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Lettere Dal Fronte

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25 gennaio 1943

Cara Letizia,

riesco finalmente dopo tanto tempo a scriverti, non sapendo fin da subito se questa lettera riuscirà a giungere fino a te.

L’ultima volta ero sul Don e i tempi non erano comunque dei migliori. I russi ci hanno cacciato dal fiume e giungono voci che anche Stalingrado sia ormai stata persa dai tedeschi. Siamo stati costretti alla ritirata, abbandonando le nostre buche sotto terra, una marcia forzata per tentare di tornare tra le fila amiche, ancora distanti, nel freddo impietoso dell’inverno russo. Da settimane non ho notizie di mio fratello, impiegato più a nord rispetto alle nostre posizioni, vorrei tanto fosse qui con me.

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Il mio umore come vedi non è diverso dall’ultima lettera, dove già ti dicevo di dimenticarmi, nutro ben poche speranze di tornare e ciò che mi fa andare avanti nell’eterna marcia nella steppa è solo un primordiale istinto di sopravvivenza. L’ultima speranza che mi lega alla vita è però l’amore che ci lega e si riaccende ogni volta che, sfinito, alzo lo sguardo per cercare un conforto con Dio, e la notte restituisce solo un silenzioso mare di stelle, così lucenti che sembrano siano ad un passo dal mio naso, e solo allora riesco a immaginarti sotto i nostri alberi con lo sguardo spensierato che scivola fra i fiori della primavera. Sono attimi che durano pochi istanti, rotti dallo scrocchiare degli scarponi sulla neve, che ormai sono solo brandelli di cartone ricoperti di stoffe.

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Ogni giorno perdiamo più di 2000 uomini, morti di fame o di freddo, dispersi nella steppa o morti in imboscate. Ricordo ancora l’umore goliardico dei miei compagni quel giorno di luglio quando partimmo da Verona, profondamente diverso dal mio, che sapevo di andare incontro a un destino avverso. Ricordo le tue preghiere affinché mi nascondessi nei campi o sui monti ed è quel sentimento di attaccamento verso me che nutre il mio corpo in questi giorni infernali. Sono partito per dovere ben sapendo che non sarebbe stata la mia guerra, i russi difendono la propria patria e noi rappresentiamo l’invasore che la propria patria la deve ancora costruire. Dicono che loro sono comunisti ed io nemmeno so cosa voglia dire, so solo che non riesco ad odiarli anche se ne ho mitragliati a centinaia, riducendo tutto ad una questione: o loro o me. Vorrei tanto riuscire a scriverti le sensazioni che provo, il vuoto assoluto intorno a noi che attanaglia il mio cuore, vorrei anche solo riuscire a parlare con qualcuno, per condividere le mie lacrime mischiate al fango e alla neve, ma trovo solo corpi vuoti in fila verso il niente.

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Ora mi trovo nelle vicinanze di Nikolajewka, dopo molto tempo sono davanti ad un fuocherello e il tepore che riscalda le mie mani unito alla scarsa luce mi permette finalmente di scriverti. Domani ci attende forse la battaglia più dura e se mai riuscissi a scamparla so che comunque la strada a piedi è ancora tanta, l’inverno è ancora lungo, ma so che ogni passo mi riavvicina a te e alla speranza di riabbracciarti, di avere un futuro, dei figli e dei nipoti a cui raccontare queste storie.. queste stesse speranze.

Per sempre tuo, Angelo.

Ciao Nonno (23 Novembre ’94)

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Interessante estratto da Il sergente di Paolini, soprattutto gli ultimi 3 minuti

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