Le leggi della natura e le idee del materialismo 16


Se Feuerbach, Marx, Engels e Lenin hanno ragione nel dire che la materia è assolutamente indipendente dall’uomo, ovvero che è infinitamente anteriore nel tempo e illimitata nello spazio e che lo stesso essere umano non è che un ente di natura, allora bisognerebbe trarre le dovute conseguenze pratiche e affermare che tutta l’urbanizzazione delle popolazioni del pianeta e l’imponente meccanizzazione del lavoro, essendo entrambe un prodotto del tutto artificiale e incompatibile con le esigenze riproduttive della natura, dovrebbero essere seriamente ripensate e profondamente ostacolate nel loro ulteriore sviluppo.

Infatti, se la natura è totalmente indipendente dall’uomo, avendo proprie leggi necessarie, universali e assolutamente immutabili, allora il genere umano non deve fare altro che conformarsi a queste leggi, evitando accuratamente di sovrapporre ad esse nuove artificiose leggi.

Se l’essere umano ha la pretesa di porsi come ente consapevole della natura, allora la prima consapevolezza che deve avere è che la natura è la condizione irrinunciabile di una qualunque esistenza terrena degna d’essere chiamata umana.

Se non riusciamo a convincerci che le azioni degli uomini hanno un limite invalicabile oltre il quale non possono essere definite né umanenaturali, allora dobbiamo anche ammettere che gli animali hanno più diritto a popolare il pianeta. O l’essere umano si attiene rigorosamente al rispetto delle leggi naturali, oppure diventa, per la natura, un problema irrisolvibile, un ostacolo da rimuovere.

Non si può fare l’elogio della natura o riconoscere alla materia un primato universale rispetto al genere umano, e poi comportarsi come se della natura noi potessimo fare quel che vogliamo. Parlare di “sfruttamento della natura” è una contraddizione in termini. La natura può soltanto essere utilizzata rispettandone le leggi riproduttive.

Se l’uomo, che si vanta d’essere l’autocoscienza della natura, non è in grado di capire questo principio elementare di esistenza, allora è meglio che scompaia dalla faccia della terra e lasci spazio al regno degli animali, i quali sono portati a rispettare le leggi della natura in maniera del tutto istintiva.

In altre parole, il fatto di ritenere che alla natura si debbano attribuire caratteristiche umane, come per esempio la libertà di coscienza o di scelta, non può autorizzare a utilizzare tali caratteristiche, inesistenti nel mondo animale, in maniera non conforme alle stesse leggi della natura.

La natura si è sviluppata per milioni, anzi miliardi di anni, in totale assenza del genere umano. Non è certo stata la nascita dell’uomo a fornire alla natura delle leggi ch’essa non conosceva. Se con la nascita dell’uomo la natura ha dimostrato di possedere una propria autoconsapevolezza, questo non ci autorizza a considerarci superiori alla natura stessa o di poter condurre un’esistenza che prescinda dalle sue leggi.

Sotto questo aspetto è abbastanza singolare che i fondatori del materialismo naturalistico e storico-dialettico non si siano mai resi conto che la vita urbana e l’organizzazione industriale del lavoro non hanno assolutamente nulla di naturale.

Vien quasi da pensare che, al di là di una certa enunciazione teorica del primato della natura o della materia, gli esseri umani non siano in grado di realizzare alcuna vera coerenza, almeno non in Europa né in quei territori ove domina il sistema capitalistico, che gli europei hanno inventato. Anzi, a ben guardare, avendo esportato con la forza questo sistema di vita in tutto il pianeta, è difficile pensare che oggi possa esistere una qualche alternativa praticabile a favore della natura e quindi a favore dell’umanità.

Infatti, anche quando, col socialismo (utopistico, scientifico o reale), si era cercato di porre rimedio alle storture di questo sistema, due cose non sono mai state messe in discussione: l’urbanizzazione e l’industrializzazione. Dobbiamo forse aspettare una catastrofe planetaria, che faccia scomparire i tre quarti dell’umanità, prima di affrontare un problema del genere?


16 commenti su “Le leggi della natura e le idee del materialismo

    • galarico L'autore dell'articolo

      Non ho capito quale fonte devo citare. L’art. è mio. L’ho messo da Nicotri (che conosco da molti anni), ma l’ho messo anche nel mio sito e avrei potuto metterlo ovunque. Non sono un giornalista ma un docente che pubblica rigorosamente in maniera gratuita.

  • Vincenzo Rauzino

    Queste riflessioni sono molto utili se si vuole riconsiderare l’uomo nella sua totalità di corpo, mente e spirito, cosa che il marxismo deve fare fino in fondo per rielaborarsi alla luce del Dharma.

  • Vincenzo Rauzino

    Dopo aver chiarito l’equivoco con il Prof Galavotti, mi permetto di suggerire questo link come spunto di discussione http://www.sinistrainrete.info/ecologia-e-ambiente/2428-paolo-cacciari-keynesismo-o-decrescita.html , citando questo passo: “La decrescita allora va vista come un cammino di liberazione individuale e collettivo dai condizionamenti e dalle costrizioni del mercato, dei modi di produzione e delle relazioni sociali che i rapporti di produzione capitalistici impongono. La decrescita come rottura della gabbia dentro cui sono state imprigionate le relazioni umane. Come processo di disalienazione, decolonizzazione, decostruzione e decentralizzazione del potere costituito sul principio della massimizzazione della potenza trasformatrice delle forze produttive, del progresso illimitato della produzione industriale di massa.”.Sebbene siano presenti nel pensiero di Marx i temi della spiritualità umana e del rispetto dell’ambiente, essi oggi vanno approfonditi al massimo grado.Grazie

    • Greg Icy Stark

      Non ho capito il senso del post. Ed al tempo stesso non sono chiare forse le dinamiche di fondo delle “leggi naturali”. Quali sono le esigenze riproduttive della natura? Se l’uomo è un ente di natura lo sono anche le sue produzioni, altrimenti ci deve essere qualcosa che ci permetta di creare (nel vero senso della parola) qualcosa con caratteristiche esterne alla natura, ma dato che nella creazione si trasferisce parte del creante al creato, questo qualcosa dovrebbe essere di fatto non ente di natura, che sarebbe in contraddizione con l’ipotesi iniziale.

      La natura non è indipendente dall’uomo, lo vediamo con le considerazioni degli ultimi anni sull’impatto dell’uomo sulla natura, e dunque non esistono leggi necessarie e men che meno universali. Le leggi sono una simbolizzazione di relazioni che l’uomo ha ipotizzato esistano nei fenomeni naturali, ma non esiste nessun motivo per cui una mela che oggi cade a terra da un albero debba fare lo stesso domani. E dunque non esistono (in senso assoluto, in questo caso), leggi artificiali, per due ordini di motivi: il primo è che le leggi che gli uomini seguono sono naturali in quanto ente di natura esso stesso, il secondo è che probabilmente non ha nemmeno senso parlare di leggi. Certo, assumiamo per abitudine che leggi esistano, ed anche io seguo lo stesso pensiero, ma ciò non autorizza a dividere le leggi in naturali ed artificiali non più di quanto sarebbe saggio dividere materia in naturale ed artificiale (possiamo farlo, ma i componenti fondamentali sono sempre gli stessi, dunque dovremmo introdurre anche un fattore di scala nella valutazione, ma questo porrebbe il problema di capire se e quanto sia arbitrario questo limite, e se ve ne siano altri).

      Non concordo sulla necessità della natura come unica condizione di esistenza terrena, tale è se rimaniamo confinati a questo pianeta perché interagiamo con il mezzo in cui esistiamo, ma fuori da questo sassolino la natura cessa di esistere (in senso lato), e dunque noi non potremmo esistere la? Improbabile, almeno tecnicamente parlando. Il limite delle azioni umano è nelle loro capacità, possiamo fissare un vincolo arbitrario (e motivarcelo come naturale) in qualsiasi punto, ma avremmo spostato l’arbitrarietà delle azioni al vincolo, non risolveremmo il problema di fondo. Non esiste animale che si attenga a leggi, come la natura stessa non è realmente vincolata dalle “sue” leggi stesse, semplicemente le cose od i comportamenti accadono, ed alle azioni seguono reazioni che si propagano anche in retrazione sulle cause delle azioni/comportamenti stessi, modificandone (incrementando o decrementando) gli effetti. I modelli di Lotka-Volterra ci mostrano che, per quanto in condizioni molto semplificate, un effetto si autocompensa naturalmente senza “motivazione”, e l’autocompensazione include anche la completa estinzione si badi.

      L’autocoscienza umana (se effettivamente esiste) potrebbe essere limitata e dunque non riuscire a concepire una autolimitazione a priori dell’autolimitazione naturale, ma ancor più di questo se non lo capirà scomparirà in modo altrettanto “naturale”, dunque criticare l’autocoscienza non ha pregio, così come il pensare agli animali come istintivamente conformi alla natura. Tale è un pensiero non corretto, perché gli animali semplicemente esistono, chi si confà ai vincoli dell’ambiente in cui vive sopravvivrà, chi i vincoli li rompe e non è in grado di fronteggiare gli effetti perirà. Gli animali sono esattamente come l’uomo, solo che noi potremmo avere l’autocoscienza a guidarci.

      Ma detto tutto questo, il collegamento al consumismo (e per riflesso al socialismo) im risulta particolarmente oscuro. Il materialismo avrebbe dovuto pensare di svilupparsi in modo naturale? Ma tale pensiero ci avrebbe lasciati nelle caverne senza fuoco, perché non esiste nella “natura” l’utilizzo del fuoco. O quello potremmo tollerarlo (e di fatti ci abbiamo desertificato tutta la regione centrale dell’Australia), ma fermarci dunque a quale altro limite? O forse semplicemente tali limiti sono arbitrari, ed il nostro impatto sulla natura è sempre presente, così come lo è quello degli animali sulla natura (esempi sono gli sviluppi esplosivi di alghe che “cancellano” la fauna e la flora, o le estinzioni naturali di specie del passato). Gli europei non hanno inventato gran che, e di certo non il capitalismo. L’utilizzo sfrenato di risorse disponibili senza vincoli è di quanto più naturale ci sia, è la curva ascendente di sviluppo nella mappa logistica quando i vincoli sono molto blandi e le risorse disponibili in gran numero.

      Ma prima o poi, come oggi, i vincoli crescono ed il modello cambia. E noi cambieremo con lui. Il consciamente o meno influenzerà gli effetti retroattivi, meno prosaicamente le morti, ma questo è un problema di morale e di statistica.

      Dunque niente di innaturale, tutto rientra all’interno del sistema natura. Sarebbe invece proprio il contrario limitarsi e capire “prima” i vincoli che affronteremo.

      • galarico L'autore dell'articolo

        Le cose vengono, di necessità, continuamente trasformate per poter essere utilizzate. Più la trasformazione è lenta e più lento e duraturo è il riutilizzo di un determinato prodotto.
        Noi quando parliamo di “prodotti” intendiamo soprattutto quelli dell’uomo: in realtà lo stesso essere umano è un prodotto della natura, è frutto di progressive, sempre più complesse trasformazioni della natura.
        L’uomo compie processi di trasformazione che prima di lui ha già compiuto la natura, la quale anche oggi li compie con o senza la presenza dell’uomo. L’intera vita terrestre e persino cosmica è tale solo come conseguenza di continue trasformazioni indipendenti dalla volontà umana.
        Noi siamo abituati a pensare che la natura si muova in relazione al movimento degli uomini: in realtà è esattamente il contrario, anche se è vero che l’azione dell’essere umano influenza quella della natura. Ma la natura non ha bisogno dell’essere umano per esistere e riprodursi, sicché bisogna dire che quando l’essere umano influenza la natura il più delle volte lo fa in maniera negativa.
        L’ideale sarebbe che l’uomo influenzasse il meno possibile i processi naturali, cioè che si accontentasse di quanto la natura spontaneamente gli offre e che usasse la tecnologia (i mezzi che lo aiutano a sopravvivere) in forme e modi essenziali, sufficienti appunto a permettere all’uomo di riprodursi.
        Con questo non si vuol dire che un essere umano debba vivere, perché la natura sia sicura di sé, come una sorta di animale; si vuol semplicemente dire che se una persona vuole p.es. coltivare l’arte o la letteratura, non dovrebbe farlo a scapito di altri o a scapito di beni naturali. Non ha senso che esistano persone addette all’arte e altre addette a procurare il cibo. E non ha senso che per leggere un libro si debbano abbattere alberi il cui tempo di riproduzione è infinitamente superiore a quello che occorre per leggere il medesimo libro.
        Ogni trasformazione infatti è soggetta a produrre scorie e quelle prodotte dall’essere umano, quando la tecnologia è troppo avanzata, rischiano di non essere riciclabili. E questo danneggia i processi riproduttivi della stessa natura. Noi saremo sommersi dai nostri stessi rifiuti.
        Da sempre la natura dimostra che il concetto di “scoria” è relativo, se esso è frutto di processi naturali, non artificiali. Ogni cosa infatti può essere riciclata e riutilizzata. Ogni cosa prodotta come scoria rientra nel ciclo della riproduzione.
        Questo significa che nella natura esistono dei tempi ben precisi da rispettare. Cioè la natura non si è semplicemente organizzata in modo da riutilizzare le scorie ottenute dai suoi processi produttivi e riproduttivi, ma si è data anche dei tempi utili in cui poterlo fare.
        Non esiste solo un “tempo socialmente necessario” per la realizzazione di un prodotto umano (che è poi il suo valore), esiste anche un “tempo naturalmente necessario”, che è quello che permette alla natura di riprodursi e che è poi quello che permette a tutti gli altri suoi prodotti: animali, vegetali, minerali e umani, di riprodursi, in un determinato tempo, che ci appare indefinito, ma che non lo è. Infatti ogni cosa su questa terra ha un inizio e una fine.
        Ogni riciclo di scorie ha i suoi tempi determinati. Tutto ciò avviene da sempre in maniera naturale, necessaria, indipendente dalla volontà umana. Tutta la materia animata e inanimata si attiene da sempre a questa legge, a questa condizione di vita.
        Anche l’uomo, fino alla nascita delle civiltà vi si è attenuto, sentendosi egli parte di processi naturali, oggettivi, ch’egli avrebbe sì potuto modificare con la sua azione sulla natura, ma soltanto fino a un certo punto, ed egli è sempre stato consapevole che questo “punto” altro non era che il tempo utile alla natura per riprodursi.
        All’essere umano, naturalmente, occorrono nove mesi per riprodursi e ancora molti anni prima di diventare adulto: i tempi della riproduzione umana, essendo l’uomo un ente complesso di natura, non sono brevi.
        Questo tempo naturale, oggettivo, strettamente collegato alla riproduzione umana, non poteva non essere messo in relazione, dall’uomo primitivo, al tempo di riproduzione dei processi naturali. In altre parole, non avrebbe avuto senso per l’uomo primitivo agire in modo tale da poter fare in minor tempo le stesse cose. Non avrebbe avuto senso “anticipare i tempi”, come noi oggi siamo soliti fare.
        Se i tempi di riproduzione umana vengono concepiti come tempi di riproduzione naturale, il rispetto delle leggi di natura è la regola del rispetto delle leggi umane. Sostenere, sotto questo aspetto, che l’uomo primitivo abbia vissuto in maniera istintiva, selvaggia, senza l’uso della ragione, non ha senso. La vera razionalità sta proprio nel vivere secondo natura.
        Che cosa sono in fondo le civiltà se non il bisogno innaturale di fare le stesse cose in minor tempo? Il tempo qui non viene “rispettato” ma “risparmiato”, “guadagnato”, “bruciato”, “accelerato”. Oggi noi diciamo che “il tempo è denaro”, ma ogni civiltà l’avrà detto (prima del denaro c’era l’uso dell’oro, dell’argento, del rame, del bronzo ecc.).
        Gli uomini che non sanno (perché non li conoscono) o non vogliono rispettare i tempi utili alla natura per riprodursi, costituiscono una minaccia alla salvaguardia non solo della natura ma anche del genere umano.
        Quella popolazione che non sa rispettare le leggi di natura, va assolutamente isolata e messa in condizione di non nuocere, affinché capisca l’importanza di un rapporto equilibrato coi processi naturali.
        A una popolazione del genere non può essere mossa alcuna guerra, poiché proprio le guerre costituiscono il danno maggiore alla natura. L’unica cosa che si può fare, in senso negativo, è isolarla economicamente. In senso positivo invece si può usare l’informazione o la stessa formazione, nonché tutte quelle cose che servono per persuadere le coscienze, senza usare forme di violenza fisica o materiale.
        Per poter isolare una popolazione irrispettosa delle leggi di natura, occorre sviluppare il concetto di “autonomia alimentare”. Infatti, se c’è una cosa che le popolazioni cosiddette “civili” non sopportano, è proprio quella di avere a che fare con altre popolazioni del tutto autonome, cioè indipendenti dalla loro presunta superiorità tecnologica, scientifica, militare, culturale ecc.
        Chi non rispetta la natura non rispetta neppure il vicino di casa. Chi vuole dominare la natura vuole dominare anche gli uomini. L’unico modo di evitare questo dominio è quello di sviluppare l’autonomia alimentare e, progressivamente, l’autonomia anche nella gestione di tutti gli aspetti della vita quotidiana.
        Quanto più è forte l’autonomia, tanto più le popolazioni abituate a dominare faranno ricorso all’uso della forza, finché loro stesse non si renderanno conto del grande valore dell’autonomia.
        Per rendersi conto di questo le strade in genere sono tre:
        – subire dei tracolli economici, cioè patire contraddizioni insopportabili sul piano socio-economico, il che porta alla lotta di classe, ai conflitti sociali e spesso alle guerre vere e proprie tra popolazioni o nazioni o Stati;
        – subire sconfitte militari da parte delle popolazioni rispettose della natura (“naturali”), capaci di difendersi dagli attacchi delle popolazioni cosiddette “civili” (purtroppo la storia su questo è molto avara di esempi);
        – lasciarsi persuadere con la ragione, imitando l’esempio delle popolazioni “naturali” (la storia di tutte le civiltà finora esistite non ha in tal senso esempi da far valere).
        Quando l’autonomia sarà reciproca, gli scambi commerciali tra le popolazioni si baseranno esclusivamente sul surplus e saranno sotto forma di baratto. Il baratto infatti è l’unico modo di valorizzare adeguatamente il tempo socialmente e naturalmente necessario per produrre un determinato bene.
        Una comunità si svilupperà tanto più quanto più la sua produzione e riproduzione riuscirà a essere compatibile con le leggi di natura. Ogni altra forma di sviluppo andrà considerata come una forma di regressione, in quanto violazione di leggi naturali.
        Lo sviluppo non può essere legato a parametri relativi al prodotto interno lordo, ma soltanto alla capacità che una popolazione dimostra di saper utilizzare questo prodotto senza generare scorie che la natura non è in grado di riassorbire in tempi utili.
        Una popolazione non deve produrre ciò che non è in grado di smaltire. Una generazione che delega il problema dello smaltimento dei propri rifiuti alla generazione successiva, compie un crimine contro l’umanità e contro la natura.

      • Greg Icy Stark

        Dividiamo la discussione in tre tronconi, la condizione naturale, lo sviluppo e la gestione dello sviluppo.

        La condizione naturale, nel significato di condizione aderente alla natura, è una situazione delicata da definire, perché si presta a interpretazioni errate da svariati secoli (lo era già, tanto per dire ai tempi di Thoreau, figuriamoci oggi). Determinare il riutilizzo dalla durata di una trasformazione non ha molto senso, perché squalifica il processo stresso di semplificazione che una parte della fisica vede come fondamentale (di cui il rasoio di Occam è un esempio, anche se non lo condivido), purtroppo la contro cultura di inizio XX secolo ha diffuso questa idea partendo da un errore interpretativo sulle “dinamiche della natura”, ed ancora si fatica a passare oltre questo Rubicone.
        È un assunto fondamentale che la natura permetta solo tutte le trasformazioni che hanno senso all’interno delle sue possibilità, ed in questo caso la natura è assunta a sinonimo di fisica. Ovvero tutto ciò che l’uomo è in grado di fare accade in natura, dando i tempi e le condizioni adatte. Quindi tanto una esplosione nucleare quanto la clonazione o quant’altro sono eventi del tutto naturali.
        E dunque anche i processi di trasformazione che l’uomo utilizza sono naturali, ma in un senso più profondo, ovvero non offendono la natura inquinandola, “semplicemente” alterano le condizioni in cui si svolgono modificando profondamente l’ambiente (e non distruggendolo, a meno di non giudicare l’effetto sulla base unica della condizione iniziale).
        La natura _si muove_ in relazione all’uomo, se assumiamo che l’uomo si muova in relazione alla natura (deriva dal terzo enunciato di Newton), questa è la base di partenza, il discorso si può articolare sul quanto i due soggetti si facciano influenzare (e qui va molto a gusti, l’uomo si fa molto influenzare ma ritengo per sue mancanze, la natura è parzialmente influenzata ritengo, ma non tanto quanto si creda). Dalle premesse fatte mi risulta difficile capire come mai sarebbe ideale che l’uomo influenzasse il meno possibile la natura, dato che la tecnologia stessa è un derivato della profonda interazione con la natura, ed è facile oggi chiedere di rinunciare ad una parte della “civiltà” per abbracciarne solo una parte perché la tecnologia l’abbiamo già. Tale richiesta è un parallelismo interessante con quello, molto attuale, di chiedere ai paesi in via di sviluppo di firmare trattati di limitazione del loro livello di inquinamento. Come si può moralmente chiedere a chi non ha avuto la “fortuna” di svilupparsi per primo di limitare i suoi sogni in funzione della paura di paesi che tali limitazioni non le hanno ascoltate (del Club di Roma, condivisibile o meno, è un esempio) era o semplicemente viste? (per quanto sia condivisibile il problema alla base, e qui ci dovrebbe essere una presa di posizione responsabile da parte di chi ha guidato il gruppo, ma non credo avverrà).
        Ma a parte questo inciso, sia il concetto di influenzare il meno possibile la natura che quello per cui non ha senso che esistano persone “addette” all’arte o altro non riesco a collegarli al ragionamento principale. Ovvero, io me li spiego ed in parte riesco a motivarmeli, ma sono idee mie che invece vorrei capire all’interno del ragionamento fatto.

        E da qui passiamo al concetto di sviluppo, e gestione dello sviluppo, da trattare assieme per motivi scontati. La “scoria” come detto meglio di quanto possa fare io, è qualcosa di completamente trasversale che non va limitato al “mondo” umano. Però c’è un abisso logico (si passi la mia iperbole) da qui all’affermare che esiste un ben preciso tempo naturale in cui tali scorie rientrano nel ciclo naturale. Questo non è vero. Il tempo delle azioni naturali dipendono dalle condizioni in cui la natura si trova ad operare, e non da “tempi fissi” definiti da qualche parte. L’esempio per antonomasia è la decomposizione dei nostri antenati. Se mai venissi seppellito in un campo in una decina d’anni di me resterebbero solo ossa, e tra le più grandi. Però, se venissi seppellito nel deserto di Acatama, tra qualche migliaio di anni sarei ancora abbastanza preservato, figuriamoci se fossi lasciato in siberia. Inoltre le scorie si definiscono in funzione dell’ambiente in vengono a trovarsi, l’anidride carbonica può essere fatale per la maggioranza degli esseri viventi “superiori”, ma quasi tutti i vegetali autotrofi la utilizzano per svilupparsi, dunque la sua presenza non ricadrebbe tra le scorie.
        Però concordo sull’inesistenza di un “tempo socialmente necessario”, per la realizzazione di un prodotto o di checché sia , ma il tempo necessario non è il suo valore, almeno non quello economico. Prendiamo ad esempio l’intagliare un cavallo da un pezzo di legno, se tizio impiega una settimana per realizzare l’oggetto e caio 5 giorni per fare la stessa cosa, quale valore associamo all’oggetto? Oppure, se mille persone disegnano un paesaggio uguale, quale valore avrà questo se vengono venduti tutti nello stesso posto? E se invece di mille fosse uno solo? Il valore economico dipende anche da variabili esterne al lavoro intrinseco per realizzare l’oggetto stesso, e la discriminante di solito è che se il valore presunto è inferiore a quello di produzione l’oggetto non viene realizzato (a meno di valori aggiunti indiretti).
        E dunque non esiste un ciclo definito, come un tempo determinato, per il processare delle risorse per ottenerne altre, ed è proprio qui che nasce il problema. Perché se tale tempo esistesse l’uomo produrrebbe su di un vincolo condiviso con l’universo, e quindi non andrebbe oltre quelle che sono state chiamate “leggi naturali”. È proprio l’assenza di UN tempo definito che lascia l’infinita libertà, e con essa la varietà di “scorie” dipendenti dal cosa si fa ed il come.
        Forse la base di questo errore percettivo è nell’idea che la natura sia statica e rigidamente determinata. La “natura” è un ente liquido, in continuo divenire e si adatta evolutivamente alle condizioni che incontra (o che le si impongono, attivamente o passivamente). Infatti da qui discende il fatto che gli animali, compreso l’uomo, cercano di fare tutto ottimizzando ciò che hanno a disposizione, siano queste spazio, tempo o risorse. I batteri non si limitano ad utilizzare le risorse che incontrano, si sviluppano occupando tutto l’areale che hanno a disposizione saturandolo completamente. E così fanno anche gli animali, sviluppandosi fin dove possono. Ma ricordiamoci che noi non vediamo la situazione partendo da zero, per questo ci sembrano situazioni ben bilanciate con tempi e sviluppi ben definiti, ma così non sono (tanto per fare un esempio, la riproduzione umana convenzionalmente dura nove mesi, ma geneticamente ci sono variazioni che ipoteticamente potrebbero portare, magari tra 10000 anni, ad una gestazione di dieci mesi).
        E dunque come si può sostenere che la vera razionalità è vivere secondo natura se tale “direzione” in realtà non esiste?

        Non dovremmo interpretare tale idea come paura adolescenziale nell’uscire “di casa” e prenderci le responsabilità di vivere secondo la nostra ragione, seguendo le nostre idee e prendendocene le responsabilità di fronte agli effetti che provocherebbero?

        Sia chiaro, io non sono a favore di un uso indiscriminato della natura, senza rispetto, e cerco di comprendere quello che succede per capire i legami non evidenti che ci collegano in modo interdipendente tutti quanti. Ma io sono per un uso razionale e soprattutto consapevole del mondo, non ha senso pretendere lo sviluppo (come ad esempio sostenere una vendita costante di 200.000 auto in italia dove il mercato è saturo) senza tenere conto degli effetti dello sviluppo stesso. Non ho problemi a sostenere le centrali nucleari o la privatizzazione dell’acqua, ma ho molti più problemi quando tali possibilità vengono pubblicizzate senza parlare degli effetti o minimizzando i rischi.

        Lo sviluppo si ottiene “pagando” qualcosa. Possiamo svilupparci ponendo come limite la capacità naturale di riassorbire l’obolo richiesto dallo sviluppo stesso, o magari possiamo andare oltre producendo più scorie ma evitando di piangerci a dosso quando tali scorie busseranno alla porta (come per uno dei problemi dei prossimi 50 anni, ovvero le discariche), dovremo dotarci anche di sistemi per riprocessare tali scorie. E tutto questo non è una ipotesi peregrina, ma solo un normale esercizio del proprio giudizio critico e della propria capacità di pensare responsabilmente.

        Post scriptum: La questione della “delega” dello smaltimento dei rifiuti alla generazione successiva ha un interessante estensione (anche se in realtà è il contrario) con l’economia in cui siamo immersi oggigiorno, ma è un discorso molto più lungo quello.

        • galarico L'autore dell'articolo

          Anzitutto voglio dirti che è non è affatto scontato che siano “naturali” le produzioni umane solo perché l’uomo è un ente di natura. Questo sarebbe vero se vivessimo in una civiltà naturale e non del tutto artificiale come la nostra, segnata, espressamente, dall’antagonismo sociale. Si dovrebbe anzi sostenere il contrario, e cioè che nelle civiltà antagonistiche non vi è nulla di naturale in “alcuna” produzione umana. Oggi infatti siamo talmente abituati all’”artificiale” che non riusciamo neppure a capire che cosa sia il “naturale”.
          E’ puro idealismo sostenere che la natura non è del tutto indipendente dall’uomo. La natura ha leggi che non abbiamo certo creato noi. E proprio per questo motivo l’uomo si dovrebbe attenere assai scrupolosamente ad esse, proprio perché una qualunque loro violazione si ritorcerà anche contro se stesso.
          Le leggi della natura non solo simbolizzazioni di relazioni, ma fenomeni reali e oggettivi, per cui, stante un certo contesto di spazio e tempo, la mela continuerà a caderci nella testa per omnia saecula saeculorum.
          Che l’uomo sia un ente di natura non significa affatto che, proprio per questo motivo, egli non possa non mettere in pratica le leggi della natura. Purtroppo l’essere umano è l’unico ente di natura in grado di non rispettare tale leggi. Le ha rispettate per milioni di anni, ma da quando sono nate le civiltà antagonistiche (a partire da quella schiavistica) ha smesso di farlo, e i danni che procura, essendo aumentata progressivamente l’efficienza dei suoi mezzi produttivi, sono sempre più alti, tanto che appaiono in molti casi irreversibili (p.es. le desertificazioni provocate dai disboscamenti o i disastri nucleari o chimici).
          Quando parlo di natura io intendo quella del nostro pianeta, in cui al momento dobbiamo necessariamente vivere, in quanto una nostra esistenza in un altro contesto dell’universo, al momento, è impensabile. Se ragioniamo in astratto sul concetto di natura, arriveremmo alla fine a considerare del tutto naturale trapiantare un embrione umano fecondato nel ventre d’un maiale o d’una scimmia, visto che hanno il Dna quasi simile al nostro, nella convinzione che il nascituro avrebbe sicuramente caratteristiche del tutto umane.
          E in ogni caso, il fatto che esiste un universo infinitamente più grande del nostro pianeta non ci autorizza a usare il nostro pianeta come un mero oggetto da sfruttare e da buttare quando non ci servirà più. Anche perché mi vien da pensare che se non saremo in grado di rispettare le leggi della natura su questo pianeta, di sicuro non sapremo farlo, in futuro, su nessun altro pianeta, per cui forse sarebbe meglio che la nostra specie scomparisse definitivamente dalla faccia della Terra e di tutto l’universo. Già adesso abbiamo trasformato in una vergognosa spazzatura lo spazio che circonda il nostro pianeta (coi satelliti dismessi). Ci stiamo comportando peggio di una mina vagante.
          Il limite delle azioni umane non è, positivisticamente, nelle loro capacità, ma nell’intelligenza di sapersi porre dei limiti invalicabili, oltre i quali non vi è più nulla né di umano né di naturale. Dovevamo per forza scindere l’atomo? E per produrre che cosa? Un’energia dagli effetti incontrollabili e dalle conseguenze irreparabili? Ne avevamo assolutamente bisogno per vivere meglio? Gli scienziati possono forse trincerarsi dietro l’apparente neutralità delle loro ricerche, senza doversi mai chiedere in che modo esse potranno essere applicate?
          Non credere nelle leggi oggettive della natura significa permettere all’uomo di compiere qualunque cosa, nell’ingenua convinzione ch’egli non arriverà mai a distruggere se stesso. Quando un’azione umana sbagliata viene compensata da un’altra azione che ne limita gli effetti negativi, ciò accade proprio perché esistono delle leggi di natura che ci spingono a correggerci, a cercare di recuperare gli equilibri perduti, poiché, se dipendesse esclusivamente da noi, probabilmente a quest’ora ci saremmo già autodistrutti (le rovine delle civiltà antagonistiche sono lì a dimostrarlo).
          Le leggi della natura possono essere vissute in due modi: istintivamente e consapevolmente. Gli animali vorrebbero farlo istintivamente, ma ne sono impediti dagli uomini, che con la loro “consapevolezza” rendono impossibile anche ciò che dovrebbe essere considerato semplicemente “naturale”.
          Indubbiamente il nostro impatto sulla natura è inevitabile, ma il segreto per non violarla sta appunto nel rispettarne le leggi, la prima delle quali è l’autoconservazione, ovvero la possibilità di riprodursi agevolmente. Noi dovremmo essere i “custodi” della natura: invece ne siamo i “carnefici”. Ma chi si farà più male quando le calotte polari si scioglieranno in seguito all’effetto serra: noi o la natura? La natura ha davvero bisogno di noi o può farne tranquillamente a meno? Quanti anni ha il nostro pianeta e quanti ne abbiamo noi?
          L’unico problema che davvero dovremmo porci è questo: la natura riuscirà un giorno a trovare in sé sufficiente forza per sbarazzarsi di un fardello insopportabile come il genere umano, prima che questo le impedisca definitivamente di reagire alla violenza che le viene arrecata? Oppure dobbiamo pensare che quando l’uomo impedirà alla natura di compiere qualunque reazione ai disastri ch’egli avrà procurato, quello sarà il segnale che al genere umano resterà ancora poco tempo per continuare a esistere?
          La natura non è un balocco che noi possiamo utilizzare fino a una certa età. Anzi essa ci chiede, quando smettiamo di usare quel balocco, dove l’abbiamo messo.

          • Greg Icy Stark

            Scusa se do del tu, forse riuscirò a spiegare meglio i difetti di logica che ho incontrato.
            Non ho chiaro cosa tu intenda come antagonismo sociale, però considera che la natura ne è piena, è anzi la base stessa dell’evoluzione. The survival of the fittest. Dove, volendo essere lanacaprini, fittest è qualcosa che di più ambiguo non si può. Ma comunque, dalla stretta applicazione della logica non puoi far discendere l’antagonismo sociale dalla artificialità della civiltà umana, almeno se non mostri il legame tra le due cose (di fatto difficilmente sostenibile perché società meno “artificiali” della nostra sono esistite, e mi pare di poter dire che avessero un problema simile con l’antagonismo sociale di cui parli).

            Sull’indipendenza della natura rispetto all’uomo è una questione di coerenza. Per me non è un problema sostenere che la natura è indipendentemente dall’uomo. Ma. Delle due una sola: o la natura è indipendente dall’uomo, oppure il riscaldamento globale è dovuto all’effetto antropogenico. No9n ci sono soluzioni che salvano capre e cavoli (o meglio, ci sono, ma a livello troppo filosofico per una discussione che ipoteticamente vorrebbe essere prolifica).

            La nostra natura in un altro contesto è difficile, non impensabile. Il concetto è ben più chiaro nella pen’ultima frase qui http://www.mentecritica.net/il-sogno-di-una-vita/leggere/oltre-le-righe/gilda/29328/.

            Ma ancora, non comprendo in che senso parli di rispettare il pianeta, ovvero non capisco da quali basi morali non tanto nasca il rispetto ma si fondi il giudizio di rispetto o meno. L’inquinare, a livelli differenti, è comune a tutti gli organismi che semplicemente vivono. Il livello di inquinamento è determinato dai vincoli ambientali che essi incontrano. Le esplosioni di alghe generano morte su vastissima scala nei mari, eppure non le accusiamo di genocidio o di attentato alla natura. E se la discriminante è la razionalità, beh è in parte facile basarsi sull’ “unica” caratteristica umana, se scopriremo altre razionalità negli animali (e oltre, e se riusciremo a comprenderli) ne parleremo, altrimenti rimarrà una bella ipotesi.

            Il limite delle azioni umane è in quello che vogliamo o riusciamo a porvi. Qualche migliaio di anni fa il limite furono le colonne d’ercole, ed avremmo condannato la nostra città alle ire divine se le avessimo superate. Qualche secolo più tardi il limite fu l’avere un dio che non fosse morto su una croce. Qualche decade fa il limite fu il colore della pelle. I limiti li facciamo e li superiamo, possibilmente imparando dagli errori ed evolvendo culturalmente. Porre un limite ad assoluto è, credo, quanto di più anti-umano si possa chiedere. Evolutivamente siamo diventati quello che siamo perché non ci siamo formati davanti ai vincoli, davanti ai limiti. Chiedere di fermarci proprio oggi non so a che cosa potrebbe.

            È abbastanza palese che abbiamo due posizioni distanti, ma quello che non capisco è come mai tu abbia questa visione negativa dell’uomo, essere separato dal mondo animale, i cui effetti sono solo dannosi. Mi pare inoltre ci sia una confusione di fondo sul senso delle leggi naturali (la tua natura è sopra o sotto tali leggi?) e sul senso che abbiano all’interno del mondo fisico in cui tutto si muove.

            Su tutto però vale che la natura sopravviverà, sempre e comunque, almeno all’attuale livello tecnologico raggiunto dalla società. Pripyat ce lo ha insegnato assieme alla sua esplosione. Non sarà che abbiamo paura per la natura solo per non ammettere che abbiamo paura per noi stessi?

          • galarico L'autore dell'articolo

            C’è modo di stabilire a priori la verità delle cose? No, non c’è. Non esistono idee assolute o divinità al di fuori dell’essere umano. E non si può neanche sostenere, come fanno gli agnostici, una loro esistenza ipotetica. Qualunque cosa assoluta esistesse al di fuori di noi, sarebbe una limitazione della nostra libertà, soprattutto della libertà di coscienza. Inevitabilmente, infatti, chiunque possedesse l’assoluto finirebbe col ritenere gli altri dei sottosviluppati o dei “popoli senza storia”. Gli esseri umani, invece, devono considerarsi tutti uguali, tutti alla ricerca del percorso che porta alla verità delle cose.
            E’ vero che la natura ha proprie leggi, indipendenti dalla volontà dell’uomo, ma queste leggi dobbiamo scoprirle e le stiamo progressivamente scoprendo, anche se forse quella fondamentale ci è ancora ignota, altrimenti eviteremmo di esercitare su di essa una violenza quotidiana.
            Se fossimo convinti che la verità delle cose risiede nella natura, noi dovremmo ridurre al minimo il nostro impatto su di essa. Dovremmo compiere solo quelle cose che la natura è in grado di sopportare abbastanza facilmente. Ma per poter agire così, di fronte a noi non dovremmo avere una natura sconfinata, le cui risorse ci appaiono come inesauribili. Dovremmo anzi essere costretti a muoverci in uno spazio molto limitato, così vedremmo subito gli effetti della nostra presenza sul pianeta.
            Da questo punto di vista, se ci pensiamo, gli esseri umani più “conformi a natura” sono stati quelli che, al loro passaggio, non hanno lasciato nulla ai posteri, se non appunto il loro assoluto rispetto delle leggi naturali, che si trasmettevano oralmente, all’interno delle loro comunità.
            Viceversa, da quando esistono le civiltà ci si comporta sempre in maniera opposta: affermiamo l’individuo contro la comunità, ci costruiamo comunità artificiali con cui vogliamo dominare la natura, edifichiamo splendidi monumenti per dimostrare la nostra grandezza e ci piace persino mettere per iscritto la nostra magnificenza, nella convinzione che i posteri crederanno in noi per filo e per segno.
            Certo, qualcuno potrebbe dire che se anche vivessimo in uno spazio ristretto, avremmo sempre a che fare con una natura che non è esattamente identica all’essere umano. Quando gli uomini hanno dei problemi da risolvere, possono rivolgersi tranquillamente alla natura? Non sempre riusciamo a trarre dagli stili di vita delle piante o degli animali un utile modello per noi.
            Gli uomini hanno bisogno di qualcosa di più complicato, soprattutto se i problemi che devono affrontare sono loro stessi ad averli creati. In casi del genere, inevitabilmente, gli uomini hanno bisogno di loro stessi, maschi o femmine che siano. Non esiste una verità a priori, però esiste l’alterità, la differenza che ci induce a cercare, insieme agli altri, la soluzione dei nostri problemi.
            Nell’universo esistono solo due esseri: umani e naturali. Se la natura non basta a risolvere i nostri problemi, gli esseri umani devono provvedere a se stessi. In tal caso, tuttavia, è assai dubbio che quando troveranno una soluzione, essa non avrà agganci con la natura. Questa infatti si determina in ogni nostra azione, in ogni nostro pensiero, quanto meno per dirci che senza di essa siamo solo canne al vento.

          • galarico L'autore dell'articolo

            La base dell’evoluzione degli animali non è l’antagonismo all’interno di una medesima specie, ma tra specie diverse. Il ghepardo sta scomparendo ma nessun leone ha mai cacciato il ghepardo.
            La base dell’evoluzione umana non è mai stato l’antagonismo, almeno fino a quando non si sono formate le cosiddette “civiltà”, cioè circa seimila anni fa, che è un nulla rispetto al periodo del comunismo primitivo.
            La base positiva dell’evoluzione umana è semmai la “contraddizione”, cioè la necessità di adeguare il proprio stile di vita a esigenze ambientali che mutano di continuo. Ma quando questa necessità gli uomini se la vedono imporre da altri uomini, allora si sono già introdotti elementi di antagonismo sociale.
            La natura comincia a diventare “matrigna” per l’uomo quando già vige il principio homo homini lupus.
            Laddove vige questo principio, tutte le civiltà vanno considerate “artificiali”, cioè non conformi a natura, e lo si capisce da fenomeni assurdi come l’urbanizzazione massiva (che spersonalizza), l’automazione del lavoro (che toglie la creatività), la burocratizzazione amministrativa (che fagocita e deresponsabilizza), la militarizzazione dell’ordine pubblico (che mina la libertà personale), l’ideologizzazione degli Stati (che viola la libertà di coscienza), la separazione del lavoratore dai mezzi di lavoro (che schiavizza), ecc.
            Il genere umano ha potuto continuare con questo trend innaturale proprio perché davanti a sé ha avuto la fortuna d’aver un pianeta immenso. Ma adesso i nodi vengono al pettine.
            Oggi nei paesi occidentali si parla di “riciclare” per non “inquinare”. Ma qualunque riutilizzo di materiali artificiali (chimico-fisici) non andrà mai esente dall’inquinamento. Io posso comprare una pila ricaricabile, ma quando non potrà più esserlo, poiché di ogni cosa esiste un inizio e una fine, avrò comunque lasciato all’ambiente un oggetto altamente inquinabile.
            Per essere sicuri al 100% di non produrre inquinamento, noi dovremmo utilizzare ciò che la natura stessa ci mette a disposizione: pietra, legno, fibre vegetali, piante, fiori, frutta, radici, bacche, tuberi, alghe, pesci e animali d’ogni genere.
            Tu sai come si pianta un albicocco? Bisogna innestarlo in un’altra pianta, detta “mirabolano”, affinché cresca in fretta e stia basso di statura. Sai quanto tempo dura rispetto a un albicocco normale? Tre-quattro volte di meno e produce anche molto meno. Ma le esigenze del mercato vogliono questo. Poi quando il mercato preferisce le albicocche della Spagna o del Maghreb perché costano meno, l’agricoltore è costretto a piantare kiwi, poi quando tutti gli agricoltori piantano kiwi, il prezzo si abbassa spaventosamente, allora si buttano giù tutti i frutteti e si produce erba spagna, che dà pochissimo reddito, ma non richiede quasi nessuna lavorazione.
            Questo per dire che in occidente non solo non esiste più la natura e l’autoconsumo, ma neppure l’agricoltura capitalistica è davvero vantaggiosa.

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