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L’Aquila Muore. L’Aquila è Morta

27 agosto, 2010 - 9:00 di  
Archiviato in Cronache Italiane, Meccanica delle Cose




Condividi L’Aquila Muore. L’Aquila è Morta. Giacomo ti ringrazia.
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“L’Aquila è morta”.

Queste le parole dette ai fidi centurioni quell’infausto giorno di marzo del 44 pev in occasione dell’assassinio di Giulio Cesare.

Il 19 scorso ho fatto un altro giro in moto e sono ancora una volta passato per l’Aquila. Stavolta senza perdermi come accadde a luglio a causa di strade principali chiuse per..emergenza!

Proveniendo dall’Aquila Est lungo la statale 80 e poi sulla 17 ovest che attraversa la città si superano le rotonde nuove di zecca allestite con tanto di mosaico a pietre grosse a rappresentare questo o quel simbolo (effetto G8 ovviamente, con buona pace degli isolani de La Maddalena) e si entra in città diretti su via XX settembre, quella de “La casa dello studente”.

Su in salita fino all’incrocio con la strada che fiancheggia i giardini di via Crispi e ridiscende verso la parte est della città.

Sono meno di 2 km e bastano per metterti i brividi addosso. Brividi uniti a quel nodo alla gola che ti assale quando una forte emozione si mischia ad una forte rabbia. La strada passa accanto al tristemente noto edificio de “La casa dello studente” dicevo: non lo sapevo e quello che ha attratto in quel punto la mia attenzione sono state le foto dei ragazzi morti quella notte sotto le macerie di una palazzina che non doveva crollare, quella così come tante altre. La sola vista di quella fetta rettangolare mancante nella pianta complessiva della palazzina a cui ancora si affacciano fin l’ultimo piano, porte, ballatoi, vani scala, riquadri di stanze e vite spezzate, da’ il capogiro.

La strada, tristemente animata da una sorta di macabro turismo della maceria, forse inconsciamente me compreso, con gente che ci cammina e fa foto, che si sofferma a vedere i danni insieme al traffico cittadino di un giovedì pomeriggio d’agosto, nonostante l’assolata giornata da’ i brividi.

Per tutta la sua lunghezza è completamente transennata su entrambi i lati: barriere alte quasi tre metri in rete d’acciao a maglia molto larga, che impediscono il passaggio di incauti pedoni sui marciapiedi; e già, cadono ogni tanto pezzi vari o possono farlo. Le palazzine, da apparentemente robusti condomini in strutture in cemento armato degli anni 60 e 70, a case forse più vecchie di un paio di decenni, sono altrettanto apparentemente sane. Ma osservate senza bisogno di gran dettagli a vista d’occhio appaiono tamponature assenti, intonaci scoppiati a mostrare tramezzi di foratini scomposti, fessure e crepe anche massicce in corrispondenza di luci di finestre, balconi semicaduti, pilastri crepati e via così fino a pilastri di base apparentemente a posto ma a cavallo di serrande di garage o negozi deformate e lesionate. INAGIBILE. E’ la terribile parola per chi ha avuto vita lì dentro fino a quella notte. E sotto, lungo la strada, vetrine di esercizi commerciali, da banche a tabaccherie od umili tutto a 1 € definitivamente abbandonati.
Il motivo conduttore macabro che accompagna la vista è che quelle palazzine, quei palazzotti, quella case così come sembrano esser fatte non dovevano crollare, non avrebbero dovuto nemmeno lesionarsi!

E quelle palazzine con i fantasmi delle migliaia di famiglie che le hanno vissute sono lì, in piedi ma lesionate al punto che nessuno oserà mai anche solo pensare che forse si possono restaurare. Certo non sono mica la basilica di Colle Maggio o lo storico palazzo del comune!

E guai a gettare l’occhio nelle traverse che si arrampicano verso la sommità della città, verso il centro: lo spettacolo è ancora più desolante.

Ed in quei pochi minuti impiegati a percorrere quella strada pensavo a come potrebbe essere ricostruita una città nell’interezza del suo cuore centrale, non solo inteso come centro storico, come patrimonio artistico ma patrimonio umano da esso stesso generato ed alimentato. Quando un terremoto danneggia un piccolo centro lo si ricostruisce, non vale la pena stare a sistemare quando si fa prima a demolire del tutto. E’ una questione di economia, terribile ma spietata.

Ma si può demolire una città? E quanto costerebbe ripristinarla? Che rapporto tra il valore che aveva e il valore che potrebbe avere risanandola e portandola a nuova vita?Come poterlo fare? Con quali mezzi?

E soprattutto con quali soldi? Chi si assume l’onere economico di un simile scempio?

E allora l’Aquila muore. L’Aquila è morta.

Ma contemporaneamente pensavo, di ritorno dal mio terzo viaggio in Germania, che all’alba della fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le città grandi e piccole di quel paese andavano da stati quali quello del “completamente rasa al suolo” a situazioni via via meno gravi ma pur sempre drammatiche.

Eppure i tedeschi, sia all’est dominato dai russi od all’ovest sotto il controllo di americani, inglesi o francesi, si sono rimboccati le maniche e mattone per mattone, raccogliendoli dalle macerie, confrontando documenti storici, cartoline, vecchie foto e le testimonianze dei sopravvissuti, sono stati capaci di ricostruire i centri delle città esattamente com’erano prima.

A Berlino pochi mesi dopo l’aprile del 45 già circolava il primo tram, a Dresda, inutile scempio esperimento di “tempesta di fuoco” completamente devastata dal bombardamento e dall’incendio, il popolo delle macerie in due mesi aveva liberato la città ed iniziata la ricostruzione e due mesi dopo c’era già l’acqua corrente ovunque. E così Francoforte, Amburgo, Norimberga, Colonia, Stoccarda, grandi città ma anche Heidelberg, Lipsia, Ulm o Lubecca, città più piccole.

Non scrivo questo per dire che c’è sempre speranza ma proprio per distinguere, ancora una volta, che non siamo tedeschi e non sono tedeschi neanche i nostri governi il cui attuale premier, come noto a molti ma i cui tutti sono ciechi e sordi, ha soltanto saputo cavalcare l’occasione elettorale, pittare di bianco a calcina qualche muro come si faceva in Puglia sotto gli Angioini dopo una pestilenza e poi andarsene sfregandosi le mani perché qualcuno per lui avrebbe fatto affari d’oro con la borsa nera.

E l’Aquila muore. L’Aquila è morta.

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Comments

8 Risposte a “L’Aquila Muore. L’Aquila è Morta”
  1. Mi piange il cuore ogni volta che sono costretta a fermarmi a pensare a cosa stanno passando i cittadini dell’Aquila. Non so che altro dire, l’indignazione ormai ha ceduto il posto alla depressione.

  2. maria scrive:

    Magari, visto che c’eri, potevi dare una mano… Ma forse era troppo!!! e ti chiedo scusa per questo!
    Ma volendo, potevi anche parlare con qualche aquilano… sia di quelli pro, che di quelli contro il Berlusconi e la politica attuale!
    Poi scusami, come puoi confrontare al di la di due nazioni, che il confronto in quel caso, non è solo tra chi governa ma anche tra le persone e la loro mentalità e modo di vedere la vita… Ma come puoi confrontare due quasi epoche, oltre che motivazioni per cui una città e’ distrutta!
    Sai che adesso c’è anche il problema di dove porre, portare i calcinacci!
    Uno potrebbe dire: nella nuova città che stanno costruendo e buttarle nelle fondamenta…
    Non so se offendi di più la politica attuale oppure gli aquilani che subiscono senza riuscire a fare di più!
    Se pensi ai tuoi viaggi in Germania, chiediti anche dove sono finiti all’epoca ed all’inizio della ricostruzione… molti rifiuti…
    E soprattutto, ti sei mai chiesto di chi era la mano d’opera della ricostruzione tedesca?
    Spesso, lo si fa anche in Italia oggi, si da lavoro a chi sta peggio di noi, con la scusa che gli italiani ormai certi lavori non vogliono più farli… Ma in realtà, è solo per pagarli meno! Spesso anche in nero! Ma oggi notizie simili fanno scalpore!
    Sei passato per il Friuli anche?
    Poi se vogliamo metterci anche fattori che spesso abbiamo in casa che molti direbbero che è cosa nostra nelle ricostruzioni ed appalti… non ne usciamo più!
    Se Berlusconi ha fatto un palcoscenico sulla tragedia aquilana, chi giudica senza poi porsi e farsi molte domande, credo faccia altrettanto…
    Meglio la commemorazione delle vittime per non dimenticare a questo punto… Piuttosto che le critiche politiche!
    Le critiche lasciano il tempo che trovano o trovano il tempo che lasciano!
    Il ricordo di una vita, strappata per disgrazia o per incuria e menefreghismo di chi poteva fare in modo che non avvenisse, lascia un segno indelebile.. o dovrebbe, affinche’ chiunque, prima di costruire o farsi costruire, ci metta un po di coscienza in quel cemeto, oltre che la sabbia!

    • Giacomo scrive:

      Replico solo per ribadire che non ho voluto fare confronti giacché sono impensabili ma solo considerazioni. E visto che hai citato, a sproposito, il terremoto del Friuli del ’76 ti invito ad osservare questa immagine:

      http://www.matteomoro.net/wp-content/uploads/2008/05/terremoto_gemona_1976.jpg

      Gemona prima e dopo. E quel dopo è frutto solo della volontà dei singoli cittadini friulani forte tanto quanto quella dei berlinesi o di altri tedeschi che si sono messi a raccogliere i cocci pezzo per pezzo dalle macerie.

      Tra l’altro hai citato, ripeto a sproposito, quel terremoto. Quello sì che fu un terremoto, non quello aquilano che fa fatto quel che ha fatto solo per incuria ed incoscienza criminali pregresse. In Friuli ci furono 150.000 senzatetto. 150.000. Più dell’intera cittadinanza aquilana!!!

      E per concludere guarda che di sabbia nel cemento ce n’era pure troppa…

      • maria scrive:

        Appunto… se rileggi il mio commento…nel finale soprattutto, forse, magari… lo comprenderai meglio!
        Fermo restando che di certo il mio scrivere stesso, può portare in inganno… io commento, non scrivo post….
        Ciao.

        • Giacomo scrive:

          Bene, cioè male per i neozelandesi. Giustappunto mi si dice che faccio troppi confronti ed allora eccone uno, fresco fresco. Terremoto in Nuova Zelanda, magnituto 7.2 con un’energia ovvero da 50 a 100 volte circa maggiore di quello aquilano del 2009. Un morto, e per infarto. Nel 1968 l’isola fu colpita da un altro violentissimo sisma, tre morti.
          Ora, a parità di altre condizioni, il confronto è presto fatto. La Nuova Zelanda “galleggia” su una della placche oceaniche a maggior sismicità e quindi occorre tenere bene a mente questo, cosa che i neozelandesi hanno fatto fin dall’inizio con quel rispetto della natura tipico delle popolazioni australi, che siano autoctone o discendenti dei coloni. E quindi le cose sono state fatte con criterio.
          L’Italia, la storia ce lo insegna, è la regione a più alta sismicità del Mediterraneo. E le cose sono state fatte e sono fatte…all’italiana.

          • maria scrive:

            Ma credi che se non le dicevi te ste cose, nessuno le notava o nessuno le sapeva già….
            Dai ho capito… sei la tipica persona che scrive per avere un plauso e per sentirsi dire: bravo! E tutto finisce li!
            Bravo! Per me, finisce qui!
            Tanto non c’è verso di approfondire il discorso!
            Le solite cose, italiani stupidi, altri saggi, e c’hai ragione! Ma cosa fare per cambiare le cose? Mistero! Non lo sapremo mai… finchè si scrive e si lotta solo per avere qualche “bravo” in più!
            Anche questo è tipico dell’essere italiano!
            Ciao, buona settimana!

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