomo dovrebbe avere il diritto di raggiungere uno status sociale pari alle sue capacità, alla sua cultura, alla sua propensione al rischio.
Affinché il capitalismo si realizzi e non lasci spazio all’oligarchia, come avviene nella maggior parte dei paesi, sarebbe necessario garantire a tutti i cittadini pari opportunità. Il pilastro principe di uno Stato che miri ad una vera economia di mercato dovrebbe essere l’istruzione, che dovrebbe essere uguale per tutti senza alcuna distinzione. Onde garantire un’istruzione uguale per tutti lo Stato dovrebbe essere l’unica entità in grado di fornire istruzione ai suoi cittadini. Se un cittadino più ricco può permettersi un’istruzione migliore frequentando costose scuole ed università private egli avrà sempre e comunque maggiori possibilità lavorative e/o di carriera rispetto al figlio di un operaio costretto a frequentare una scuola pubblica. Ancor più se il figlio dell’operaio si troverà nella condizione di dover interrompere gli studi perché non in grado di pagare il costo dei libri e delle rette scolastiche.

L’istruzione(1), però, è solo uno dei cardini fondamentali di una società veramente libera. Un uomo è socialmente libero quando può interagire con gli altri membri della società in completa autonomia e libertà, quando può, senza vincoli e costrizioni ed attraverso gli strumenti della democrazia, contribuire a plasmare il modello politico-sociale in cui vive. Tale libertà non si attua soltanto con il diritto di voto perché il diritto di voto in sé non è indice di libertà.
Ad esempio, un uomo senza lavoro o con lavoro precario non è un uomo socialmente libero, in primis perché in qualche modo il precario è estraniato dalle dinamiche sociali. Il precario vive infatti in una società in cui esistono leggi che incentivano la precarizzazione del lavoro, ma nel contempo non riconoscono al precariato alcuno status sociale; proprio per questo chi lavora con contratti precari non ha alcuna rappresentanza sindacale, non ha diritto alla cassa integrazione, alla disoccupazione o, ancor più semplicemente, non può accedere al prestito bancario, quindi ha difficoltà ad investire soldi per migliorare la sua formazione o semplicemente non può acquistare i mezzi che potrebbero aiutarlo a trovare un lavoro migliore (un’auto che consenta spostamenti a lungo raggio, un computer più potente, orari e permessi che gli consentano di riprendere gli studi universitari o di fare master).
Il suo status di precario e la deprivazione di molti diritti previsti(2)per altre categorie sociali rendono quest’uomo socialmente prigioniero e facilmente esposto al ricatto e all’estorsione. Ecco ad esempio che il datore di lavoro di un precario o un politico potrebbero tranquillamente estorcere la libertà di voto del soggetto in questione costringendolo a votare in un certo modo, a lavorare più del dovuto, a non esprimere opinioni contrarie pur di non perdere il lavoro Quest’uomo quindi, pur avendo formalmente la libertà di parola, di voto, di spostamento, in realtà non potrà veramente esercitare queste libertà perché privo della libertà più importante: la libertà sociale.
Questo status è ancor più grave quando a sottoporre in stato di prigionia sociale l’individuo è lo Stato stesso, che attraverso leggi discutibili consente l’assunzione precaria in quegli enti pubblici ove la ricattabilità di un soggetto può produrre più facilmente situazioni estorsive in grado di favorire soggetti esterni, come ad esempio le ditte appaltatrici.
L’Italia è un paese in cui la libertà sociale è stata sempre a rischio ma negli ultimi anni la situazione è precipitata. Eppure i padri costituenti avevano a cuore la libertà dei cittadini, non a caso l’articolo 3 della nostra Costituzione dice, tra l’altro: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Potrei citare migliaia di esempi (ed invito i lettori a citarne altri): un malato a cui non sono garantite cure sanitarie decenti e che è costretto a lunghe liste d’attesa non è un uomo socialmente libero, perché è ricattabile; un commerciante vessato dalla burocrazia e sottoposto al ricatto degli amministratori pubblici non è un uomo socialmente libero; un uomo che non ha la possibilità di pagare una casa ed è costretto a lunghissime code d’attesa per una casa popolare non è un uomo socialmente libero. Un uomo in balia della mafia non è un uomo socialmente libero, un giornalista costretto a lavorare per un editore che è anche politico non è socialmente libero(3); un analfabeta o un semi-analfabeta non sono socialmente liberi. Potrei citare esempi come questi all’infinito, ovunque la libertà di scelta dell’individuo sia inficiata da situazioni esterne vi sarà uno status di prigionia sociale.
Uno Stato ove sia scarsa la libertà sociale è uno Stato che, come le dittature, è condannato all’involuzione economica, sociale e civile. Una società priva di libertà sociali è una società in cui regna la prepotenza e la sopraffazione del più debole sul più forte. Una società priva di libertà sociali è una società governata da un’oligarchia economica ed intellettuale che ne mina la crescita e favorisce il divario sociale. I
l divario sociale a sua volta causa enormi tensioni che sfociano spesso in scontri di piazza ed atti di violenza che generalmente, oltre la soglia di guardia, non fanno distinzioni di reddito, razza e religione. Quanto più le libertà sociali saranno compresse tanto più i risultati in termini economico-sociali saranno devastanti. Al contrario uno Stato in grado di garantire ampia libertà sociale ai propri cittadini creerà l’humus per la realizzazione di una società civile, rispettosa delle leggi, priva di tensioni sociali e classiste.
Una società libera sarà anche il presupposto per un sistema economico in cui il divario tra i redditi più alti e quelli più bassi è meno marcato, questo perché le libertà sociali consentiranno al singolo individuo possibilità di crescita culturale ed economica che Stati come l’Italia, liberi soltanto da un punto di vista formale, non potranno mai dare.
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Note
- vedi il nostro speciale scuola [↩]
- vedi in particolare questo articolo [↩]
- assoluzione per Mills [↩]

Ma la domanda è: come si fa a garantire la libertà sociale? Al punto in cui siamo adesso, mi sembra davvero un miragio lontano… però chissà, in futuro!
p.s. tu parli di libertà sociale, quindi non so se questo è inerente: nessun uomo è realmente libero, perchè è legato sin dalla nascita ad uno Stato e quindi a una società, a una cultura e a tutto quello che ne consegue… non può scegliere di non farne parte.
La cittadinanza un vincolo? E’ un’interpretazione piuttosto anomala giacché la cittadinanza viene considerata un diritto spesso, come ad esempio in Italia, anche difficile da ottenere. L’assimilazione culturale è qualcosa che si può in effetti subire (soprattutto in tenera età) ma il fatto che i cittadini di una nazione tendano ad avere idee politiche, religiose e sociali spesso diversissime sta a significare che comunque da questo “vincolo” è possibile liberarsi. Basta avere la voglia “conoscere” ed opportuno spirito critico.
Tutto sostanzialmente condivisibile, a meno di un punto
Secondo me, il pluralismo culturale è garantito anche dall’esistenza dell’istruzione privata.
Io direi che la scuola privata può, anzi, deve esistere. Lo stato, però, non deve finanziarla lasciando a chi fa questa scelta l’onere di sostenerla.
Mi viene riferito da alcuni lettori di MC che in Lombardia è possibile fruire di un “buono scuola” del valore di 1000 euro all’anno.
Questo buono può essere utilizzato per pagare la retta di scuole private che costano anche 15.000 euro all’anno.
E’ ovvio che i fruitori di questo buono scuola sono solo quelli in grado di sostenere spese importanti per mandare i figli a scuola privata (dai sette, ottomila euro all’anno in su). Lo stato, quindi, sovvenziona l’istruzione privata delle classi abbienti sottraendo risorse all’istruzione pubblica.
Ritengo che oggi eliminare l’istruzione privata sia pura utopia. Creato uno stato de facto è difficile tornare indietro, soprattutto quando ci sono grossi interessi economici in ballo. Tuttavia ciò che contesto all’istruzione privata è proprio la sua elitarietà. Posto che il finanziamento pubblico alle scuole private è uno scandalo (ancor più visto lo Stato in cui versano le scuole pubbliche) ci troveremo sempre e comunque in una situazione di disparità tra cittadini. Se la scuola privata esiste, è migliore, da più credenziali nel mondo del lavoro e nel contempo è accessibile solo a chi ha redditi superiori la media avremo per forza di cose una situazione di disparità per i cittadini, un vantaggio che non deriva dalla capacità ma dalla profondità del proprio portafogli.
Sinceramente trovo aberrante che istruzione e salute possano essere un business su cui guadagnare, non ho parlato di sanità pubblica perché fintanto il pubblico esiste e lavora in concorrenza con il privato la situazione è accettabile. Ma anche nel settore sanitario vedo troppi interessi economici, finanziamenti pubblici al privato e commistioni che non mi piacciono per niente. Se il paziente è un cliente da spennare il passo successivo (e naturale) è che più che un essere umano diventi un vitello da affettare tanto al chilo (ogni riferimento alla scandalo del S. Rita è puramente casuale).
Hai ragione Doxa, ma l’istruzione e la sanità sono solo due delle cose che si possono avere di qualità superiore se si hanno più soldi.
Chi è più ricco mangia cose di qualità migliore, indossa abiti più comodi, usa macchine più sicure, fa sport e vacanze.
La ricchezza è un privilegio che fa stare meglio in salute, fa fare una vita più facile e più lunga, checché se ne dica.
In quanto alle possibilità, un bambino ricco ne avrà sempre di più, anche se frequenta la scuola pubblica. Basti pensare alle lezioni private.
Così vanno le cose.
Hai ragione tu. Ma a volte anche salvaguardare un principio è utile. In fondo sappiamo anche che la legge non è uguale per tutti ma se tale principio non fosse enunciato e qualcuno non tentasse di difenderlo allora forse staremmo ancora peggio. In fondo si parte sempre dai principi, per questo dire che Istruzione e Sanità non sono cose appaltabili stabilisce un principio che può servire. Considera ad esempio la battaglia sull’acqua, si parte sempre dal principio: l’acqua è un bene comune o è un bene necessario alla sussistenza? L’acqua deve essere considerata come l’aria o è un bene vendibile? Sono le piccole cose che fanno la differenza, quando il lavoro è diventato un “mercato” non più un diritto e poi si è trasformato in “welfare”, proprio in quel momento hanno iniziato a distruggere, vivisezionare, snaturare il mondo del lavoro.
Sono l’unico (a parte ovviamente Jacques Fresco
) che pensa che fintanto che ci saranno i soldi nei rapporti tra scuola e famiglia o medico e paziente non ci sarà mai una prestazione che non sia tesa ad ottenere una presenza pressocché eterna della famiglia o del paziente presso la struttura, così da drenare l’abbienza degli appena citati nelle tasche di un budget annuale che consenta alla dirigenza l’ennesimo natale ai tropici? O è una pure illusione messa in piedi dalla propaganda?
Centoquarantamilacentottantuno.
Se non ho sbagliato il conto, tralasciando il presidente della repubblica, e l’indotto clientelare che ne consegue.
Qui:
Tu scrivi:
Uno Stato ove sia scarsa la libertà sociale è uno Stato che, come le dittature, è condannato all’involuzione economica, sociale e civile. Una società priva di libertà sociali è una società in cui regna la prepotenza e la sopraffazione del più debole sul più forte. Una società priva di libertà sociali è una società governata da un’oligarchia economica ed intellettuale che ne mina la crescita e favorisce il divario sociale.
—
Mi domando se qualcuno di questi si abbia il tempo per riflettere su queste cose.
Ma poi mi rendo conto che siamo liberi di guardarci il grande fratello.
Possiamo essere contenti non trovi ?
Oh si, io infatti strizzo gioia da tutti i pori e la sera, dopo aver guardato il Grande Fratello, dormo come un agnellino…
Sapete tutto questo in che cosa praticamente si concretizza.
Volete l’esempio pratico?
vi descriverò allora una serata di classico Consiglio comunale nella profondissima terronia.
Ordine del giorno: discussione osservazioni al piano regolatore,
osservazione n, 4: richiesta per variazione di una zona agricola in area destinata a discarica per rifiuti speciali
composizione politica del Consiglio: maggioranza udc, minoranza pd
La variante al PRG è approvata.
Pubblico in sala: 5
In televisione non so se ci fosse il grande fratello o sanremo, poco importa, noi qui, nella profondissima terronia non sappiamo più nemmeno cosa significhi libertà sociale, non l’abbiamo quasi mai avuta, non abbiamo avuto il tempo di abituarci all’idea.
Vi prego abbandonateci al nostro destino, se potete salvatevi da soli, noi siamo come colui che sta per affogare, tenteremo di trascinarvi al fondo!
Non credo che i settentrionali partecipino più numerosi ai consigli comunali. Naturalmente ci sono realtà dove la partecipazione popolare è maggiore, ma non credo che si possano fare distinzioni geografiche.
Condivisibile.
Salvo qualche piccolo distinguo.
I termini libertà sociale e giustizia sociale tendono a coincidere un po’ troppo.
Le due cose sono sicuramente legate, ma non sono la stessa cosa. Specialmente se giustizia sociale tende a coincidere con uguaglianza.
Enucleo il concetto principale: il soggetto socialmente svantaggiato non è libero.
Verissimo.
Bisogna assicurare a tutti pari condizioni di partenza, leggi accesso all’istruzione.
Sono d’accordo.
Quindi dobbiamo affidare l’istruzione allo stato, di modo che la scuola sia uguale per tutti e il figlio del ricco non possa frequentare scuole più brillanti e ben fatte (ho semplificato) perpetuando il divario che già c’è tra lui e il povero.
Non sono d’accordo.
Perderemmo alcune scuole ben fatte, con un saldo complessivo negativo per la comunità. Basterà modificare le regole di accesso, per esempio stabilendo che alla scuola privata eccelsa, accedano i migliori, finanziati dal pubblico, non i più facoltosi.
Precari. Anche qui semplifico. Il lavoro precario toglie libertà. Vero. Dunque si comporta male quello stato che ne fa uso. Si e no. Si se se ne avvale tout court, no se predispone delle adeguate reti di tutela. Vedi il discorso di Ichino su cosa si potrebbe fare per affrontare il problema. Dovremmo provare a contenere i costi a carico della collettività, senza penalizzare i lavoratori.
Spero di essere riuscito a far comprendere il distinguo. Tra l’altro il termine “giustizia sociale” ogni tanto viene pronunciato, di libertà sociale non ho mai sentito parlare.
In merito all’istruzione la tua rimostranza è simile a quella fatta da CN, quindi leggendo le mie risposte ai suoi commenti troverai qualche approfondimento in merito. Io credo che quello dell’istruzione (solamente) pubblica sia ormai un’utopia e ritengo tra l’altro che la tua idea sia ottima. Costerebbe certamente un po’ di più alla comunità ma sarebbe forse l’unica soluzione praticabile. Un discorso a parte meriterebbe la scuola privata cattolica, non perché io sia contrario a priori a scuole private gestite dalle gerarchie ecclesiastiche (anche se sarei intellettualmente disonesto nel negare la mia diffidenza verso istituti scolastici religiosi) ma perché credo che sia assolutamente distopico il favoritismo su cui possono contare le istituzioni ecclesiastiche in questo paese.
Sul lavoro precario: credo che in questo blog ci siano state varie discussioni sul tema. Quello di cui parli tu non è lavoro precario ma lavoro flessibile (i termini sono importanti). Esistono professioni che si prestano benissimo al lavoro flessibile e spesso la flessibilità è addirittura desiderata dal lavoratore quando questi ha una professionalità elevata, specifica, spendibile sul mercato. Esistono invece situazioni in cui il lavoro flessibile è inaccettabile (il caso tipo è quello del lavoratore che fa per anni lo stesso lavoro, magari impiegatizio, nella stessa azienda, con continui contratti a scadenza, co.co.co o a partita iva). La legge dovrebbe tutelare il lavoratore contro gli abusi. Dovrebbero inoltre essere previsti anche per il lavoratore flessibile almeno alcuni degli istituti di garanzia che spettano al lavoratore regolarmente assunto (ferie, maternità, malattia, mobilità, cig) ed infine, come scritto nell’articolo, dovrebbe essere data al lavoratore flessibile la possibilità di accedere al prestito bancario.
Questo commento diventerà lunghissimo ma voglio fare un’ultima constatazione: credo che la crisi economica che attanaglia l’Italia (ben prima della crisi statunitense) sia in parte il frutto di questa politica del lavoro scellerata. Il lavoratore assunto è sicuramente un costo (ma bisognerebbe chiedersi perché lo Stato continui a vessare i lavoratori dipendenti a tutto favore di altri soggetti) però è anche una risorsa per l’economia. Un lavoratore con un buono stipendio ed una discreta serenità è più disposto a spendere, anche per il superfluo ed avendo accesso al credito bancario può effettuare anche acquisti superiori alle sue possibilità. Comprare una casa, un’auto, due paia di scarpe all’anno invece che uno, vestiti, gioielli, cellulari. Il precario si limiterà allo stretto necessario e a ben poche spese superflue.
Oggi il sistema regge perché tanti quando vai in banca o chiedi un prestito l’Istituto dice: fai mettere la firma a tuo padre o a tuo nonno. Bene, ma quando padri e nonni non ci saranno più a chi la chiederanno questa benedetta firma?
Credo che la questione sia complicata dal fatto che le forme di tutela, che generano un costo, debbano fare i conti non solo con un concetto astratto di giusto o sbagliato, oppure limitarsi a un confronto tra ciò che si sta delineando e ciò che c’era nell’ambito nazionale, ma anche con le variazioni a livello internazionale.
Voglio dire che fenomeni economici come Cina e India sono destinati a sconvolgere i nostri equilibri economici e sociali. Dovremo tenerne conto, anche se non dovesse essere piacevole.
Io spero vivamente che Cina ed India subiscano lentamente quel processo di rivoluzione sociale che modificò l’Europa stessa portando alla nascita dell’internazionale sindacale e poi del socialismo, del comunismo, del socialismo democratico. Questo ristabilirebbe un po’ di equilibri, anche se purtroppo gli equilibri saranno sempre a favore di questi paesi che godono incrementi demografici (e numero di abitanti) nettamente superiori ai nostri. Vedo anche che i governi non stanno adottando soluzioni adeguate perché la soluzione non può essere soltanto lo spostamento verso est della produzione e la compressione dei diritti dei lavoratori. Come ho detto più su questa politica è distruttiva perché disgrega il tessuto sociale e riduce la produzione di ricchezza. Credo che i fatti lo stiano dimostrando.
Quasi sicuramente i nuovi paesi industriali seguiranno il percorso che ipotizzi, ma quasi altrettanto sicuramente l’asse dell’economia mondiale s’è spostato in maniera irreversibile e l’egemonia economica dell’occidente sta venendo meno. Lo spostamento della produzione non va certamente a beneficio del lavoratore occidentale, tuttavia è un fatto irreversibile. Occorrera trovare delle soluzioni che ne tengano conto. Altrimenti saranno solo velleità.
Libertà. Parola carica di infiniti riporti simbolici. Un orizzonte perennemente inseguito da innumerevoli naviganti, a volte temerari, a volte calcolatori, a volte solo illusi.
Libertà è solo una cosa, credo. La possibilità mai negata di scegliere la propria strada, la possibilità illimitata di decidere per sé stessi. La possibilità di avere la certezza che ogni scelta fatta in questa dimensione irripetibile sia una scelta fatta per propria volontà.
Una società, antica, moderna, legata, sciolta, antropologicamente evoluta è solo una società che riconosce ai propri membri la possibilità di scegliere senza per questo condannarli se non si allineano.
In qualche modo la filosofia civile che prendeva vaghe forme nella Grecia platonica nasce proprio intorno a tale contenuto. Troppo ardito e lontano per definirlo allora. ma estremamente pragmatico per comprenderlo oggi.
Ciò però implica una inopinabile e inarrivabile misura d’eccellenza nella cultura complessiva, nella società come struttura multiforme e autoriproduttiva e tale che ad ogni suo membro sia riconosciuto il diritto di sbagliare e il dovere di pagare l’errore con la stessa facilità con cui gli sia riconosciuto il diritto di essere felice e di godere sei suoi successi.
Nell’anarchismo utopistico di Enrico Malatesta esisteva questa stessa idea. Mal nutrita dalle ingiurie dell’epoca ma comunque perfettamente comprensibili anche oggi da qualsiasi amante del buon senso.
Il vero problema nasce dalla competizione. Quella economica innanzi tutto. E via via tutte le altre forme di competizione e per tutti i motivi che le determinano.
Lo scontro implica la sopraffazione ed essa trascina dietro di sé lo scherno, il biasimo, l’umiliazione, l’isolamento. A loro volta queste forme materiali del comportamento si trasformano in rivendicazione, in ansia, in vendetta, rivalsa, aggressione.
La catena delle successive forme di reazioni è inarrestabile.
IL meccanismo innesta un sistema di regole codificate che si sedimentano a seconda dell’esercizio di potere che si stabilisce.
Nel sistema bizantino del nostro Paese, in cui nessuno si fida del prossimo ma nessuno lo vuole ammettere apertamente per timore di vendette o per l’incertezza di un futuro ausilio negato, ecco che le forme della sopraffazione hanno raggiunto la loro cristallizzazione più evoluta. Una struttura sociale in cui la libertà è una parola vuota, in cui la scelta è relegata solo a individuare la via meno dolorosa per arrivare al domani, in cui esiste la diffusa convinzione che chi è nato povero potrà al meglio morire di noia e al peggio finire in un ricovero per reietti mentre chi è nato ricco non potrà che mantenersi tale ameno che non sia pazzo e autolesionista nei gesti e nelle azioni.
Insisto nel credere che l’unica possibile libertà consiste nell’autentica possibilità di scegliere.
Un Paese sano culturalmente e socialmente non può fare altro che consentire che ciò si realizzi.