l’Esazione Italiana
27 novembre, 2007 di serpiko
Archiviato in Chiamiamola Economia

Pochi conoscono il sistema di esazione fiscale italiano: si tratta di uno dei più complessi d’Europa, vessato da una legislatura non esaustiva eppure troppo ampia, mai risolutiva. Mi riferisco in particolare all’esazione sui redditi, principale fonte di entrate per il nostro erario; vi sono poi altre forme pensate per altre tasse, e vi sono ovviamente le relative forme d’evasione, ma noi ci occuperemo solo di redditi e di quanto ruota attorno ad essi.
Diciamolo subito: esistono due pesi e due misure.
Il primo peso è quello per i lavoratori dipendenti. Qui non si scappa, le tasse si pagano tutte e subito. Anzi, in anticipo poiché la trattenuta è alla fonte. A saldo rimangono solo un conguaglio da effettuarsi ogni fine anno sulla base delle trattenute ricevute in busta paga nell’anno stesso e le eventuali posizioni di credito o debito derivanti dalle dichiarazioni dei redditi, da compensare con scadenze variabili a seconda dei casi.
Per essi, lo Stato prevede che siano scaricabili dalle tasse: 1291 € di spese mediche (tranne i primi 129,11 €), altrettanto di assicurazioni sulla vita, i contributi SSN, i contributi volontari alle ONLUS, gli interventi riguardanti migliorie alla casa e poco altro. Il resto ciccia. Così facendo, inevitabilmente il lavoratore dipendente controlla solo la documentazione relativa alle spese che egli più scaricare, e inevitabilmente si sente attratto da escamotages per pagare meno le spese che lo Stato non rimborsa. Teniamo presente questa situazione, vi torneremo più in là.

Il secondo peso è per i detentori di partita Iva, si tratti di imprese, artigiani, liberi professionisti o altro ancora. Le tasse si pagano con un sistema tutto particolare, fatto di ipotesi e di casini, per metà derivanti dalla mente contorta del nostro legislatore e per l’altra metà frutto della necessità di quest’ultimo di tutelarsi in qualche maniera.
Facciamo l’esempio più immediato, quello dei commercianti. Una volta c’erano gli scontrini fiscali che, nel loro essere poco controllabili (era -ed è- tuttora facilissimo evitare di farne), quantomeno avevano il pregio di accertare millimetricamente le transazioni sulle quali venivano battuti. In questo momento le tasse lavorano sulla base di studi di settore, ovvero ordini di grandezze secondo i quali lo Stato stabilisce arbitrariamente che se uno possiede un certo tipo di attività e fattura un certo numero di €, il rapporto tra questi due dati farà sì che il suo guadagno sia necessariamente tot.
Lo Stato non prevede nè il caso di un commerciante abile che sappia far fruttare le proprie vendite meglio di quanto supposto dal fisco (e che quindi non pagherà le tasse su tutte le sue transazioni), nè il caso del commerciante sfigato che abbia ricavato meno di quanto previsto (ma che dovrà pagare le tasse per quanto supposto dallo stato). In entrambi i casi si finisce per versare qualcosa che magari s’avvicina al dovuto ma drammaticamente non corrisponde ad esso; e il commerciante abile sarà invogliato a tacere, per imbertarsi la differenza attiva, mentre il commerciante sfigato cercherà di reagire a quello che sente -e a tutti gli effetti è- un furto nei suoi confronti.
Chi possiede una partita IVA inevitabilmente paga le tasse alla cacchio. Glielo impone lo Stato.
E quando nel prossimo capitolo vedremo il calcolo dell’IVA e lo incroceremo con l’interesse di chi non la scarica a non pagarla, capiremo come si fa a far saltare il banco.
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Da alcuni commercianti ho sentito parlare benissimo degli studi di settore e della loro affidabilità.
Forse sono quelli che imbertano?
Gli studi di settore non “impongono” il reddito servono solo per determinare il livello al di sotto del quale la dichiarazione può risultare “non congrua” e l’accertamento fiscale “possibile”. E questo, per alcuni casi, solo quando si hanno due “sforamenti del limite” su tre anni.
Chi sta *realmente* sotto quella soglia può accettare l’ipotesi dell’accertamento fiscale. Chi sta sotto la soglia ma comunque molto vicino, la dichiara. Chi sta sopra quella soglia, può anche abbassare il livello di emissione di scontrini e ricevute restando comunque oltre il limite accertabile e quindi al sicuro oltrechè moralmente sdoganato.
Mi ripeto, il cittadino non deve sentirsi protetto dagli evasori con gli studi di settore: pretendere lo scontrino E’, E RESTA, COSA BUONA E GIUSTA.
Concordo in pieno con Cosimo. Sono anni che la mia regola personale è che la frontiera va difesa da ciascuno di noi senza deleghe e senza scarica barile.
Quindi sorveglianza attiva e militante contro la criminalità, la prepotenza, la sopraffazione e la prevaricazione.
Mentecritica è solo una delle azioni che ho messo in atto insieme ai miei uomini per rendere operativa quella che è una mia disposizione interiore.
Per questo scontrino, fattura e ricevuta sono sempre pretese da me con cipiglio minaccioso.
Non mi piacciono quelli che si lamentano perché c’è da aspettare un mese per una visita all’ASL e poi risultano esenti ticket pur avendo attività evidentemente lucrose.
Non mi limito a criticarli sottovoce. Se ne ho l’occasione manifesto apertamente la mia opinione ed, appena possibile, faccio di tutto per attirare l’attenzione delle autorità.
Ognuno di noi è difensore in prima persona della pace, del dialogo e della legalità.
Solo una precisazione, che mi sembra doverosa.
Che i dipendenti (io sono uno di loro) paghino le tasse in anticipo non ci piove; che le paghino tute è un altro discorso.
Basta pensare ai doppi e tripli lavori, il più delle volte fatti in nero, per capire che l’evasione non è un problema solo degli autonomi.
Peppe, l’idea è quella di ragionare per macroaree, lasciando perdere la casistica minore. Altrimenti dovremmo rilevare che la maggior evasione è realizzata dalle puttane, che non sono dipendenti, non hanno partita IVA eppure esercitano a tariffe da dirigente.
Il compito che mi sono prefisso è analizzare ciò che è istituzionalizzato.
Perchè l’evasione non è solo un problema ascrivibile agli autonomi, vero.
Solo che per gli autonomi è facile da praticare e agilmente “regolarizzabile”. Per tutte le altre categorie no. O meglio, certamente non nella medesima, vantaggiosissima misura.
“Il primo peso è quello per i lavoratori dipendenti. Qui non si scappa, le tasse si pagano tutte e subito”.
Si pagano tutte (quelle risultanti dalle buste paga ufficiali), perchè il versamento non viene fatto dal dipendente…Se ti ricordi alcuni anni fa fu proposto un referendum per abolire il sistema di versamento delle trattenute alla fonte (datore di lavoro), referendum ritenuto prontamente inamissibile dalla Corte Costituzionale anche se di fatto riguardava il solo modo di riscossione, e non la norma tributaria (nessuno chiedeva di abolire le “tasse” ma soltanto di cambiare la forma di versamento..), ovvero si diceva di erogare la paga lorda ai dipendenti e che gli stessi poi provvedessero ai relativi versamenti tributari, previdenziali, sindacali…
La fiducia dimostrata “nell’onestà dei lavoratori dipendenti” da parte di chi era in alto allora, e qualcuno lo è ancora, fu lodevole: se facciamo così nessuno paga le “tasse”…referendum osteggiato anche dagli stessi sindacati dato che ti ricordo che sulla busta paga vengono effettuare anche le “trattenute sindacali”…
D’altronde, non so se hai mai concordato con i sindacati e se lo hai fatto noteresti quale sia la loro principale preoccupazione (incassare)… DI Pietro all’epoca accertò che i sindacati avevano pure preso i soldi dai padroni, ma che ciò non costituiva reato in quanto non partito politico…Se ti è capitato di concordare le imposte avresti notato che il funzionario incaricato ha un incentivo sulla busta paga…
Sfatiamo la leggenda dei lavoratori dipendenti…pagano tutto (sul chiaro della busta), ma perchè non versano loro…non tanto per “onestà tributaria”…
Un caro saluto….
Nel primo pezzo dello speciale ho fatto l’esempio del portafogli smarrito: ognuno di fronte a quella situazione reagirebbe secondo la propria etica. Che è differente da caso a caso.
L’unica certezza è che chi si trova in questa situazione subisce la tentazione di tenersi il portafogli. E se ne trova uno tutti i giorni, prima o dopo…
Nessuno dice che i dipendenti siano tutti onesti e gli autonomi tutti rapinatori, ci mancherebbe. Stiamo invece dicendo che i secondi convivono con la possibilità di fare i furbi e trarne lucro, i primi no.
Per questo non la butterei sulla morale: è l’occasione a far l’uomo ladro.
Anche se spesso abbiamo prova di occasioni accuratamente procurate.
Ora quel che dico è: non si può basare la contribuzione fiscale su una sola categoria. Occorre spalmarla sulla collettività, per tante ragioni: giustizia, equità, tutte queste cosine insomma. Ed ecco il busillis: un sistema in grado di operare bene solo sui lavoratori dipendenti, a prescindere dalla loro onestà, è in realtà un sistema che non funziona.
Con ciò, non sono certo a domandare che il sistema divenga inadeguato ANCHE per i dipendenti, ci mancherebbe.
Vorrei soltanto che l’erario operasse in uniformità su tutte le categorie.
Una cosa…non dirmi che un lavoratore dipendente se riceve qualcosa a “parte” dal “padrone” è poi così scontento e chiede che venga messo in chiaro a busta paga…
Un’altra cosa che ho notato, è che per esempio si omette di indicare i dati per i settori ad evasione accertata zero…limitandosi a ridacchiare e a sfottere…Da Vespa dissero presentando i dati tributari che gli alimentaristi erano in pratica ad evasione zero, ma si guardarono bene dall’indicare i dati relativi ai redditi di categoria…Un sospetto erano forse troppo bassi, ma come se il settore è ad evasione zero? O i dati sono sbagliati, oppure l’economia non sta tanto poi ben messa come viene propagandato…
Pretendete le fatture, aggiungerei…
infatti è giusto precisare che fatture e ricevute sono due cose diverse
Grazie MC di esistere, leggo quest’articolo solo adesso, dopo lo stress per entrare nell’Inps, perchè sono testa di cacchio, visto che “Chi possiede una partita IVA inevitabilmente paga le tasse alla cacchio. Glielo impone lo Stato.”
Visto che ci sarebbe il diritto di entrare nella posizione Inps, ho provato il fai da te. Entrata nel sito Inps, entrata nella pagina per chiedere il codice Pin.sbattuta per compilare il modulo, appare la prima parte, che non si può memorizzare sulla chiavetta, e così se non hai la stampante pronta sei fottuto perchè poi sparisce. Dopo più di una settimana, mi hanno chiamato per telefono per dirmi che mandavano per posta la seconda parte. benissimo, arriva, e metto insieme il codice pin. Provo a entrare – ci riesco perchè la caccia al tesoro è sempre stato il mio gioco preferito, non perchè sia commercialista nè tanto meno informatica, – c’è da inserire il codice Pin. Finito? NO!bisogna modificarlo, questo non è più valido, e bisogna stampare quello nuovo, SUBITO, perche non si memorizza. OKEY ho il mio codice pin, ma non riesco a visualizzare i miei pagamenti. Eh eh eh… una cosa per volta….quando ci riuscirò sarà da ricambiare di nuovo tutto, perchè il codice non dura più di tre mesi. Infatti anche nel cassetto fiscale dell’agenzia delle entrate non ci posso entrare più, la password è scaduta. E tutto non per entrare nel mio forziere con i soldi dentro, ma per vedere cosa è stato pagato! Insisterò, fino a quando, stremata, l’arteriosclerosi mi prenderà sotto le sue ali protettive per farmi avere la pensione….forse!
Grazie a te.
Anche io, in questi giorni, sono alle prese con la burocrazia.
Lasciamo perdere …