L’Immigrazione Marca i Confini con i Morti
30 maggio, 2008 di Miguel Pena
Archiviato in Democrazia e Diritti, Oltre il Confine
Lucrecia, 35 anni, nel giugno 2007 lascia il suo piccolo paese di Sombrerete nello stato di Zacatecas (Messico), assieme al figlio Abraham di 15 anni e sua figlia Nora di 7. Il suo obiettivo è raggiungere il marito, Jesús Buenrostro che li sta aspettando a Fort Worth (Texas). Contatta dei “coyotes” (trafficanti di immigranti), paga il “passaggio” (1.000 dollari) e viaggia in un gruppo di 22 persone verso gli Stati Uniti. Dopo tre giorni di cammino nel deserto dell’Arizona, Lucrecia si sente male, ha dei dolori di testa. I trafficanti decidono di portare via la bambina e consigliano al figlio di restare con la madre e cercare aiuto. Loro devono continuare. Li lasciano li, nel mezzo del nulla. Il figlio resta accanto alla madre aspettando che arrivi qualcuno che possa aiutarli. Passano le ore. Dopo un giorno, Abraham si rende conto che sua madre e’ morta. La copre con una coperta e se ne va in cerca di aiuto. Dopo tre giorni di cammino, alimentato dalla forza del suo cuore e dall’acqua di un cactus “cholla“, viene trovato in pessime condizioni dalla Border Patrol americana che lo aiutano e lo rimpatriano in Messico il 26 giugno. Per fortuna, almeno la piccola e’ riuscita a raggiungere il padre.

Tijuana - Sbarramento USA-Messico
Questa storia e’ stata raccontata dal padre di Lucrecia, Cesario Domínguez, il quale, dopo essere stato informato della disgrazia, ha percorso in un mese tutte le vie dei trafficanti nel deserto dell’Arizona in cerca del corpo di sua figlia fino a trovarlo, ormai disfatto dal sole torrido del deserto.
Questa e’ solo una delle migliaia di storie d’immigrazione che si possono raccontare. Dal 1999 al 2007 sono morti oltre tremila migranti nel tentativo di entrare nel sogno americano. Alcuni annegati nell’attraversare il Rio Grande, altri per disidratazione, ipotermia o per attacchi di animali selvatici nella Valle della Morte.
L’immigrazione negli Stati Uniti ha creato forti scontri tra Partito Repubblicano e Partito Democratico. Infatti i democratici sono interessati ad acquisire i consensi dei latini naturalizzati, mentre i repubblicani si rifiutano di ammettere che anche loro sono figli di immigranti e non vogliono mischiare la loro “razza pura” con gente di altri paesi, i così detti “Aliens“. C’è da sorridere al pensiero che gli Stati Uniti nascono con uno sbarco di immigrati. Infatti i progenitori di questi repubblicani, perseguitati per motivi religiosi, partirono da Plymouth in Inghilterra, attraversarono l’oceano e sbarcarono, in quello che poi sarebbe diventato il “paese degli uomini liberi”, nella baia di Cape Cod .
Il movimento messicano verso gli Stati Uniti cominciò nel secolo scorso, quando una parte del territorio messicano (California, Nevada, Utah, Arizona, parte di Colorado, Nuevo México e Wyoming) fu acquistato dagli Stati Uniti negoziando con quello che allora era presidente messicano, Antonio López de Santa Anna al quale andò un compenso di 15 milioni di dollari. Questo succedeva nel 1847. In quel momento la frontiera formalmente si sposta, ma fisicamente non esiste. I messicani non trovano nessun impedimento ad andare nel paese vicino. Viene ampliata la rete di comunicazioni del Messico. La gente può muoversi facilmente, i treni permettono viaggiare dall’altopiano centrale del paese fino alla frontiera, specialmente verso il sudovest degli Stati Uniti, dove si cominciava a sentire un forte sviluppo economico basato sull’agricoltura.

Durante le ultime due decadi del secolo XIX e le prime due del XX, gli immigranti messicani furono i protagonisti della costruzione delle ferrovie nel sudovest degli Stati Uniti, specialmente per le aziende Southern Pacific e Santa Fe. I lavoratori messicani arrivarono a rappresentare il 70% della forza di lavoro impiegata. Il lavoro li portò a fino a gli stati del Montana, Wyoming, Utah, Colorado, Idaho, Illinois e Washington.
Nel sudovest americano i treni assicurarono un trasporto affidabile per la distribuzione di prodotti agricoli. Grazie anche a nuovi sistemi di irrigazione, si resero disponibili migliaia di ettari per la coltivazione. La mano d’opera messicana fu impiegata per pulire i terreni, per seminare, irrigare e raccogliere prodotti che nel 1929 rappresentavano il 40% di tutta la frutta e vegetali coltivati negli Stati Uniti.
Dopo la rivoluzione messicana del 1910 il paese era insicuro ed in preda a bande di delinquenti. In quel momento l’industria e l’agricoltura statunitense avevano bisogno di rimpiazzare i lavoratori americani che erano partiti per la Prima Guerra Mondiale. In questo modo, gli immigranti messicani risolsero i problemi di occupazione e sicurezza. Dal canto suo, il capitale americano trovò la mano d’opera necessaria allo sviluppo nazionale. Nel 1917 il governo americano legalizzò un programma speciale per ammettere temporaneamente i lavoratori messicani. Questo programma scade poi nel 1921.
La crisi americana del 1929 fece in modo che si sviluppassero gruppi di opinione che proposero restrizioni all’immigrazione opponendosi all’uso di mano d’opera messicana. Questi gruppi sostenevano che i messicani occupavano posti di lavoro che appartenevano a cittadini americani in una contingenza che vedeva elevati indici di disoccupazione. Il governo americano individuò nei lavoratori messicani i colpevoli di almeno una parte della crisi ed organizzò rimpatri massivi.

Quando gli Stati Uniti entrano nella Seconda Guerra Mondiale, il governo americano firmò un nuovo accordo con il governo messicano per permettere ai lavoratori messicani di tornare a rimpiazzare ai lavoratori americani impegnati in guerra. Questo accordo, conosciuto come “Programa Bracero” funzionò dal 1942 fino al 1964.
Dalla storia si possono capire diverse cose. La prima è che gli Stati Uniti devono una parte sostanziale del loro sviluppo iniziale alla forza lavoro prestata dagli immigrati che hanno collaborato nella creazione di vie di comunicazione, delle fonti di alimentazione e alla creazione di reddito, strumenti indispensabili allo sviluppo di una nazione civilizzata. Lavoratori immigrati che, successivamente, sono stati riconvocati in momenti di crisi internazionale a sostenere strategicamente la produzione industriale e bellica, salvo essere messi poi nuovamente alla porta quando non erano più necessari.
I messicani, viceversa, spinti dal bisogno, nel corso dei secoli hanno abbandonato il loro paese per andare lavorare per gli americani, mentre il loro paese, con enormi possibilità di sviluppo ed una gran quantità di risorse naturali, traballa sotto le mani di politici corrotti e narcotrafficanti.

Tijuana - Sbarramento USA-Messico
Probabilmente vi sorge una domanda: Perché i messicani non attraversano regolarmente il confine per entrare negli Stati Uniti?
Come nel caso italiano, per l’ingresso negli Stati Uniti dal Messico bisogna avere un passaporto ed un visto d’ingresso. Per ottenerlo bisogna dimostrare di avere una residenza negli Stati Uniti, un lavoro ed un conto corrente bancario. Praticamente la legge Bossi-Fini. Chiaramente, chi ha bisogno di andare a lavorare per gli americani, non può soddisfare i requisiti richiesti e deve rischiare il passaggio illegale.
In un contrasto totalmente allucinante con questa realtà, a tutti i cittadini cubani che scappano e raggiungono in qualsiasi modo il territorio americano viene concessa immediatamente la residenza in base ad una disposizione detta “wet feet/dry feet policy” (regola dei piedi bagnati e dei piedi asciutti) secondo la quale un Cubano catturato nelle acque tra Stati Uniti e Cuba (cioè con “i piedi bagnati“) viene generalmente rimpatriato o spedito in una nazione terza. Invece, coloro che riescono a sbarcare (”piedi asciutti“) hanno la possibilità di rimanere negli Stati Uniti e, successivamente, accedere al titolo di residente permanente, status prodromo alla cittadinanza statunitense.

Adesso l’amministrazione americana sta ampliando e rendendo più sofisticato il muro esistente sul confine con il Messico. Un muro di 1.120 chilometri sui 3.200 di tutto il confine. Un muro che ha l’obiettivo di impedire che i messicani, la fonte principale di mano d’opera americana, possano varcare il confine per andare a fare i lavori che nessun americano vuole più fare. Negli ultimi 9 anni il muro esistente si è dimostrato dieci volte più efficiente del muro di Berlino in tutti i suoi 28 anni di funzionamento, secondo quello che afferma Wayne Cornelius, esperto in immigrazione dalla Università di California.
Secondo dati forniti dal DHS. Ogni giorno vengono intercettate circa 3.000 persone mentre cercano di attraversare la frontiera per entrare nel “sogno americano”.

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2008







un pezzo eccezionale. Grazie Miguel. Ci manchi tanto.
l.
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Concordo con Comandante Nebbia, sia per il pezzo, sia per la mancanza. Miguel, fatti sentire.
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Per la miseria che botta!
Questo è giornalismo puro.
Ciao Zio!
We miss you
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La tragedia dei messicani si perpetua…C’è sempre qualcuno che rivendica la purezza della razza, ignorando volutamente che siamo tutti “bastardi”, come sosteneva Indro Montanelli, non nel senso spregiativo del termine, ma perchè siamo tutti una mescolanza di sangue e di etnie. In nome della razza pura l’intolleranza aumenta e la gente si chiude sempre di più nel proprio guscio. Personalmente nutro poca speranza che il mondo possa cambiare in meglio. Con i tempi che corrono…
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D’accordo!Tutti pienamente d’accordo sul fatto che il Governo debba regolamentare l’immigrazione, ma non per questo la gente ha il diritto di essere così meschina nei confronti di altre persone. Credetemi ho appena accompagnato dei miei parenti del nord alla stazione e vi giuro che ho sopportato i loro discorsi razzisti-leghisti per un’intera settimana! Oggetto del dibattito era perché i rumeni laureati, una volta giunti in Italia, potessero occupare dei posti di rilievo e pertanto togliere il posto ai giovani italiani laureati (i più a spasso).Credetemi inutilmente cercavo di far capire che se loro figlio appena laureato avesse avuto voglia di lavorare in Spagna, ad esempio, poteva farlo tranquillamente. Poi sulla loro bocca c’era sempre il termine marocchino, extracomunitario, li brucerei tutti… E a un certo punto parlando della Moschea di Milano esclamano in coro certo se noi cattolici volessimo edificare una chiesa cattolica nel loro paese non sarebbe possibile!!! Mi sono venuti i brividi!
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