L’Apparente Follia del PD 17


La condotta politica del Pd negli ultimi quattro mesi è stata tutto e il contrario di tutto, zigzagante fra scelte politiche opposte, apparentemente folle e incomprensibile. Dopo una campagna elettorale tutta giocata in chiave antiberlusconiana (“mai al governo con il PdL”), il giorno dopo le elezioni il Pd si pone il problema del rapporto con il terzo polo grillino. Bersani prima tenta di rubacchiare un po’ di voti di parlamentari a cinque stelle (il famoso “scouting”) per fare un proprio governo, poi – visto l’esito misero di questa misera operazione – inizia il corteggiamento del M5S, a cui chiede la fiducia per la formazione del nuovo governo a guida Pd, tirando in ballo la questione della responsabilità verso il “Paese”, cioè in cambio di niente. Avuta una risposta negativa, non coglie l’occasione – irripetibile – di eleggere Rodotà come presidente della Repubblica, in accordo con il M5S, ciò che avrebbe permesso la successiva formazione di un governo di centro sinistra anche con personalità di area Pd anche se non di partito, e propone Marini come futuro capo dello stato in accordo con il PdL. Bocciato Marini per la rivolta dei militanti e dei parlamentari del Pd, il giorno dopo con una brusca inversione a U propone Prodi, il peggior nemico di Berlusconi. Bruciato Prodi per il famoso “tradimento” dei 101, chiede aiuto a Napolitano, da sempre a favore di un accordo Pd-PdL, e con una seconda inversione a U accetta di fare l’accordo di governo con Berlusconi. Il risultato di questa brillante operazione è il governo Napolitano, alias governo Letta Alfano, definito anche come il primo governo democristiano della terza repubblica, a causa del prevalere degli ex Dc fra i ministri.

Folle e incomprensibile, apparentemente. Ma invece comprensibile se si va a vedere come è nato il Pd. Il Pd è nato come aggregazione progettata a livello di vertice di due diversi partiti, con storie, tradizioni e culture diversissime. I Ds a prevalente tradizione diciamo così vagamente “socialdemocratica”, di cui Bersani è stato l’ultimo esponente, e la Margherita a derivazione democristiana. Aggregazione che non è mai diventata intreccio fra le due diverse culture politiche. Non a caso si è parlato di fusione a freddo.
Un partito o un movimento esiste ed è in grado di agire con efficacia sulla scena politica, se è dotato non solo di una serie di obiettivi, di un programma, ma anche – soprattutto – di un progetto, di una strategia, di una visione della società. Cioè di un’identità che non può che essere unitaria.
Il PdL ha una sua identità populista e mercatista che si incarna nella figura del capo, insostituibile (perché è quello che fa vincere) e non criticabile. Il M5S ha anch’esso una sua identità basata sulla lotta alla casta e sull’illusione della democrazia diretta in rete, che si incarna nella figura di un altro capo, anch’egli insostituibile (perché anche lui fa vincere) e non criticabile. I partiti della prima repubblica – Dc, Pci, Psi – avevano ognuno un’identità fortissima, ciò che ha connotato in senso positivo la democrazia parlamentare italiana per parecchi decenni.

Il Pd non è mai riuscito a darsi un’identità unitaria dopo la sua nascita. Le due componenti iniziali hanno convissuto all’interno dello stesso contenitore andando avanti per mediazioni successive. Anzi, con il passare del tempo, ciascuna delle due componenti, in assenza di un’identità generale comune e quindi di una strategia unificante al livello del partito, ha visto svilupparsi al proprio interno fazioni e gruppi in corrispondenza di interessi locali (amministrazioni locali), di gruppo e personali. Si è avuto così un proliferare di orientamenti politici contrapposti, sempre più difficilmente governabili, fino ad arrivare – anche e soprattutto in seguito alla sconfitta elettorale – all’attuale balcanizzazione del gruppo dirigente, con l’inevitabile strascico di personalismi, rancori, vendette. La divisione in bersaniani, renziani, prodiani, lettiani, ‘giovani turchi’ e così via, gli uni contro gli altri armati, ha reso impossibile perseguire un qualsiasi obiettivo – Marini, Prodi, M5S – che avesse l’appoggio di tutto il partito e di tutto il gruppo parlamentare. E alla fine ci si è arresi e si è lasciato fare a Napolitano che ha deciso per la soluzione peggiore.
Che sarà del Pd nell’immediato futuro non è facile prevedere. C’è solo da sperare che la sua disgregazione non diventi anche disgregazione della sua base elettorale.

N.d.R. Leggi anche il lungimirante commento di Mentecritica del 26 giugno 2007 in occasione della nascita del partito democratico .


Informazioni su Bruno Carchedi

Mi chiamo Bruno Carchedi. Sono nato ad Alessandria, città piemontese un po’ ligure. Mi sono laureato in ingegneria e ho sempre lavorato in grandi aziende dell’informatica. Mi sono buttato a capofitto nelle grandi lotte operaie e democratiche degli anni '70. Ho sempre fatto il sindacalista di base. In quanto sindacalista non ho mai fatto carriera in azienda. In quanto di base non ho mai fatto carriera nel sindacato. Il risultato è che adesso ho una pensione di sopravvivenza, anche se mi ritengo abbastanza un privilegiato. Cosa farei se potessi tornare indietro? Esattamente quello che ho già fatto. Ho due grandi passioni. Il buon vino (degustato in modiche quantità) anche se costa parecchio e la musica, che invece è alla portata delle mie tasche. Mi piacciono le danze etniche e popolari, e la musica classica (tutta). Ah, dimenticavo. Credevo che la Lega Nord fosse la più grande disgrazia capitata dopo il fascismo ... ma poi è arrivato Monti. Arrivato su MenteCritica grazie a questa opportunità

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