Libertà, stravaganze e democrazia. 19


Qualche settimana fa Mentecritica ha ospitato un dibattito tra Manrico Tropea e Claudio Bezzi sulla libertà nel mondo odierno (qui il post di Tropea e qui quello di bezzicante). Il primo sostiene che le libertà del mondo contemporaneo si sono svilite e spesso nascondono egoismi locali o personali; il secondo, concordando con questo punto di vista, ha ricordato come in un mondo sempre più complesso occorra riconsiderate espressioni come libertà e democrazia, poiché le definizioni fornite dalle vecchie ideologie del XIX e XX secolo sono ormai inservibili.

Lo dichiaro subito: concordo con Tropea. Basta un’occhiata a internet e ai social network per accorgersi che molte libertà occidentali difendono interessi così parziali da atomizzare il mondo stesso che le ha generate. Come spiegò molti anni fa Isaiah Berlin (Quattro saggi sulla libertà, 1958, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1989), la libertà del mondo contemporaneo non è singolare (la libertà negativa, o “libertà da”) ma plurale: è “libertà di”, una libertà positiva. Così, accanto alle più tradizionali libertà di parlare, di agire, di credere, di scrivere, di pregare, di amare, ne sono fiorite altre. Alcune sono apparentemente innocue (il coltivatore di gerani da terrazzo o il collezionista di tovaglioli usati non vedo come possano far del male); altre un po’ meno: libertà di rimpinzarsi di patatine, di narcotizzarsi con la tv e con internet, di avvelenarsi con le droghe, di essere ignoranti, di insultare, di essere razzisti, di rompere la testa al tifoso della squadra avversa. Questi comportamenti non hanno nulla a che fare con la libertà dai ceppi della tirannia (appunto la libertà negativa), sono piuttosto licenze sorte insieme al narcisismo di massa della società dei consumi. È con quest’ultima che il mondo ha cominciato ad assomigliare, per dirla con Eliot, ad “un mucchio di frante immagini”; le libertà che ne hanno accompagnato il dispiegarsi sono anch’esse minute, micro-individuali, atomizzate.

Detto questo, la questione affrontata dai due autori ha a che fare con il rapporto tra democrazia e libertà, come ha spiegato benissimo Bezzi. Dei tre punti con i quali occorre “fare i conti” che bezzicante ha elencato nel suo ottimo articolo, è il terzo che mi interessa: il problema della tutela delle minoranze. Vista da questa prospettiva la questione credo che si presenti così: non è tanto la qualità delle libertà che dovrebbe preoccuparci, ma il rischio che esse, prima o poi, possano costituire una massa critica in grado di limitare la libertà stessa. Mi spiego: i sostenitori di una certa opinione, o tendenza, o costume (tutti comportamenti liberamente accolti dalla nostra comunità), se riuniti insieme diventano movimento organizzato; come tale quell’opinione cessa di essere “una tra le tante”, ma diviene, appunto, una massa capace di imporsi. Se poi questa massa si trasforma in “volere del popolo” il rischio della tirannia è dietro l’angolo.

Anni fa, in un bel saggio più volte ripubblicato (Democrazia cos’è, Rizzoli, Milano 1994) Giovanni Sartori scrisse che il significato attribuito alla parola “popolo” è diverso nelle varie tradizioni linguistiche. Nelle lingue francese, tedesca, italiana si dice “il popolo è”; nelle lingue anglosassoni si usa il plurale: “people are”. Detto al singolare, il concetto di popolo identifica una “totalità organica”, un’unica volontà generale, un ente solido e indifferenziato, nel quale non si ravvisano diversità. Detto al plurale, invece, denota un aggregato di individualità, una molteplicità in cui le volontà non sono identiche ma differenziate ed anche in conflitto. In un sistema che si dice democratico, se a decidere è una totalità organica – ovvero un’istituzione o un uomo che la rappresentano, che ne costituiscono la voce (o il “megafono”, come oggi qualcuno ama dire) – allora è inevitabile che eventuali dissensi non solo non verrebbero tutelati, ma molto probabilmente sarebbero schiacciati. Le minoranze sarebbero prive di libertà, perché considerate “diverse” rispetto alla totalità e pericolose per l’integrità di questa: minoranze criminali da punire. In questo tipo di democrazia, persino chi è parte della comunità sarebbe libero solo se rimanesse dentro essa, solo se continuasse ad essere nella maggioranza assoluta. Se dovesse cambiare parere, magari perché si è accorto che chi esegue il “volere del popolo” è un despota, sarebbe anche lui privato della libertà di dissentire, poiché diventerebbe parte della minoranza criminale e rischierebbe per questo la censura e la punizione. Negando la possibilità di cambiare opinione, il governo di popolo, inteso come potere basato su una comunità organica, degenera verso il totalitarismo. Non a caso i regimi totalitari del XX secolo erano antiliberali, non antidemocratici.

Con la soppressione del dissenso, questa democrazia assoluta metterebbe in discussione anche la sovranità popolare, poiché, come dicevo, a nessun membro del popolo sarebbe concesso di cambiare parere: in una democrazia totalitaria, al popolo è chiesto di esprimersi solo nel momento della instaurazione del governo, una volta sola per tutte, poiché ogni altro parere e ogni altra opinione verrebbero a configurarsi come tradimento di quel mandato iniziale. Per questo nei governi autoritari (e nei partiti monocratici) le consultazioni elettorali non ci sono mai, o, se ci sono, hanno l’aspetto di un plebiscito che ratifica decisioni già prese, senza rispetto per procedure e regole giuridiche. Allo stesso modo l’uso del web senza vere regole di trasparenza, ovvero senza possibilità di controllo sul numero dei partecipanti al voto e sulle procedure di scrutinio di questo, diventa strumento liberticida: democratico sì, ma nel senso della democrazia totalitaria (mi sono occupato più ampiamente della questione in tre post del mio blog: qui, qui e qui).

Secondo Sartori, per salvarsi dal totalitarismo la democrazia dovrebbe seguire il principio maggioritario temperato, ovvero: i più decidono ma nel rispetto delle minoranze, tutelando il diritto di queste a dissentire, lasciando che esse possano spiegare al popolo le ragioni del proprio dissenso. In questo modo si unirebbe la democrazia alla libertà, affermando il diritto del popolo a governare “nei limiti” del rispetto delle minoranze. Questi limiti sono ben indicati, ad esempio, nella nostra carta costituzionale la quale, nell’articolo 1, afferma sì la sovranità popolare ma sancendo, subito dopo, che il popolo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sartori ricorda a questo proposito le parole di Lord Acton, contenute negli Essays on Freedom and Power: “La prova più sicura per giudicare se un paese è veramente libero è il quantum di sicurezza di cui godono le minoranze” (citato in G. Sartori, op. cit., p. 24).

Un ragionamento analogo elabora Gustavo Zagrebelsky in un libriccino intitolato Imparare democrazia (Einaudi scuola-Mondadori education, Milano 2011). In democrazia, afferma l’autore, “non esiste nessuna ragione per sostenere, in generale, che i più vedano meglio, siano più vicini alla verità dei meno”. Nulla prova che “nel molto ci sia il tutto” (p. 32). Perciò la massima vox populi, vox dei “è soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno numerosi”. Essa è solo apparentemente una massima democratica, poiché in realtà “nega la libertà di chi è minoranza, la cui opinione, per opposizione, potrebbe dirsi vox diaboli e dunque meritevole di essere schiacciata per non risollevarsi più” (p. 33).

Gli ingredienti di una democrazia liberale dovrebbero quindi essere pragmatismo, reversibilità e provvisorietà delle decisioni, rispetto delle opinioni altrui, cura delle parole che si usano, rifiuto di ogni fideismo totalitario. Che in un simile sistema vi siano persone che inseguono opinioni irragionevoli o comportamenti stravaganti è un rischio che si deve correre e che si può contrastare solo ricorrendo alla cultura e all’educazione, non alla censura. A meno che non arrechino danno a qualcuno, ma in questo caso intervenie il codice penale. Il vero pericolo proviene invece da coloro (molti in questi ultimi tempi) per i quali l’intera comunità dei cittadini dovrebbe coincidere con il governo, senza mediazioni e senza eccezioni. Un “tutto” non può preservare la libertà delle minoranze se crede di essere solo esso il depositario del “vero”, se crede di non avere bisogno dei “molti” e della bizzarria dei “diversi”.

 

Di Carlo Cerioni

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