Le dodici declinazioni della solitudine


Sono uscito per mare e l’ho fatto alle sette di sera, quando la giornata è finita, le braccia sono stanche, il vento è teso e le prime nuvole scure annunciano una notte che sarà senza luna e senza stelle.
Sono uscito per per mare mollando la cima dell’ormeggio senza patemi, prendendo il timone con una mano sola e mettendo la prua contro la vastità del sole rosso.
Sono uscito e ho incontrato un vento teso che si è incuneato tra fiocco e randa succhiando la mia barca come se fosse un nocciolo leggero sulla spuma nevosa delle acque torbide della notte.
Ho fatto un lungo bordo al traverso, con la carena grassa e scura tutta fuori dall’acqua e le cento milioni di luci che scintillano la linea sottile della costa. Dietro ognuna  una storia, dietro ognuna una vita, dietro ognuna una strada.
Poi ho orzato, mettendo il viso contro il vento, puntando al centro esatto del mondo e verso lì ho fatto rotta, fra il tintinnio della ferramenta lucida, il rombo basso delle vele e il sibilo delle scotte.
E li mi sono trovato, dopo ore e ore di mare, lontano da ognuno e da ogni cosa: io, la mia barca, la mano stretta sul timone, lo sciabordio delle onde, il buio, il giorno trascorso, la paura  e nient’altro.


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi. Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.