Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "L’Apocalisse Greca ci Arriva Dritta alla Schiena. Controllare i Salvagente" è stato scritto da redazione
Vi proponiamo per intero due articoli apparsi su Il Sole 24 Ore per dargli la massima visibilità. Come anticipato su queste pagine, il fallimento delle consultazioni per la formazione di un nuovo governo, condurranno la Grecia a nuove elezioni forse già il mese prossimo. E’ evidente che il paese è allo sbando ed è ormai opinione diffusa che la sua uscita dall’euro sarà agevolata. E’ anche in dubbio che domani venga emessa la seconda tranche di aiuti di cinque miliardi.
Nel primo articolo si stima l’impatti sull’economia dell’Unione di un eventuale uscita della Grecia. Nel secondo, si analizzano gli effetti sulla vita dei greci di un’eventuale conversione immediata della moneta. Argomenti che questo sito ha descritto ed anticipato praticamente un anno fa suscitando la divertita ed incredula reazione di molti soloni dell’economia.
Cosa succede se la Grecia esce fuori dall’euro? Pro e contro per Atene e gli altri Paesi dell’Ue
L’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea prevede che un Paese membro, anche senza motivazioni particolari, può liberamente uscire dall’Unione europea. E di conseguenza, secondo l’opinione prevalente, anche dall’euro. Ma lo stesso articolo, e neppure altri del Trattato, non fanno riferimento a quali sarebbero le modalità di uscita e di ritorno alla valuta nazionale. In questo clima di caos dei mercati finanziari (oggi lo spread Spagna-Germania è tornato a 450, i livelli di novembre mentre la Borsa di Atene è crollata sui minimi degli ultimi 20 anni) e di incertezza normativa la Grecia sembra più fuori che dentro l’euro.La voglia di uscire dall’Eurozona è emersa in modo lampante nelle elezioni del 6 maggio dove i partiti anti-euro hanno giocato un ruolo da protagonista. Lo stesso Alexis Tsipras, il leader del partito della Coalizione delle sinistre radicali (Syriza) che sta cercando nelle ultime ore di comporre disperatamente un governo, fa parte della schiera di coloro che ben vedrebbero la Grecia fuori dall’euro.
Ma cosa succederebbe alla Grecia (e agli altri Paesi dell’Unione) se davvero Atene si sganciasse dai cordoni del trattato di Maastricht? Lo abbiamo chiesto a esperti del settore per valutare gli impatti che un tale shock avrebbe sui mercati finanziari e sull’economia reale.
Come sarebbe Atene senza euro
«Come tutte le mete e le strade inesplorate, anche l’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe conseguenze non prevedibili sulla base delle esperienze passate -spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti -. Se il mondo fosse a “compartimenti stagni”, l’uscita della Grecia dal gruppo dei 17 non comporterebbe problematiche rilevanti: il peso percentuale del Pil greco su quello europeo è inferiore al 3%, il flusso di scambi internazionali è irrilevante ed anche il contributo alla governace Europea non è certo determinante. Il mondo di oggi non è però fatto a compartimenti ed i mercati finanziari vivono di aspettative. Il rischio è quindi che si individui un altro “candidato” all’uscita su cui concentrare l’azione ribassista; Spagna ed Italia potrebbero essere i primi ad essere coinvolti nel fuoco della speculazione. Non sono quindi a nostro avviso stimabili gli effetti a catena dell’uscita della Grecia dall’area euro. Possiamo tranquillamente dire però che a livello interno la Grecia vivrebbe anni di caos economico e finanziario e, probabilmente, anche di forti tensioni sociali. Pensiamo quindi che i contro supererebbero i pro».Secondo Vincenzo Longo di Ig Markets, il «Paese si ritroverebbe a partire da zero, con un’economia interamente da ricostruire senza aiuti o fondi provenienti dall’esterno. Inoltre il Paese potrebbe trovarsi isolato nei traffici commerciali con il resto dell’area. Da non trascurare che sarebbe seriamente minacciata anche la credibilità del Paese e questo complicherebbe la capacità di Atene di attirare capitali dall’estero. D’altro canto la Grecia potrebbe giovare della possibilità di decidere in piena autonomia la propria politica monetaria, che in questa fase di crisi potrebbe essere improntata verso una svalutazione della valuta locale, la dracma, per far ripartire l’economia. In uno scenario simile ci aspettiamo che il recupero che il Paese potrebbe avere sarebbe molto più lento e doloroso rispetto al salvataggio previsto dalla Ue».
Un’uscita della Grecia dall’euro? «Nel breve periodo comporterebbe molte difficoltà: tassi di interesse e inflazione in forte rialzo con grosse difficoltà a rinegoziare i prestiti dall’estero – sottolinea Gabriele Vedani, managing director di Fxcm -. Una condizione che avrebbe una ricaduta sulla società civile, si pensi ai mutui delle famiglie. Nel lungo periodo però lo sganciamento dell’euro potrebbe anche ridare fiato alla Grecia che un è un forte esportatore. Tra gli altri vantaggi Atene avrebbe una maggiore libertà di manovra su spesa pubblica e tasse. Ma è difficile stabilire se i pro supererebbero gli altissimi costi di uscita».
Costi di uscita tecnicamente imprevedibili secondo Massimo De Palma, responsabile asset management di Swiss & Global Asset Management Sgr. «È inevitabile che uscendo dall’euro ci sarà un ulteriore haircut con forti conseguenze sui possessori del debito che oggi è sempre più domestico. E poi ci sarebbero grossi problemi tecnici legati alla reintroduzione della dracma».
Tommaso Federici, responsabile gestioni di Banca Ifigest, non ha dubbi: «Il pro sarebbe solo uno, una maggiore competitività derivante da una svalutazione, presumibilmente di oltre il 50% rispetto ad euro e dollaro, della nuova dracma ma che sarebbe di scarso impatto date la scarsa propensione all’esportazione e alla bassa industrializzazione del paese. Per non parlare di eventuali dazi che i paesi dell’Eurozona potrebbero mettere sulle merci Greche. Ovviamente i 110 miliardi di euro del primo prestito non potrebbero essere restituiti. I contro sarebbero tantissimi, primo fra tutti il conseguente Bank Run o corsa a gli sportelli. Tra gli altri effetti negativi di maggiore portata ci sarebbe il dimezzamento del valore di tutte le attività presenti nel paese, l’impossibilità di poter consumare e acquistare materie prime e merci non presenti e non prodotte nel paese perché più care di almeno il 50%, l’impossibilità per un tempo considerevole di poter tornare sui mercati finanziari per poter finanziare investimenti pubblici e privati».
Secondo Leonardo Bloch, responsabile investimenti mobiliari di Prisma sgr, «mentre l’assemblaggio della moneta unica è stato un esercizio tecnicamente relativamente semplice, il suo smontaggio parziale o globale sarebbe un vero rompicapo. A titolo di esempio, si consideri la questione della valuta in cui rinominare le passività verso l’estero. Se infatti è assodato che lo stato sia dotato del peso giuridico per rinominare tutto il proprio debito in valuta nazionale, è altresì incerto se emittenti e mutuatari privati possano aver facoltà di procedere ad un’analoga conversione nei confronti dei creditori esteri. Ciò provocherebbe problematiche quasi irrisolvibili nell’asset/liability management degli operatori economici – specie in quelli del settore bancario/finanziario – o in alternativa esporrebbe i creditori internazionali a perdite su cambi di rilevante entità. L’eventuale uscita greca dall’euro avrebbe l’ingrato compito di definire le linee guida tecniche di tali processi. È indiscutibile che già da sé la defezione di un componente avrebbe come inevitabile conseguenza uno sfavorevole repricing del rischio di tutte le economie meno stabili dell’area euro».
Ecco quanto pagherebbero i greci con la dracma al posto dell’euro
ATENE – Theodore va al bancomat situato in piazza Syntagma, la piazza principale ad Atene e dice scherzando: «Faccio cassa di euro prima che chiudano i conti e passiamo alla dracma». «Scherzo, aggiunge quando vede la mia faccia preoccupata». In effetti però negli ultimi tre anni 70 miliardi sono stati ritirati dalle banche greche da risparmiatori preoccupati. I risultati delle elezioni politiche hanno rilanciato l’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’euro. Ma cosa accadrebbe in concreto?
Nel settembre 2011 Citigroup e Ubs avevano fatto degli scenari per spiegare la possibilità di un ritorno alla dracma. Primo punto: l’annuncio blitz. I trattati Ue prevedeno un solo modo per uscire dall’euro. L’articolo 50 del trattato di Lisbona secondo cui l’addio può avvenire solo per decisione del Paese coinvolto. Lo studio Ubs è categorico. Il change over alla rovescia deve essere un «blitz» e deciso a mercati chiusi, di venerdi sera. Poi arriverà il ritorno alla dracma.
Come? Tutti i depositi bancari e gli strumenti finanziari sarebbero convertiti alla velocità della luce in dracme svalutate. Di quanto? Le mezze misure — scrive Ubs — non servono. Meglio tagliare del 50-60% il valore della nuova moneta. Citigroup punta invece al 40%. Ma la sostanza non cambia. Sarebbe un ritorno alle svalutazioni competitive di italiana memoria. I salari rimarrebbero nominalmente gli stessi ma perderebbero valore giorno dopo giorno.
In caso di addio all’euro, la Grecia potrebbe rifiutarsi di pagare i suoi debiti restanti dopo lo swap da 208 miliardi di euro appena fatto a marzo dal premier Papademos con una perdita del 75% sui bond da parte dei detentori. A quel punto ci sarà l’assalto alle banche e le ipotesi di dazi.
I greci farebbero la corsa in banca per svuotare i conti correnti e salvare i loro euro prima che diventino dracme svalutate: portandoli a Cipro o comunque all’estero o nascondendoli a casa visto che a quel punto sarebbe come avere valuta straniera.. Ad Atene i depositi sono calati in tre anni di 70 miliardi.Poi – secondo l’Ubs – arriverebbero l’imposizione di controlli sui capitali, bloccando i prelievi elettronici, mettendo un limite a quelli fisici e stringendo i controlli alle frontiere, scrive Ubs. Senza contare che tutte le banche nazionali dovrebbero essere ricapitalizzate, cosa peraltro già prevista dopo lo swap.
E l’Europa? Reagirà imponendo dazi doganali alle merci greche di un importo simile alla svalutazione fatta da Atene. Effetto-domino e costi: poi ci sarebbe secondo Citigruoup – l’effetto domino nei paesi più fragili della moneta unica. Tutti gli investitori privati cercherebbero per prudenza di ritirare i loro soldi dalle banche e uscirebbero dai loro investimenti. Gli istituzionali farebbero lo stesso per evitare perdite.
I greci (calcola Ubs) pagherebbero in media nel primo anno un pedaggio tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa al crac, compresi i soldi necessari per tenere in piedi le banche. Gli anni successivi il costo pro capite sarebbe di 3-4mila euro. Fantapolitica monetaria? Certamente ma se la sinistra radicale continuerà a scherzare con il fuoco di rispedire al mittente le richieste dei creditori rischia di dar fuoco a tutto il paese e al vecchio continente.


My 2 cents.
Vorrei rivolgere una domanda al Sole24Ore: se abbiamo paura che la speculazione attacchi un altro paese dopo la Grecia, perché non andare contro la speculazione direttamente? Ah, già, TINA.
E se alla Grecia non accadesse niente di diverso da ciò che è accaduto all’Argentina quando ha abbandonato la parità tra peso e dollaro ed è andata in default nel 2001? Certo la Grecia non ha il potenziale export del paese sudamericano che gli ha permesso di risollevarsi ma la situazione attuale non mi pare offra molte altre alternative.
Curioso poi che si parli di possibili dazi contro le merci greche (che ovviamente diventerebbero più appetibili, compresi i prezzi delle vacanze a Mikonos) quando l’Argentina è stata recentemente denunciata al FMI per protezionismo per aver limitato l’import di merci estere a favore di quelle nazionali.
Inoltre, ci giriamo sempre attorno, ma l’euro potrebbe salvarsi se la BCE si comportasse da vera banca centrale e non da succursale della Bundesbank.
le tue considerazioni sono pienamente condivisibili lame. io aggiungo però che “di questa europa” mi sono rotto le balle.
ci ho creduto al punto di considerarlo un sogno della mia vita che si realizzava e un’eredità che ero orgoglioso di trasmettere a mia figlia.
ora ho il sangue così amaro che è marcito. fosse per me, tornerei ai comuni, al massimo alle contee, che poi l’internazionalizzazione si è tradotta solo ed esclusivamente in globalizzazione.
concordo 100% , solo nel piccolo contesto si possono attivare (ri-attivare) i meccanismi sociali necessari alla comprensione che il bene comune è, per l’appunto, comune.
inutile paragonarsi a chi ha le nordiche qualità per gestire questi concetti su scala piu ampia.
personalmente inizio persino a dubitare se la democrazia elettorale non sia davvero da considerare come la corazzata di fantozziana memoria che qualche giorno fa veniva ricordata.
Non credo al salvataggio economico della Grecia e quindi il sistema finaziario di adesso è destinato ad una crisi irreversibile. Una via salvifica ci sarebbe : tutti gli stati sovrani non paghino il debito pubblico che hanno. Si potrebbe fare una stima di debito per abitante e poi mediare, defire l’importo da non onorare per ciascuno Stato, così comunque i più virtuosi saranno premiati e gli altri meno.
Chi ci rimetterà ? Il mercato , questa entità metafisica sconosciuta ma che poi deve essere fatta di gente di carne ed ossa, sia essa il singolo cittadino, le società finanziaie, il sistema bancario, gli stati/sceiccati del petrolio e per finire le multinazionali.Successivamente ciascun feudo o contado, come dice Comandante Nebbia, non torni al baratto ma stampi la sua moneta e la faccia circolare nel suo ambito, ancorandola ad un valore reale ….suggerisco farina, prodotti caseari od altro.
Se si incarica lei di convincere i cinesi a non venire a pignorarci la nostra tv dopo aver sfondato la porta con le bombe atomiche e gli arabi a continuare a passarci petrolio anche dopo avergli negato i rimborsi del debito, io sono con lei.
Altrimenti, stiamo parlando del nulla.
Il TV l’ho già pagato e se arrivano con le bombe chiamo i miei cugini yankees, così magari gli chiedono anche come mai a Milano ci sono 100.000 cinesi ma non ne muore mai nessuno.
Del petrolio arabo faccio a meno e lo prendo in Venezuela.
La Cina sta viaggiando a velocità doppia della nostra contro l’esplosione della sua bolla. Per quanto mi riguarda possono fottersi.
E’ vero, sto parlando del “tutto” e quindi del “nulla”. Voglio solo evidenziare che non cambierà niente ormai, grillini o non grillini, PDL Lega PD etc etc è come il parlare tra tifosi interisti, milanisti, udinesi…quando il campionato non ci sarà più. Partecipi ad una riunione di giunta o consiglio comunale di un paese qualsiasi
e si accorgerà del vuoto pneumatico di cui si parla.
In un articolo di oggi Giuliano Ferrara dice: “Andare contro Monti sarebbe possibile solo se fosse possibile parlare la lingua di Paul Krugman e di Tim Geithner (il primo premio Nobel per l”economia, il secondo segretario al tesoro di Obama) ovvero, no a misure recessive di tipo tedesco, si a misure espansive di tipo americano”. Analisi che testimonia il fatto già noto che, anche le menti più “refrattarie” sono costrette ad ammettere che la ricetta seguita dagli Stati Uniti di Obama per vincere la crisi, sia diametralmente opposta a quella imposta da Monti e dal suo governo qui da noi. Purtroppo però, a giudizio di Ferrara, questo “non si può fare perché da noi la moneta si difende con il moralismo spesso autodistruttivo della disciplina fiscale, mentre negli Usa si stampa moneta e si tengono basse le tasse”. Per Ferrara dunque in Italia il problema non si risolve solo per una questione di “moralismo autodistruttivo”. Il nostro finisce con il sostenere che, visto che “non ci sono le condizioni per rompere il ciclo dell’euro, allora non facciamoci illusioni, la cura è quella di Monti e soci”. In altre parole la popolazione italiana deve essere massacrata e l’economia reale del paese distrutta, non perché non ci sia altra strada, ma perché non sarebbe possibile “rompere il ciclo dell’euro”. Mai certificazione del fallimento della politica è stato più chiaro, mai atteggiamento più codardo. Quanto all’uscita dalla eurozona da parte della Grecia, le paventate “catastrofi” derivanti dalla sua uscita, sono niente rispetto ai previsti trenta e più anni di sofferenze per i cittadini che comporterebbe il rimanervi. Senza parlare dell’Argentina, la piccola e coragiosissima Islanda, con le sole sue forze, ha rotto la morsa mortale del Fmi ed adesso sta benissimo. Vuoi vedere che saranno i “vichinghi” islandesi ed i discendenti di Leonida a spezzare la schiena ai sinedriti di belzebù?
si vedrà