
Lietta Tornabuoni, illustre critica cinematografica, scriveva “ il cinema è l’espressione naturale del sogno”, pensiero suggestivo che per me significa la possibilità, per ciascuno di noi, di immergersi completamente in una narrazione a cavallo tra la vita reale e la creazione personale, quale è, appunto, il sogno.
E quanto il sogno sia materia nutriente, messaggio che scaturisce dalle sagge profondità dell’essere, soluzione creativa o suggerimento inatteso, è ribadito da Luis Bunuel, grande regista spagnolo ormai scomparso, che amava dire “ se avessi da vivere soltanto venti ore, vorrei impiegarne diciotto per sognare”. Il cinema, per chi lo ama, è parte della propria esistenza. Quante volte sediamo nell’antro magico, buio e allettante di un cinema, oppure, grazie alla televisione, sul comodo divano di casa nostra, per farci rapire dalle storie avventurose, commoventi, irriverenti, inquietanti “sognate” e messe in scena dal regista di turno, demiurgo di un mondo tanto reale quanto costruito? Da qualche anno mi occupo di formazione del personale sanitario e, nell’improbo e costante tentativo di tener desta l’attenzione e suscitare la partecipazione ed il dibattito in aula, spesso utilizzo il cinema come strumento che spalanca le porte della ragione e del cuore quando le parole sono diventate banali, scontate o forse addirittura opache. I temi che devo affrontare in aula con i colleghi spesso sono temi “forti”. Temi che rischiano di risultare, nelle lunghe ore passate seduti davanti ad un proiettore, alquanto pesanti se non animati dalla creatività che può venire dall’uso consapevole e mai casuale dell’arte. Federico Fellini diceva: “ direi che non è solo il cinema, ma tutta la nostra esistenza a non poter fare a meno di sentirsi riverberata da ciò che non si può dire. E’ compito dell’arte quello di alludere. Quello di riferirsi a quest’altra cosa di indicibile, di ineffabile, di non enunciabile razionalmente”. Indicibile, ineffabile, non enunciabile razionalmente. Ecco le parole chiave che in sintesi illustrano e giustificano la mia convinzione di usare un mezzo come il cinema per fare formazione. Non si può certo trasformare l’aula in un cinema d’essai o in un più popolare cineplex, ma si possono portare in essa frammenti selezionati di “sogni” a sostenere le parole “dotte”, ad esemplificare crocevia esistenziali, a suggerire emozioni, vissuti, fantasie che ci aiutano a formulare le “nostre” domande e a trovare le “nostre” risposte.
Qualche giorno fa mi sono trovata a trattare il dibattuto tema dell’eutanasia, tema attualmente al centro di un ampio dibattito dalle implicazioni etiche, religiose, giuridiche, politiche e scientifiche. Ho scelto alcune scene del film “Million dollar baby”, per la regia di un sorprendente e maturo Clint Eastwod. Un film che, come spettatore, ho amato da subito per la sua storia, i suoi personaggi, il suo coraggioso, struggente e doloroso epilogo. Ne abbiamo parlato insieme, dopo. E quanto emerso, dalle riflessioni e dalle esperienze dei colleghi, mi ha confermato nel grande potere che ha uno strumento come il cinema. Anche grazie ad esso, talvolta, capita di rispecchiarci gli uni negli altri, di scoprirci accomunati dagli stessi slanci, smarrimenti, grandezze e miserie. Capita di crescere nella nostra umanità. E non è poco.
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Tag: al-femminile, cinema, comunicazione, eutanasia, sogno
miriam161
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5 commenti
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12 Maggio, 2007 a 10:38
dalse
Condivido miriam161, bell’articolo.
ho però notato, negli ultimi tempi, che la visione individualmente critica dei film è caratteristica di pochi individui.
con sconcerto mi sono reso conto di come tantissime persone utilizzino il cinema come retroproiezione delle proprie sensazioni, incapaci ormai di viverle quotidianamente (o forse spaventati dal farlo).
si tratta di un meccanismo rovesciato, all’interno del quale mi autotrasferisco sensazioni provenienti da uno schermo per evitare di scontrarmici (ed elaborarle) direttamente, processo costoso in termini energetici.
concordo sull’utilizzo di scene per rendere immediatamente lampanti dei concetti espressi e sull’utilizzo del cinema come citazione, in virtù dell’immediatezza ed universalità di tale linguaggio, tuttavia noto in generale un’atteggiamento di fruizione di un “transfer emozionale” piuttosto che di uno strumento concesso dalla cultura per la cultura.
12 Maggio, 2007 a 15:38
Emanuele
Bellissimo articolo!!
Solo l’immagine di accompagnamento vale 5 stelle…
Dalse ha sollevato un tema non da poco e non posso che condividere quanto ha detto. Che non mi si paragoni “Novecento” a “tre metri sopra al cielo”. è come dire, in neolingua orwelliana, cinema e scinema.
12 Maggio, 2007 a 17:55
miriam
@ dalse: forse, tra le varie funzioni del cinema c’è anche quella che tu definisci di “transfert emozionale”…non la giudico negativa, se può permettere a qualcuno di confrontarsi con temi ed emozioni lontani dalla propria quotidianità. Ovvero: il cinema come possibilità di ampliare lo spettro interiore delle emozioni e dell’esperienza interiore
(IMHO)
@ emanuele: grazie amico…l’immagine credo sia di diabolicomarco, il nostro creativo 5stelle!!! Cinema e Scinema è sintesi fenomenale!!
12 Maggio, 2007 a 21:17
Davide@home
quotone per superManu! 5 stelle alla cara miriam!
13 Maggio, 2007 a 7:42
Lameduck
L’immagine del Sommo Maestro Kubrick mi fa venire in mente quanto lui sia stato abile nel trasfigurare la realtà sia nel senso del significato che della rappresentazione. Come ti ho detto nel mio commento sul tuo blog, amo molto la funzione catartica del cinema.
5 stelle anche da parte mia!