La Pasqua di Resurrezione 2


Se avere successo e potere vuol dire raccontare a una folla di stronzi una marea di stronzate e poi, dopo aver baciato il santino, affidarsi alla Madonnina , sono fiero di essere un fallito. C’è dignità nella vita e nella morte. Se uno non la percepisce e campa di macchine blindate, like sui social network, stipendi rubati e fugace ribalta, sono cazzi suoi. Prima o poi dovremo tutti fare i conti con noi stessi e alcuni di noi conoscono così bene la matematica da non volersi presentare impreparati.

La buonanima di mio padre, quando doveva tappezzare un divano o una poltrona, perché di prima di fare il pompiere era stato tappezziere, prendeva una manciata di chiodi e se la metteva in bocca. Così, una mano reggeva il chiodo, l’altra il martello e dalle sue labbra carnose come le mie, spuntava il nuovo chiodo. Qualche giorno fa, aggiustando un mobile, ho dovuto usare i chiodi anche io e, inconsciamente, ne ho messo una manciata in bocca senza pensare a batteri, sostanze cancerogene e cazzi vari. Quando me ne sono reso conto si è aperto un fulmineo wormhole tra questo tempo e questo spazio e la “putea” di mio padre a Piazza Vittorio Veneto, nei tardi anni cinquanta a Salerno. E’ stato un viaggio breve, ma emozionante.

Pulendo la gabbietta di Kiwi mi sono fatto cadere in testa il vassoio scorrevole che raccoglie la sporcizia nel fondo della gabbia. Lo avevo pulito, ricoperto con la carta e poggiato sulla gabbia. Poi mi sono accorto che c’era ancora un po’ di sporcizia sui binari e, cercando di toglierla, il vassoio mi è caduto in testa di taglio. Pesa più o meno mezzo chilo e ha gli angoli affilati. Ho messo la mano sulla testa e ho sentito il calore ferroso del sangue che ha iniziato a scorrere dietro l’orecchio. Ho usato due specchi per capire cosa mi fossi fatto e se fosse necessario farsi dare dei punti. Mi è sembrato che me la potessi cavare con un po’ di clorexidina, bende e cerotto. Vedremo domani, ma a confronto con quello che ho visto negli ultimi mesi, sento che la cosa più giusta è tacere.

Stamattina presto, verso le cinque credo, ho sentito tirare la coperta e un leggero movimento nel letto. Mi sono girato dal tuo lato, ed eri tu, come se non fossi mai andata via. Ti ho abbracciata e ho sentito la pressione del tuo corpo sotto le mie braccia. Poi ho pensato “non è possibile, tu sei morta” e mi sono girato dall’altra parte, ma come capita spesso ultimamente, il sogno non si è interrotto e ho sentito la tua mano sulla schiena. Per cui mi sono girato di nuovo e ti ho abbracciata, dicendo “non te ne andare”, ti ho dato un bacio leggero, sulla punta delle labbra e poi, all’improvviso, si è fatto giorno. E io l’ho iniziato piangendo, come sto facendo in questo esatto momento. Più tardi, sul battiscopa della stanza, ho sentito raschiare di un rumore che conosco già. Era uno scorpioncino che ho catturato in un bicchiere blu. L’ho liberato nel tuo giardino, fra i tuoi fiori, che indifferenti alla cenere incandescente del mio cuore, sono spuntati sfrontati in questa primavera rigogliosa.

Io so. Tutto si può dire di me tranne che io non sappia quello che devo sapere. E capisco. Non serve mentire con me.
Vorrei solo che le vite di tutti fossero benedette dalla consapevolezza, dalla resilienza e dalla feroce volontà di sopravvivere al destino avverso così come, e ne sono grato al fato, è successo a me.


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