L’eredità dell’8 settembre: la divisione permanente 20


Dopo l’8 settembre, l’Italia fu divisa e doppiamente occupata: al Nord la Repubblica sociale italiana guidata da Mussolini ma sotto la protezione dei nazisti; al Sud il governo di Badoglio ma sotto la protezione degli Alleati. L’Italia aveva perso l’unità e l’indipendenza in un sol colpo; per quanto possa apparire indigesta e antiquata, la parola patria va usata in questo contesto: ebbene, la patria era perduta o, come ha messo in luce Galli della Loggia nel suo saggio, era morta, defunta (Ernesto Galli della Loggia, La morte della Patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996).

Non soltanto era andata perduta l’unità politico-territoriale, ma le antitesi nella società italiana divennero allora radicali, permeate di odio, affidate alla violenza e all’uso delle armi. Furono soprattutto i giovani a trovarsi di fronte a scelte tragiche.

I giovani neofascisti si sentirono traditi dal re, da Badoglio, dai vecchi gerarchi fascisti che accusarono di debolezza. Condivisero perciò l’ansia di riscossa del fascismo, ora repubblicano e rimasto fedele all’alleato nazista. Oggi appare ovvia la contraddizione di questo comportamento: i giovani “repubblichini” volevano la rinascita la nazione, ma perseguivano questo scopo usando un mezzo, il protettorato germanico, che negava all’Italia la possibilità di esistere come nazione. Ma allora, nella cornice di odio e di vendetta che caratterizzò quella svolta storica, era forse meno ovvio comprendere il significato di quelle scelte.

I giovani che si diedero alla Resistenza furono animati dalla stessa sindrome del tradimento. Si sentivano traditi da coloro che aveva condotto il paese alla rovina: il re, le gerarchie militari, la borghesia e, naturalmente, il fascismo che aveva svenduto il paese ai tedeschi. Questo spiega come mai nella Resistenza furono decisamente maggioritarie le correnti antimonarchiche, anticonservatrici e antiborghesi, minoritarie quelle monarchico-militari e moderate, a differenza di altre resistenze europee, ad esempio quella francese. Questo spiega la forza dei nuclei comunisti e azionisti che sul tema della rinascita dell’Italia sulla base di una rivoluzione antiborghese e anticonservatrice trovarono una decisa convergenza (Resistenza come rivoluzione).

Ma all’interno del fronte della Resistenza le fratture c’erano, nonostante la convergenza di cui si è appena detto. I comunisti, che si avvertivano come un’articolazione del fronte internazionale guidato da Stalin, concepivano la Resistenza come una rivoluzione collettivistico-statalistica, secondo l’esempio sovietico. Perciò per loro la vicenda nazionale non era altro che un capitolo interno agli interessi prioritari dell’Urss e doveva adattarsi anche alle scelte tattiche di quest’ultima. Come fu, ad esempio, l’arrivo di Togliatti a Salerno e la svolta da lui compiuta (marzo 1944) entro il Pci e il CLN: l’accantonamento della pregiudiziale istituzionale e la costituzione di un nuovo governo Badoglio con la partecipazione dei partiti antifascisti (aprile 1944: primo governo di unità nazionale).

Il Partito d’Azione, sorto nel 1942 dalle Brigate partigiane di Giustizia e Libertà, aveva perseguito lo scopo di abbattere il fascismo e di restituire la libertà all’Italia, costruendo quella repubblica che non era mai sorta (donde il nome del Partito che si richiamava a quello di Mazzini). La sua parola d’ordine era “rivoluzione democratica”, tuttavia in esso convivevano almeno due anime: una radicale di orientamento socialista, l’altra moderata di orientamento liberale. Sicché al crollo elettorale del 1946 seguì la diaspora: una parte degli “azionisti” confluì negli schieramenti socialisti e comunisti, un’altra finì in quelli del riformismo laico.

Oltre alle correnti comunista e azionista, sicuramente maggioritarie tra gli antifascisti, nella Resistenza vi erano altre due anime: una moderata (cattolica) e una conservatrice (liberale e militar-monarchica), entrambe minoritarie.

Sotto la proclamata unità delle forze antifasciste, si agitava perciò una pluralità di organizzazioni dai contenuti ideologici e politici assai diversi, sebbene la direzione unitaria fosse assicurata dai Comitati di liberazione nazionali, espressioni locali dei partiti, e dal Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia, organo superiore collegato al governo del Sud.

Significativa è poi un’altra frammentazione, anch’essa destinata a durare dopo la Liberazione: quella dei riferimenti internazionali delle forze operanti nella Resistenza. Tutte parlavano di Stato nazionale e della necessità di ripristinarne la sovranità e l’unità, ma ognuno intendeva queste cose come lo sbocco di un diverso percorso. I comunisti ritenevano fondamentale, per la libertà e la sovranità nazionale, la vittoria dell’Urss; i monarchici guardavano alla Gran Bretagna come baluardo per la nostra indipendenza; i cattolici alla Chiesa, sebbene i repubblicani cattolici puntassero di più sull’aiuto degli Usa per contenere le sinistre filosovietiche. Senza riferimenti espliciti il P.d’A., che anche perciò fu più debole rispetto agli altri partiti, vaso di coccio tra vasi di ferro. Sicché l’unità della lotta al nazifascismo era solo apparente, poiché si stava già preparando il terreno per la prossima dissoluzione della coesione: dopo un biennio di residuale permanenza dell’unità, essa cedette nel biennio 1947-’48 ad una nuova contrapposizione frontale.

La Resistenza appare perciò segnata da due caratteri strettamente legati che condizioneranno la storia della nascente repubblica: da un lato la partitizzazione e dall’altro la doppia lealtà, quella dichiarata e ufficiale (allo Stato nazionale); quella reale (ad un potere sovrannazionale o straniero).

Ma la più importante divisione ereditata dalla crisi della nazione avvenuta l’8 settembre è la nascita e la diffusione dell’ideologia dell’antifascismo. Proprio le diverse appartenenze internazionali nel dopoguerra produssero, sul tema dell’antifascismo, una spaccatura insanabile all’interno del fronte che aveva combattuto nella Resistenza.

Tra i liberaldemocratici, ed anche in parte tra i socialdemocratici, il fascismo venne letto come fenomeno storico circoscritto ad una determinata epoca, cosicché anche l’antifascismo venne interpretato come esperienza circoscritta e delimitata: sconfitto il fascismo, l’opposizione ad esso divenne per i liberaldemocratici parte di un più generale antitotalitarismo che ora aveva come nemico il comunismo. In ambito comunista, invece, l’antifascismo assunse un significato metastorico: un’ideologia che da un lato sosteneva essere il fascismo non ancora sconfitto, bensì sempre in agguato e risorgente, dal momento che esso era ritenuto tutt’uno con il capitalismo (che non era affatto venuto meno); dall’altro lato questa ideologia divenne per la cultura comunista sinonimo di democrazia: se si è antifascisti si è anche democratici; perciò chi si professa comunista, in quanto antifascista è anche ascritto di diritto all’ambito della democrazia; chi si professa anticomunista è antidemocratico e oggettivamente fa il gioco del fascismo.

La logica conseguenza di questa equazione fu la condanna, da parte della cultura comunista, di ogni posizione politica e intellettuale che non fosse orientata verso l’ideologia antifascista intesa nel senso sopra detto. In tal modo l’antifascismo costituì nel dopoguerra italiano l’elemento politico-ideologico che produsse più divisione e più discordia. Esso si sostituì al concetto di nazione e diventò il valore dominante della politica italiana per decenni. Le parole “patria” e “nazione”, bandite dal linguaggio pubblico e sostituite dall’anodino termine “paese”, furono considerate sintomi del permanere di sentimenti fascisti.

La disgregazione dell’Italia avvenuta l’8 settembre aveva così sepolto i pochi valori di coesione nazionale costruiti dal Risorgimento, mentre le nuove forze politiche uscite dalla Resistenza, Pci e Dc, insensibili o poco interessate a quei valori (non dimentichiamo che cattolicesimo e marxismo sono culture con vocazione ecumenica, sovranazionale), cercarono di sostituire ad essi, quali elementi di coesione nazionale, l’appartenenza al partito e la fedeltà alla sua ideologia: anziché l’adesione alla nazione, all’italiano del dopoguerra venne proposta l’iscrizione al partito.

L’identità partitica di per sé è “divisiva”, conflittuale, non inclusiva. Perciò la politica italiana, avendo smarrito il riferimento comune ai valori e agli interessi nazionali, divenne litigiosa, faziosa, ideologica. Se l’Italia in un simile contesto di alta conflittualità politico-partitica riuscì a sopravvivere, ciò fu dovuto a due fattori concomitanti: il sostegno nordamericano (con la conseguente “sovranità limitata”); la minaccia del comunismo (che donò alla Dc quasi 50 anni di egemonia). Venuti meno questi fattori e dissoltasi la classe politica repubblicana che aveva governato grazie ad essi, dagli anni Novanta in poi sono riemerse le vecchie insufficienze e le divisioni tipiche di una fragile identità nazionale. Le nuove classi dirigenti (quelle della cosiddetta Seconda repubblica) incapaci di ricostruire l’appartenenza alla nazione, si sono dedicate con rapacità al perseguimento del lucro: hanno così esaltato quel carattere “divisivo” che la catastrofe dell’8 settembre 1943 ha lasciato in eredità ai nostri tempi.

Il superamento di questo carattere dovrebbe passare attraverso una rivalutazione del legame nazionale tra i cittadini della Repubblica. Ma ogni tentativo rischia di apparire demodé: l’epoca attuale indica come orizzonte della futura cittadinanza la dimensione del continente, o quella del globo. Così, proiettati in una prospettiva mondiale senza essere mai stati parte di un contesto condiviso di valori nazionali, gli italiani (se ha ancora un senso usare questo termine) si apprestano a recitare il ruolo degli individui eterodiretti per eccellenza: senza valori laici nei quali credere, deraciné privi di anima, sorretti solo dal proprio amaro cinismo.

Di Carlo Cerioni

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