Le Locuste 44


Quando sono arrivate le locuste io ero in garage. Bevevo coca cola zero calda, quella senza zucchero, con un cucchiaino di zucchero per togliere il gas. Non ditemi nulla, sono fatto così. Togli lo zucchero, metti lo zucchero, è il refrain della mia vita. Davanti a me avevo il libretto di istruzioni della mia macchina. Mi ero messo in mente, chissà perché, di cambiare le pastiglie dei freni da solo. Più leggevo e più mi sembrava una noia mortale. Sollevare una per una le quattro ruote, togliere la gomma, smontare la pastiglia, fare di nuovo il vuoto nel circuito idraulico. Insomma, non solo c’è da faticare, ma anche da sporcarsi di quel grasso nero che non viene mai via. Ora, piuttosto che pensare a cambiare le pastiglie, cercavo una scusa da dire a Y per giustificare la mia rinuncia. Una cosa del tipo: non vale la pena, per quattro soldi è meglio farlo fare a un meccanico, cose così. Y, con i suoi occhi grigi, con le sue gambe sterminate. Y, con il suo seno sodo appena accennato. Y, Y, il grande amore della mia vita.
Ed ecco che, insperato, vedo questa specie di fumo nero, spostarsi lentamente lungo la strada. Molle, con una specie di leggero brusio. Per certi versi inquietante, misterioso. Dapprima penso a un incendio e, senza volerlo, allargo le narici per sentire l’odore di bruciato che per il colore del fumo mi appare essere di materia oleosa, come plastica o gomma. Poi, la prima locusta si posa poco lontano da me, con un volo incerto, casuale, scattante. E’ grigia, ha gli occhi grandi che sembrano fissarmi vuoti, quasi ad accusarmi di una colpa che non conosco. Poi, poi, ne arrivano a milioni, a miliardi. Il cielo si fa scuro, non vedo più nulla. mentre cerco di farmi strada nel muro ronzante che mi circonda, mentre con le mani cerco di scacciare gli insetti che cercano di penetrare la mia bocca e le mie orecchie, mentre cerco la strada verso casa, mi viene in mente, chissà perché, il ventre elastico di Y, il suo piccolo ombelico tornito ed il colore di avorio della sua pelle sottile che ha il profumo e la grana di una seta orientale. Di quelle sete di cui si è sempre sentito parlare, ma che non si ha mai avuto la ventura di toccare.

§

Non saprei. Non saprei, signore. Eppure una migrazione di queste dimensioni sarebbe stata rilevata addirittura dai satelliti. Invece sono come apparse dal nulla. Sciami infiniti di locuste, come non se ne erano mai visti. Qualcuno dice di averle viste venire dal mare. Altri giurano che siano calate dal cielo. Uno, addirittura, è disposto a sottoscrivere una testimonianza nella quale giura di averle viste scendere da una specie di sfera d’argento, sospesa a tre metri dal suolo, con un lieve ronzio di sottofondo ed una musica d’organo che si spandeva nell’aria. Deve essere sicuramente un pazzo, un mistico, un visionario o qualcosa del genere. Non c’è da dargli credito. Eppure, eppure, da qualche parte devono essere pure arrivate. Sono miliardi, miliardi, miliardi. Gli aeroporti sono chiusi. Impossibile decollare, impossibile atterrare. Intasano i motori, si schiacciano sulla carlinga. E’ un disastro. Per il resto, signore, nessun altro danno. Stanno lì, a sciamare, senza attaccare i campi, senza cibarsi. Sembra che aspettino una specie di ordine superiore. Eppure, per fame e per freddo, ne muoiono miliardi di miliardi. Ma loro aspettano. Aspettano.

§

Io cammino, lungo la strada che mi conduce verso casa. Sotto le suole delle scarpe, le locuste morte hanno il rumore di una crosta croccante, mentre il grasso delle loro viscere rende il marciapiede oleoso e viscido. Tengo la bocca chiusa, gli occhi bassi, le orecchie dietro il bavero rialzato mentre loro, a miliardi di miliardi, volano intorno a me, come se non avessero uno scopo preciso, come se non gli interessasse nemmeno di sopravvivere. Sono lì per un motivo, ma loro stesse lo ignorano ancora e quindi aspettano, torpide e vacue, che scocchi l’ora dell’appuntamento segreto. Io mi chiedo silenzioso se sono stato un uomo probo, se il mio amore per Y, troppo presto tradito, sia motivo sufficiente per questo castigo, se ora, che sono così vecchio, ho ancora diritto ad un’altra possibilità, se scegliere una vita prevedibile in luogo di un’avventura non sia stato il mio peccato più grave, se io sono solo una macchina per fare le somme che gira e rigira produce sempre gli stessi risultati. Inutile e prevedibile come un rumore di sottofondo. Ora, che sono quasi all’uscio, una locusta, per niente diversa dalle altre, è ferma esattamente sul buco della serratura. I suoi occhi, scuri e rotondi come due piselli secchi, mi guardano e mi dicono: sì, caro mio, sì. Avevi una chance e te la sei giocata. Sì, caro mio, sì. Ora che la strada finisce, ora che la strada si stringe, ora che ti dovrai fermare capirai quello che hai perso. In un impeto di rabbia scaccio la locusta e lei vola via, allegra. Quasi che avesse fatto il suo lavoro ed ora, potesse finalmente riposare.

§

Non saprei che dirle presidente. Per certi versi la situazione è sotto controllo. Le locuste sono sparse sull’intero territorio nazionale. Ci sono, ovviamente, problemi nei trasporti, ma, tolto questo, la situazione si può definire “normale”. Ecco, non mi fraintenda, è ovvio che un fenomeno di questo tipo e di queste dimensioni è oggettivamente anomalo, ma le follie millenaristiche evocate dalla stampa di opposizione sono un boomerang. Si stanno ridicolizzando da soli. Mi spingerei a dire che, tutto sommato, le locuste sono politicamente un affare per noi. Appena il freddo le spazzerà via, chi ha parlato di castigo biblico farà la figura del cretino e noi, ancora una volta, ne guadagneremo in termini di consenso. Il presidente non ascolta. Guarda oltre le vetrate macchiate del sangue delle locuste. Lui, che sa, conosce il motivo per il quale le locuste sono arrivate. Il suo ruolo gli impone di tacerlo, ma sa e vorrebbe un’occasione per dire, per condividere, ma non può. Non può. Il potere è solitudine, il potere è consapevolezza, il potere è una droga che nulla concede, ma di cui non ci può fare più a meno. Ora, ora che la nazione, si aspetta una sua parola, lui pensa a Y, ai suoi capelli leggermente arricciati subito dopo l’amore, alla sua bocca sottile e saporosa come un piccolo frutto, alle sua dita lunghe e fragili sulle quali, un tempo, lui ha lungamente indugiato di piccoli baci e leggeri sospiri.

§

Io. Io. Io sono di fronte al mare, ma non lo vedo. Io, so che c’è, perché oltre la coltre di locuste ne sento l’odore salso, ascolto il rombo della risacca. Il mare, il mare grigio e severo che scandisce il tempo con le sue onde infinite, è oltre i miliardi, di miliardi, di miliardi, di miliardi, di locuste. Poggiate ovunque, in volo ovunque, esse lasciano a stento spazio per l’aria, oscurano la luce, nascondono il mare. Ho lungamente vissuto. Ho visto strade lontane ed ascoltato lingue aliene. Ho bevuto il tè alla mela in una città antica quanto il mondo, ho spento mille candele con il mio soffio potente. Ho amato, sono stato riamato. Ora che le locuste oscurano la luce, ora che le locuste si stringono intorno, ora che da mille strade me ne rimane una sola, io sono certo di non aver fatto il meglio. Perdonami Signore, perché per lungo tempo pensai di essere eterno e, solo ora, capisco di aver sbagliato.

Mentre recito silenziosamente questa preghiera, le locuste sciamano a miliardi, di miliardi, di miliardi, di miliardi, di miliardi, di miliardi lungo la rotta dei raggi del sole. Infine si fa notte, una notte che arriva inaspettata, anche se attesa. Una notte lunga, lunga, lunghissima. Prima di abbandonarsi al sonno, per un attimo, ma veramente solo per un attimo, sento il profumo della sua carne morbida e fresca.

Avrei potuto fare di più, Signore, ma grazie per quello che mi hai donato anche se non sono stato così pronto da comprenderne il valore. E così sia.


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