L’Infezione


Ogni cosa che conosciamo nasce, cresce, si trasforma e procede senza remissione verso la fine. Per quanto robusta possa essere una costruzione, per quanto profondo possa essere una amore, niente può resistere alla paziente azione devastatrice del tempo che conduce inevitabilmente alla distruzione ed alla morte.

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Piove mentre cammino silenzioso lungo il fiume. E’ una pioggia leggera e fredda che non da fastidio. Mi ricordo che è iniziata il giorno in cui abbiamo saputo dell’infezione. Mi sembra che da allora non abbia mai smesso. Chissà se c’è un collegamento. Se ci fosse si saprebbe, ormai. Con tutti gli scienziati che studiano l’infezione qualcuno ci avrebbe sicuramente già pensato.
Mi siedo nel punto più tranquillo del parco. Quello da cui si vede scorrere il fiume. Sottili volute di nebbia avvolgono le sponde nella luce livida del cielo scuro.
Vedo avvicinarsi una donna, una donna anziana. Cammina lentamente lungo il viale deserto. Quando arriva alla mia altezza, si volta e mi sorride chiedendo se può sedere con me. Mi alzo per invitarla con quel pizzico di galanteria che so far piacere alle vecchie signore. Dopo qualche parola di convenienza, rimaniamo tutti e due in silenzio a guardare l’acqua scorrere.
Quando mi alzo per andarmene, le porgo un cortese saluto; lei non mi risponde. Riprovo a voce leggermente più alta, ma qualcosa dentro di me mi dice che è inutile. Ha gli occhi aperti, le palpebre immobili. Forse dovrei adagiarla sulla panchina, chiamare qualcuno che la porti via, ma preferisco allontanarmi verso casa mia.

L’infezione non mi ha ancora ucciso, ma mi ha già preso la vita.

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Ad ogni squillo il mio cuore batte più velocemente. Quanti ne avrò sentiti? Questo è il quarto o il quinto? Perché non risponde? Non sente squillare il telefono perché lo tiene in borsa o …? No, Dio, no non voglio nemmeno pensarci.

Sei
..
Sette
no Dio, no
..
Otto

Cristo
Nove

La risposta ed il tuono arrivano contemporaneamente. “Pronto” fa la sua voce assonnata seguita dallo scrosciare della pioggia sulla finestra del mio soggiorno.
Io cerco di parlare, ma ho ancora il cuore che mi batte in gola. “Pronto, sei tu? Scusa stavo dormendo: Stavi chiamando da molto?” dice lei.

Io non parlo. All’improvviso è come se l’infezione mi avesse svuotato il cuore prima di fermarne il battito.

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La vita è un fenomeno emergente. Ogni cellula che compone il nostro corpo è del tutto ignara di far parte di un un sistema così complesso. Sono forme viventi elementari che prese singolarmente sono in grado di svolgere solo compiti semplicissimi, ma che messe insieme danno inconsapevolmente vita ad un individuo che ha scopi, coscienza, morale.
Quando un uomo muore, nei minuti immediatamente successivi alla dipartita, il suo corpo è del tutto identico a quello che aveva in vita. Stessi organi, stesse cellule, stessi arti. Eppure, il cuore non batte più, i polmoni non si riempiono d’aria, il sangue non scorre. E’ come se lo scopo che teneva insieme tanti organismi semplici fosse venuto meno e ora ciascuno procede individualmente verso il suo destino di trasformazione.
L’infezione non ha nessuna sintomatologia. Il 90% delle vittime che registriamo in questi giorni non avevano malattie mortali, patologie attive o traumi letali. Sono passate dalla vita alla morte senza nessun preavviso, nemmeno una leggera febbre. All’improvviso, Click. Il cuore cessa di battere. Punto.

Abbiamo individuato l’infezione grazie all’enorme potenza di calcolo che ci mette a disposizione oggi la tecnologia. Solo in questo modo si è potuta notare l’impennata statistica dei decessi privi di cause apparenti.
Chiamarla infezione non è corretto. In realtà non abbiamo nessuna prova che si trasmetta da un soggetto all’altro. Un dato certo:la malattia non colpisce gli animali. Non sappiamo molto altro dell’infezione e quindi non c’è nessuna cura e nemmeno una misura di prevenzione. Un’altra cosa che sappiamo: non è un morbo che discrimina in base a sesso, età, forma fisica, appartenenza razziale o condizione sociale. Tutti muoiono di infezione con la stessa incidenza statistica. Che siate un guerriero africano di quindici anni o una donna dell’alta società che vive in un attico a Manhattan, le probabilità di contrarre l’infezione sono esattamente le stesse. Al momento, i dati ci dicono che il numero si è stabilizzato intorno al 56%.

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Piove e io e mia figlia continuiamo a giocare nel salotto di casa. Da quando ho saputo dell’infezione passo tutto il mio tempo libero con lei che, ovviamente, non sa spiegarselo, ma è felice. Per la terza volta rimettiamo i piattini di plastica sul tavolo e facciamo finta di servire la cena. Mentre mastico cibo immaginario facendo grandi complimenti alla cuoca, guardo il suo viso rotondo, le labbra piene piegate a sorriso e gli occhi che sembrano scintillare.
Non riesco nemmeno a concepire una vita nella quale lei non ci sia più. Se prenderà l’infezione, subito dopo farò in modo di andarmene anche io. Non so perché, ma aver deciso di non sopravviverle è stata l’unica cosa capace di darmi sollievo ora che vivo nel costante terrore di perderla.
E’ vero. Morire d’infezione non è diverso dal morire di malattia o di un incidente, ma l’idea che si possa perdere qualcuno così all’improvviso, senza che ci sia una malattia da combattere o una precauzione da mettere in atto mi fa capire che ho sempre confidato intimamente in una seconda occasione. Ogni volta che tornavo a casa e mi mettevo al lavoro mentre lei mi girava intorno per giocare, facevo debiti col domani prendendo in prestito giorni dal futuro.

Con l’infezione è cambiato tutto. L’unica cosa certa è quello che si vive o si è vissuto. Il domani non esiste più.

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Il movimento dei tergicristalli è ipnotico. Invece di concentrarmi sulla guida mi perdo ad osservare la sottile striscia di pioggia che disegnano sul parabrezza. D’altra parte la strada è completamente deserta nonostante l’ora. L’infezione non si limita a uccidere chi ne è colpito, ma svuota anche di significato la vita di chi rimane. Alla morte, alla lunga, ci si abitua. Invece, è impossibile rassegnarsi a perdere il preavviso che essa, con grande pietà, ci ha fino ad oggi concesso.

Ormai sono mesi che lavoriamo per individuare le cause dell’infezione. Sono così stanco che, quando sono uscito dal laboratorio, ho avuto addirittura l’impressione di aver avuto un’intuizione. Una di quelle idee che ti passano per la testa come un treno in corsa. Ne percepisci la presenza ma non riesci ad inquadrale bene e non ti resta che vederla andare via per poi cercare di ricostruirne il ricordo. Ora mi macero nel tentativo di rappresentarmela di nuovo. Mi sembrava una deduzione brillante, un suggerimento risolutivo. Purtroppo, ci sono milioni di dati da mettere insieme, fatti da controllare, esami autoptici da confrontare. Un lavoro scientifico senza precedenti.

Mi fermo al segnale più che altro per intima disciplina mentale perché l’incrocio è completamente deserto. L’unica persona che vedo è seduta ad aspettare un autobus che forse non passerà mai perché nel frattempo l’autista è stato attaccato dall’infezione.
Il porpora brillante della luce del semaforo fra i ghirigori della pioggia m’incanta ancora una volta. E’ in questa specie di vuoto mentale che i milioni di tessere che ho studiato fino a questo momento si mettono insieme e l’idea, la soluzione del problema mi si affaccia nuovamente alla mente. Certo, come abbiamo fatto a non capirlo, era così evidente. l’infezione è … Click.