L’equità della manovra e l’irresponsabilità delle opinioni

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "L’equità della manovra e l’irresponsabilità delle opinioni" è stato scritto da fma

 

Sembra che la libertà d’opinione sia solennemente sancita dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino:

     Nul ne doit être inquiété pour ses opinions, même religieuses,

pourvu que leur manifestation ne trouble pas l’ordre public établi par la Loi.

acceptée par le roi le 5 octobre 1789

Tuttavia il principio di responsabilità, Das Prinzip Verantwortung, un cardine dell’etica razionalista, prevede che l’uomo sociale debba ponderare le conseguenze delle sue scelte e dei suoi atti, dunque che debba risponderne, se non ad altri almeno al tribunale del tempo.

In effetti Luigi XVI, malgrado fosse vietato dalla Dichiarazione, fu malamente ghigliottinato di lì a qualche anno: probabilmente si pensò che la sua “opinione” monarchica potesse in qualche modo turbare l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

Del resto, se si accetta il principio di responsabilità, che impone all’uomo sociale di valutare le conseguenze delle proprie scelte, perché non si dovrebbe applicarlo anche alle opinioni, ove queste possano produrre conseguenze altrettanto rimarchevoli?

Il condizionale è d’obbligo perché, mentre i fatti sono fatti, le opinioni non hanno tutte lo stesso peso. I pareri di Perpetua non convinsero don Abbondio, che pure se ne pentì; le opinioni di Monti stanno toccando dolorosamente le nostre tasche, senza che ci sia dato di pararle con altre opinioni. Non nel senso che a noi manchino, ma nel senso che non hanno alcun valore.

Potendo bisognerebbe dunque distinguere le opinioni in funzione delle loro ricadute, che dipendono poco dal merito e molto dalla condizione di chi le sostiene. L’opinione che la proprietà sia un furto ha conseguenze diverse se a sostenerlo è Proudhon, Marx, o il signor Wurst. Così come ha un peso diverso se la Camusso lo dice in piazza San Giovanni davanti a un milione di persone, o al banco del pescivendolo mettendo mano al borsellino per pagargli le vongole.

 

In questi giorni i sindacati si sono recati da Monti per esporgli la loro opinione su come affrontare la crisi. La loro opinione, ridotta in soldoni, è che si debba mitigare la deindicizzazione delle pensioni e rimodulare l’ICI in funzione dei redditi, ricuperando i quattrini dall’evasione fiscale e dai patrimoni. Evidentemente nell’opinione dei sindacati evadere le tasse e possedere quattrini hanno in comune quell’odore di cacca del diavolo che obbligherebbe chi ne sia portatore non solo a darne conto, ma anche a pagarne pegno. Qualcuno potrebbe obiettare che percepire una pensione bassa non è titolo sufficiente per reclamare solidarietà sociale: molti dei pensionati al minimo non hanno versato un euro di contributi, qualcuno può essere il coniuge di un pensionato ricco, qualcun altro può essere ricco di suo. Mentre alcuni dei pensionati che guadagnano più di 1400 euro/mese, che pagheranno per loro, potrebbero essere in condizioni familiari e patrimoniali assai peggiori. Volendo perseguire fini di giustizia ridistributiva non sarebbe stato meglio legare l’indicizzazione delle pensioni alla situazione familiare? Sì, si potrebbe obiettare, ma molti di quelli che dichiarano un reddito modesto e un patrimonio inesistente, che godrebbero dell’agevolazione, in realtà poi non sono dei poveri ma solo degli evasori.

Forse per questo Monti ha deciso di accordare lo sgravio dell’IMU non per censo ma per stato di famiglia: 50 euro a figlio, perché i figli non si possono nascondere come i patrimoni. Anche qui tuttavia si potrebbe obiettare che in questo modo si accorderà uno sgravio per ogni figlio al dottor Cazzolopone, che guadagna come dodici pensionati messi insieme. E allo stesso modo, quelli che pagano l’imposta di bollo sul deposito titoli, che è la minipatrimoniale che serve a sgravare l’IMU dei padri di famiglia, potrebbero lamentarsi che, per quelli come loro che hanno fatto le formichine per tutta la vita, è proprio un boccone amaro, tanto valeva spenderli quei soldi invece di risparmiarli.

Tutto questo solo per dire che le opinioni sono tutte discutibili, moltissime sono inutili; solo poche, quelle di coloro che si trovano nella condizione di poterle imporre, producono effetti, tutti assolutamente criticabili; talvolta agli antipodi delle intenzioni, la chiamano eterogenesi dei fini, senza che nessuno ne abbia mai a rispondere, essendosi stabilito una volta per tutte che le opinioni non paghino pegno. Ovverosia che possano continuare ad essere riproposte a prescindere dai risultati.

Ma in un sistema sociale bene ordinato è conveniente che le opinioni non tengano conto dei risultati, o sarebbe meglio il contrario?

È meglio che la regolazione del sistema sociale sia ad anello chiuso, retro azionato, oppure ad anello aperto, predittivo? Che il valore della variabile in uscita dal sistema, il risultato, agisca modificando il dato di ingresso, l’opinione? Oppure che il valore della variabile manipolabile venga determinato per mezzo di modelli speculativi, a prescindere dal dato di realtà?

Propendono statisticamente per il primo modello le forze politiche di governo, i ricchi, i padri, i pragmatici. Per il secondo le forze politiche che stanno all’opposizione, tanto più quanto minore è la loro probabilità di arrivarci; i poveri, i figli, i sognatori.

Qualcuno è dell’opinione che entrambe le categorie siano necessarie in un contesto sociale bene ordinato, asserendo che l’armonia potrebbe essere a portata di mano solo che si riuscisse a bandire dal sistema gli stupidi.

Che però sono numerosissimi, in continuo aumento.

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Uno che pensa che il futuro sia importante, ma non come si crede, forse perché ce l’ha già tutto alle spalle. Che sia inutile e pericoloso perdere di vista il presente, soprattutto quando ti chiedono l’uovo oggi per la gallina domani. Perché la gallina non abita nel futuro, come dimostra ampiamente il passato.

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