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Le Scosse dei Paradossi

18 gennaio, 2010 di Giacomo  
Archiviato in Oltre il Confine, latest



Le immagini che illustrano questo post sono tutte precedenti il terremoto e rappresentano la condizione haitiana in regime di normalità (N.d.R.).

Tra le tante cose che Cristoforo Colombo non si sarebbe mai aspettato sbarcando nel 1492 sull’isola che egli stesso (ri)battezzò Hispaniola è che quella sarebbe diventata una delle prime nazioni americane a proclamarsi indipendente già nel 1804: Haiti. E ciò, nonostante l’ultimo tentativo di Napoleone che inviò due anni prima decine di migliaia di soldati destinati a morire più di malattie tropicali che di spada o moschetto.

Come in una sorta di contrappasso, furono proprio gli echi lontani della rivoluzione francese, i proclami che abolivano, ma solo sulla carta, la schiavitù, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e cose del genere, a provocare i moti di ribellione tra la popolazione di colore importata in catene dall’Africa fin dal XVI secolo e, fino ad allora, schiavizzata dai coloni francesi soprattutto per la faticosissima coltivazione della canna da zucchero.

Una popolazione in decisa maggioranza formata da neri d’origine centro-africana, ma anche di una dozzina di sfumature di colore della pelle dovuti a decine di generazione di incroci e figli illegittimi tra bianchi e nere per lo più, ma anche tra neri e bianche; fino ad avere dei mulatti (o meglio creoli come dicono da quelle parti) la cui tonalità ambrata delle pelle poteva facilmente esser scambiata per quella di un bianco abbronzato. Classi sociali che andavano dai paria rappresentati dagli schiavi, merce spesso piuttosto preziosa e venduta negli appositi mercati isolani, fino a creoli, schiavi affrancati a loro volta possessori di schiavi, e quanti erano chiamati petit e grand blancs ad indicare francesi purosangue ma di bassa od elevata e nobile estrazione sociale rispettivamente: ex marinai, commercianti, piccolo borghesi, artigiani o nobili proprietari terrieri.

Ma gli eroi popolari di Haiti, allora detta Santo Domingo, quali lo stesso Toussaint l’Ouverture, morto in una freddissima prigione francese e a cui è intitolato l’odierno aeroporto di Port-Au-Prince, altro non erano che la grottesca imitazione della grandeur francese da parte di generali con la feluca, ma la pelle di un altro colore.

Corrotti e corruttibili e che hanno dato il via ad un processo sì di liberazione dal giogo coloniale, ma che è proseguito in un progressivo impoverimento delle condizioni di vita di qualche milione di abitanti a fronte di un altrettanto progressivo arricchimento di una classe dominante costituita da pochissimi.

Con spagnoli, inglesi ed i neonati statunitensi pronti fin dalla fine del XVIII secolo a sostituire i francesi nel possesso dell’isola, il tutto non ha fatto altro che tentare di riprodurre il modello economico precedente, ma in totale assenza di organizzazione.

Non voglio certo dire che il modello coloniale e schiavista precedente fosse migliore giacché sappiamo tutti che il significato primo del colonialismo è solo quello di sfruttare ed ottenere profitto col minimo investimento (ovvero costo della manodopera praticamente nullo), ma è un dato di fatto che questo è quasi sempre stato seguito da lunghissimi periodi di auto celebrazione e di culto della personalità tali da nascondere alle masse i veri scopi dei cosiddetti liberatori: liberarsi da qualcuno affinché si liberi il posto che questi occupava. In altre parole, sembra proprio che i paesi ex colonizzati altro non sappiano fare altro che sperimentare lo stesso tipo di dittatura o governo fantoccio che hanno subito fino al giorno prima su loro stessi. La cosa è forse giustificabile per l’assenza di memoria storica precedente.

E così dopo Toussant, che non fece in tempo a praticare ciò che aveva provato pochi anni prima (con un accordo coi francesi in cui chiedeva potere e libertà solo per sé ed i suoi), si arriva, in un altalenante passaggio tra dominazioni più o meno palesi e dittatori da operetta, a figure come quella del famigerato Papa Doc e suo figlio Baby Doc.

E nei decenni recenti il tutto farcito dalla assoluta inutilità ed inefficienza delle missioni ONU che siano state sotto forma di caschi blu brasiliani o cinesi che sotto forma delle varie ONG. Talmente inefficienti (e idiote) da non essersi minimamente preoccupate d’andare a mettere la propria caserma in un edificio piuttosto malandato poggiato su uno dei territori a più alto rischio sismico del pianeta.

Con quelle condizioni di partenza, seguite e perdurate nei secoli, non è difficile capire come Haiti sia diventato il paese più povero delle Americhe. Con un reddito procapite pari a 1300 dollari l’anno che lo pone al 203mo posto su 229 paesi del mondo, col 60 percento di disoccupati ed una delle mortalità infantili più alte del mondo. In un paese abbandonato a se stesso, alla deriva sulla placca caraibica, schiacciato, non solo tettonicamente, tra quella nordamericana e quella sudamericana, non è altresì difficile comprendere come un terremoto devastante sia stato effettivamente tale; come sia tragicamente facile arrivare a parlare di 200.000 morti, due milioni di senza tetto e ancora decine di migliaia di dispersi ormai senza più speranza di vita. Non ci si meraviglia di fronte ai nuovi alberghi, alle caserme, ai palazzi governativi, crollati al primo colpo.

Se a distanza di mesi anche i più ingenui iniziano a comprendere che le responsabilità di molte delle vittime abruzzesi è stata anche in quella sabbia messa al posto del cemento, nessuno, credo, si meraviglierà della devastazione dell’isola caraibica. E ancora se, come molti tristemente sanno ci vorranno anni per rivedere l’Aquila che conoscevamo, ci vorranno decenni per Haiti.

In tutto questo, continuo amaramente a non capire come si possa andare a prendere il sole in villaggi turistici che alle spalle, a pochi chilometri, hanno delle bidonville ed, altrettanto tragicamente, a non capire come il mondo possa mobilitarsi all’istante per la tragedia haitiana dimenticando da decenni, è solo un esempio, quella sudanese. Ma queste sono altre storie.

P.S.: l’ultimo romanzo di Isabel Allende, “L’isola sotto il mare” è ambientato proprio nel periodo coloniale di Haiti.

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Giacomo
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Comments

5 Risposte a “Le Scosse dei Paradossi”
  1. Michele scrive:

    Sembra che si abbia da pensare ad altre cose:
    Record delle spese militari nel mondo Nel 2008 hanno raggiunto i 1.464 miliardi di dollari, 217 dollari per abitante della Terra.

    http://iriospark.splinder.com/post/20720806

    Ma a tutto c’è rimedio, anche alle nostre coscenze, basta mandare un obolo col telefonino e correre a vedere avatar:

    http://snipurl.com/u47vb

    Disarmato dalla cecità mondiale,
    Michele.

    • Michele scrive:

      C’è di più ! sempre che la fonte sia attendibile, questa io la chiamerei ipocrisia:

      Haiti, come noto, è il paese più povero del continente americano e gli Stati Uniti hanno stanziato già 100milioni dollari e inviato uomini e mezzi per far fronte all’emergenza. Un’iniziativa elogiata dall’opinione pubblica che di fatto vuol dimostrare la generosità incondizionata della Casa Bianca di fronte a questo dramma epocale. Eppure nessuno parla dello sfruttamento che proprio le aziende americane hanno sempre adottato nei confronti di questo popolo. Un esempio indicativo è quello della società della Disney, che dopo aver utilizzato per anni la manodopera haitiana a 27 centesimi di dollaro all’ora, di fronte alla richiesta dei lavoratori di avere un aumento a 50 centesimi, prima minacciarono di spostare la loro produzione in Cina e poi lo fecero veramente.

      Fonte:
      Dazebao
      http://snipurl.com/u47yk

  2. fma scrive:

    In tutto questo, continuo amaramente a non capire come si possa andare a prendere il sole in villaggi turistici che alle spalle, a pochi chilometri, hanno delle bidonville ed, altrettanto tragicamente, a non capire come il mondo possa mobilitarsi all’istante per la tragedia haitiana dimenticando da decenni, è solo un esempio, quella sudanese.

    Eppure non mi pare difficile da capire.
    Lo dico non perché sia mai stato ad Haiti a prendere il sole, ma perchè molte volte non ho lasciato l’elemosina allo storpio che sta al semaforo, ho parcheggiato poco più in là e sono entrato in un bar a prendere il caffè.
    Come se niente fosse.
    Ho nutrito e curato cani e gatti sapendo benissimo che con quei soldi avrei potuto salvare dalla fame almeno cinque o sei bambini africani.
    Ho fornicato senza scrupolo sapendo che in quello stesso momento, nel mio stesso palazzo, o in quello accanto, o nella strada parallela, o in Sudan, qualcuno stava morendo.
    Sono sicuro che qualcuno farà lo stesso quando toccherà a me di morire.
    Spero di non essere così rincoglionito da avermene a male.
    Non sono cose difficili da capire.
    A meno di non credersi figli di Dio.
    In questo caso basta pentirsi e si verrà perdonati.
    :mrgreen:

  3. Giacomo scrive:

    Grazie a tutti per i commenti e soprattutto per aver interpretato correttamente lo spirito del mio scritto. Dopo tutto il significato vero di paradosso è “al di fuori della comune opinione” e tale voleva essere.
    E’ vero che questa è davvero la più grave catastrofe umanitaria che le Nazioni Unite si siano mai trovate a dover affrontare (un terremoto in Cina nel 1976 fece probabilmente lo stesso numero di vittime ma lo si seppe solo molti anni dopo; in Cile nel 1962 ci furono oltre 150000 morti) ma è altrettanto vero che in un paese che nulla aveva prima anche il solo compito di avviare una normalizzazione diventa quasi impossibile.
    Aggiungerei infine la reattività della popolazione che non ha certamente, ma non mi si fraintenda, i livelli di civilizzazione e socializzazione degli abruzzesi: quindi se questi ultimi hanno protestato con manifestazioni comunque rabbiose ma civilmente condotte i primi non faticheranno ad impugnare machete, cosa che già stanno facendo.
    Resta comunque apprezzabile la libera e spontanea mobilitazione mondiale dei singoli che come goccia nell’oceano fanno quel che possono. Quando scrivo di “mondo che si mobilita” mi riferisco a coloro i quali questo mondo lo sfruttano anziché guidarlo: ovvero quei 500 milioni di uomini più ricchi del mondo che da soli consumano ed inquinano oltre la metà dei restanti 5,5 miliardi e probabilmente tra quei privilegiati, magari all’ultimo posto, ci sono anch’io…

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  1. [...] ed irrevocabili come nel caso della discarica di Chiaiano, quello che dice apertamente che l’intervento americano ad Haiti somiglia ad un’invasione militare più che ad una missione di [...]



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