Le dimissioni di un Papa – Ratio et Spiritus 9


E’ l’unica cattedra terrena il cui potere risulti pressoché sgradito a chi a essa debba accostarsi in posizione di assoluto fedele. Essere Papa non è una decisione, è qualcosa che si fa perché va fatto e basta, qualcosa che si accetta in quanto l’entità e il mistero dell’elezione terrena si mescola e confonde con un enigmatico disegno divino del quale il fedele prescelto non può che sperare di compitare brevi segnacoli, spesso incoerenti e talora intrecciati in direzioni bizzarre e ostili. Un disegno che per tutte queste ragioni il fedele può solo accogliere con umiltà.
Di fronte a ciò, la richiesta di accettazione della carica che segue all’elezione suona solo come un’ulteriore professione di fede domandata all’eletto, quasi un incoraggiamento a vincere la paura del peso che si sta per portare. “Credi tu ancora, nel tuo presunto ultimo giorno da uomo comune, che il Dio per cui preghi esista e abbia un progetto per la sua Chiesa che ti comprenda in questo ruolo?”. Da qui in avanti, salvo episodi tanto eccezionali da divenire letteratura e leggenda, per tradizione e coerenza la marcia dell’incaricato è sempre continuata fino al suo ultimo respiro. Almeno fino a ieri.

Una decisione come quella cui abbiamo assistito ha una portata tale da creare un “prima” e un “dopo”.
Ratzinger ha tracciato un solco netto, rompendo una liturgia che nessuno prima di ieri aveva osato mettere in discussione. “Per il bene della Chiesa”, dice lui. Onestamente credo sia stata una scelta sofferta di cui non fatico a intendere le ragioni più secolari, se vogliamo, dettate dalla “ratio” più che dallo “spiritus“. D’altronde l’incoerenza tra la difesa da parte della Chiesa della vita “ad ogni costo” e la durata ad vitam della carica più importante della Chiesa stessa, da qualche parte doveva pur sfociare.
Che il Papato sia una carica a vita aveva un senso secoli fa, affinché intrighi vari non potessero mettere mai in discussione colui che ascendeva al soglio di Pietro. All’epoca però si moriva in tempi naturali e l’istituzione si confrontava con un mondo che ruotava più lentamente, il ché rendeva accettabili i tempi di una normale agonia. Oggi tutto è cambiato, il Cattolicesimo si confronta con un mondo a velocità elettronica e contro l’agonia ci si può accanire per anni, grazie a macchine e strumenti con cui protrarla troppo a lungo.

Aver assistito alla fine di Wojtyła, agli ultimi lunghi -ma per i moderni standard finanche brevi- mesi di quasi totale afonia, di stanchezza e d’immobilità a governare l’istituzione di Dio in terra, sulla scelta di Benedetto XVI deve aver avuto un forte peso. Il vecchio Papa dev’essersi immaginato in fin di vita, attaccato a una macchina, con un sondino per l’alimentazione infilato direttamente dentro lo stomaco e deve aver pensato alle difficoltà che la sua Chiesa avrebbe dovuto affrontare in quella impasse, oltre che alle persone che si sarebbero accostate al suo corpo inerme nell’impaziente attesa del suo trapasso. E ha deciso.

Possiamo essere certi che il futuro ci riserverà altri papi che compiranno lo stesso gesto o, addirittura, l’istituzionalizzazione del gesto stesso.
Pare che lo stesso Ratzinger abbia seguito una sorta di procedura per renderlo forensemente inderogabile, utilizzando la stessa lingua (il latino) e la stessa formula (una dichiarazione alla presenza di un buon numero di cardinali) del gran rifiuto, uniche dimissioni da Papa finora riconosciute dal diritto ecclesiale.

Qualcuno potrà anche pensare che un atto tanto rivoluzionario fosse l’unico modo per questo Pontificato, nato e cresciuto allo sfortunato cospetto di predecessore ineguagliabilmente Magnus, di passare in qualche modo alla storia. Forse un qualche lume di vanità sarà passato negli occhi del vecchio JR ma la complessità e la profondità delle riflessioni alla base mi portano a considerarlo solo come un “a lui gradito” effetto collaterale.
In effetti di uomo, per di più tedesco, pur sempre si tratta.


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9 commenti su “Le dimissioni di un Papa – Ratio et Spiritus

  • enzo cavallo

    se ci si può dimettere da capo spirituale e da vicario di dio in terra…
    ci si può dimettere da tutto…
    non è il più alto tradimento alla spiritualità umana con la più alta viltà?
    dovè finita la guida spirituale chiamata chiesa e i suoi secolari insegnamenti?
    tutto si risolve in un incarico a tempo determinato?
    se per la chiesa è valido avere contemporeanamente un papa dimesso e un nuovo eletto, e quindi anche un altro, e un altro..xkè non poter applicare la stessa dottrina a tutto il resto?
    se un caposaldo di questa valenza spirituale cede, tutto il resto che ci hanno insegnato x secoli per caso non è ke sono diventato poco credibili?
    siamo passati dalla indubbia santità di un grande come il predecessore all’incapacità di chi?
    chi è costui ke sale al soglio di pietro con l’arroganza di poter lasciare quando gli fa comodo?
    non è x caso ke si nasconda ai comuni fedeli un segreto inconfessabile?
    pensare al male si fa peccato….ma di cosa stiamo parlando?

  • Vittorio Mori

    Bene, ammesso che la “ratio” abbia avuto la meglio sull’etica cattolica, in questo caso (in linea teorica, il papa è eletto dallo Spirito Santo, indi la sua carica permane a vita, non è che un profeta del vecchio testamento poteva “sprofetizzarsi”), non vedo perché non dovrebbe venire a patti col resto. Se un papa si può spapizzare a piacere, allora si può anche abortire, sposarsi in chiesa fra gay etc etc. Il punto è che l’etica cattolica con questo ultimo show è diventata ancor di più una piccola foglia di fico sulle pudenda di un potere, io credo, in declino.

  • Gilda

    Duemila anni sono tanti anche per la chiesa. Forse e’ lei che sta morendo e qualche organo inizia a dare forfait. Forse e’ una questione di qualche secolo, proporzionalmente alla sua esistenza. La aspetta una lunga agonia, ma questa e’ l’ipotesi più laicamente ottimista.

  • Adriana

    Ma come mai quelli che sembrano laici sembrano anche i più risentiti col papa dimissionario? Gliene importa davvero qualcosa? E perché uno dovrebbe rimanere dov’è se, invece, desidera andarsene? Forse gli si invidia questa libertà.
    E, presa per vera la stanchezza addotta: perché uno dovrebbe continuare a stare dov’è, se lì ormai soffre?
    Infine: è solo un papa. Non abbiamo altro a cui pensare?

    • serpiko

      Ho cercato di tracciare un’analisi senza esprimere un’opinione ma, rileggendomi, più che risentimento scorgo tra le righe approvazione e indulgenza . Soprattutto dove auspico sia l’occasione per risolvere l’enorme incoerenza tra cariche vitalizie e difesa di qualsiasi forma dell’umano vivere, ad ogni costo e contro ogni possibile volontà.

      Infine da italiano non posso non interessarmi alla Chiesa perchè lei, purtroppo, s’interessa di me.

      • Adriana

        @serpiko
        Infatti ho sbagliato a non distinguere la reazione del post da quella di qualche commento letto qui e qualche altro sentito altrove, rivendicante la propria libertà come individui (e aspettiamo ora?) o stigmatizzante il dovere di portar la Croce fino in fondo (e se è dovere mancato, se la vedrà con la coscienza o con Dio, se c’è).
        La Chiesa, ohimé, si interessa a noi con o senza dimissioni e con o senza papa, stanti le numerose secolari connivenze con essa di uomini politici di tutti i generi. E con generi non intendo maschio-femmina e neppure i pur svariati colori partitici, ma un giudizio che mi censuro da sola.
        Quanto al prolungato impiegar tempo a parlar delle dimissioni, che non è in senso stretto occuparsi della Chiesa, eccomi di nuovo a parlarne contraddicendomi, prima di andare al supermercato. 🙂

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