Il Mestiere di Insegnare: Oggi si Spiega la Storia 78


Sono ventuno gli alunni della mia classe, dieci ragazze e undici ragazzi, hanno tredici anni ma se li guardi bene, non dimenticandoti di fissarli per un attimo negli occhi, ti accorgi che in realtà ne hanno molti di più. Non hanno abiti alla moda, solo straccetti del mercatino, cattive imitazioni delle grandi griffes e poi chili di gel e migliaia di mollettine ed elastici colorati. Profumi improbabili e cellulari d’ogni tipo con le cover rigorosamente personalizzate da scritte e cuori e segni multicolori. Al mattino appena arrivati è un girare vorticoso di diari piccoli piccoli, gonfi gonfi, pieni di foto e bigliettini segreti, ripiegati amorevolmente ed attaccati alle pagine interne con graffettine minuscole fucsia e rosa, gialle e blu.
Hanno lampi negli occhi che significano tante cose, promesse appuntamenti, scuse, richiami di sconcertante bellezza lanciati in giro per la stanza, senza freno alcuno. Poi parlano senza sosta, come se oggi fosse l’ultimo concesso e raccontano a tutti tutto.
L’ansia di alcuni contagia l’aria, sentite entrando l’elettricità di cui sono fatti, si direbbe che potrebbero al solo comando far esplodere la stanza, troppo piccola per contenere le cose che sognano.
Ad un tratto il silenzio si impadronisce di loro, mi guardano e so che posso cominciare.
L’appello è facile, scorre veloce e monotono, solo l’elenco dei nomi, i cognomi mai, non l’accetterebbero, sarebbe come alzare un muro.
Poi all’improvviso si sentono i tonfi cadenzati dei libri che dagli zaini risalgono sui banchi, venuti fuori come se avessero volontà propria.
Oggi si spiega la Storia.
Prima però li osservo e non posso fare a meno di notare che Sara ha un po’ di nero sotto agli occhi, avrà pianto di nuovo prima di uscir di casa, litiga con la madre continuamente, è per il nuovo compagno, -la stronza-, mi ha detto ieri, -crede che io sia cieca e non sappia che quel tipo la cerca solo quando ha bisogno di soldi per “farsi”-.
Roberto le siede accanto, guarda fuori, sembra annoiato ma so a che pensa, i suoi si sono lasciati, storie di soldi e donne, forse.
Sara lo guarda e con la mano lo scuote un poco, lui si gira le sorride e le da un pizzicotto allegro sul braccio.
Giuseppe, ripetente da un pezzo, finge di cercare la pagina giusta, in realtà ha bisogno solo di trovare chi lo ascolti compiutamente per più di un minuto, allora racconterebbe di quando da piccolo cadde nella scarpata mentre giocava e della notte che trascorse da solo, dolorante tra i cani che latravano e i pipistrelli che gli giravano intorno e della madre che non lo cercò perché ubriaca e del padre che non lo cercò perché non gliene importava nulla.
Jonathan che sta tre banchi dietro, invece a guardarlo pare non raccontare nulla, è sordo, sordo totale, per questo ha un’insegnante di sostegno che per ora beve il caffè in corridoio insieme con l’insegnante bello del corso D, Jonathan non ha mai ascoltato un suono, un rumore un niente.
Jonathan non ti guarda mai negli occhi, li tiene bassi e se si accorge che tu lo guardi si volta dall’altra parte. Gli altri hanno storie fatte di disperazione più o meno simile, tutte le mattine prima di entrare in classe sento tutta intera la quasi impossibilità di poterli aiutare. Tutte le mattine sento il sapore triste del fallimento, poi faccio l’appello e migliaia di farfalline colorate, mollettine, diari, penne profumate e frasi sdolcinate e bigliettini e risate complici e promesse di cose belle e barzellettine insulse e appuntamenti per partite di pallone e passeggiate al corso e -ti ricordi cosa mi ha detto, -e allora mi ama- e tu che ne pensi, lo chiamo io o aspetto che lo faccia lui-? tacciono tutte insieme.
Improvvisamente mi torna la voglia e mi viene facile dire: oggi si spiega la Storia.


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