Le Conseguenze dell’Inverno


Ho sognato un uccello dalle grandi ali stese a raccogliere il vento. Dapprima ho visto la sua ombra scura traversare la strada, poi ho volto gli occhi verso il cielo e ne ho scorto il profilo, nel lucore rovente del sole d’agosto. Volteggiava senza sforzo apparente, il becco come il rostro di una nave da guerra, le piume lucide e il piglio di chi sa di essere il padrone del cielo. A un certo punto è entrato in una stretta virata discendente con le ali piegate a cedere portanza quasi come se avesse visto una preda, ma è stato solo per pochi secondi. Carico di velocità come la molla di un orologio stretta fino agli estremi limiti meccanici, ha disteso di nuovo le ali, aperto la coda ed ha ripreso quota in una planata silenziosa. E intorno a me c’erano alberi altissimi, un prato verde, montagne scure e il ronzio degli insetti.

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Avrei voluto essere un uomo di coraggio, uno di quelli che sfidano il pericolo e la sorte senza pentimenti. Avrei voluto avere una vita che un giudice avrebbe potuto condannare. Avrei voluto portare le armi per incendiare il mondo, guidare una macchina sportiva facendo impazzire gli autovelox, bere fino a perdere la ragione e ridere, almeno una volta, senza avere la sensazione di fare qualcosa di inappropriato. Mi sono ritrovato prigioniero di me stesso, con un silenzioso senso del dovere che ho indossato come un’armatura stretta al punto da limitare i battiti del mio cuore. Vorrei solo che il destino, in cambio di ciò che mi ha tolto, mi rendesse il servizio di farmi spegnere nel silenzio ed essere rapidamente dimenticato.

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La tua perdita è stata la mia sconfitta più grande. La conferma che, nel breve tratto di luce che sono stato chiamato a percorrere, a governare gli eventi non è stata la mia dedizione ed il sacrificio del mio ardore, ma la bizzarra disposizione degli accadimenti sulla quale non è possibile stabilire la sia pur minima forma d’ordine. Quella contro il destino non è una guerra, al massimo si può condurre come una ritirata ordinata nella quale si lascia dietro di sé l’equipaggiamento, i feriti che non possono essere curati, i fronzoli che adornano la divisa e i cavalli abbattuti che non si è riusciti a mangiare.

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Nel profondo crepaccio che hai lasciato io giaccio solo. È come essere caduto su un pianeta straniero di cui comprendi la lingua, conosci i costumi, ma sai non essere il tuo. Vorrei avere nelle mie braccia la matematica che serve per dimostrare che il tempo è una semplificazione dimensionale e che gli eventi non si succedono, ma giacciono vicini, come piccole gemme scintillanti su un drappo infinito di seta scura. Passato e futuro, tutti insieme, senza precedenze e senza l’affannoso fardello del presente, in una sinfonia dove tutti gli strumenti suonano simultaneamente in un’armoniosa congiunzione. Se così fosse, se potessi dimostrarlo a me stesso dispiegando tensori, allestendo universi matematicamente ordinati e tessendo p-brane, almeno potrei essere sicuro che, da qualche altra parte, io e te siamo ancora insieme e lo resteremo per sempre.


La voce degli amici: Le Conseguenze dell’Inverno letto da Roberta Chemel.

Roberta Chemel è su twitter. @RobertaChemel