L’alienante giornalismo italiano 22


Pensavo che la stampa italiana durante questa manciata d’anni in cui ho avuto l’onere e l’onore di essere in vita avesse toccato un fondo impossibile da superare. Mi sono sbagliata: come già fatto notare da altri, in questi giorni si è messa a scavare di buona lena raggiungendo baratri mai letti da occhio umano. Adesso dirò una cosa che farà strabuzzare gli occhi a tutti quei finto-informazionisti che amano leggere il loro giornaletto pendendo dai caratteri scritti nero su grigio e intrisi di finta melodrammaticità o finta indignazione o finta solidarietà: vorrei che l’informazione sparisse, con buona pace degli illuministi settecenteschi che sull’informazione ci hanno fondato tutta la loro vita.

Vorrei che – almeno per un momento, per una giornata, per una settimana – il giornalista smettesse di essere giornalista e tornasse ad essere uomo, cittadino, entità vivente. Vorrei che l’esistenza nascosta sotto fitti strati di “professionalità” giornalistica venisse a galla nel bel mezzo di un’intervista, o durante la stesura di un articolo, o mentre vengono revisionate le pagine da mandare in stampa per la mattina successiva. Vorrei che un giorno Mentana si ricordi – mentre con la faccia contrita racconta degli squilibri politici ed economici del nostro paese – che lui è prima di tutto un essere umano, e se ne esca poi con una gaffe di slanciata sincerità che rovini tutta la notizia portandola al tragicomico della cruda realtà o all’inconsistenza insipida della ripetizione quotidiana e ciclica dei nostri tragici difetti italiani.

Mentre scendevo a Roma per votare, in treno, ho conosciuto una ragazza. Parlando è saltato fuori il fatto che ogni tanto, quando mi gira, pubblico qualcosa di mio su un blog il cui nome suonava familiare alle sue orecchie. Mi ha chiesto – cogliendomi del tutto di sorpresa – se mi pagavano. Le ho detto di no, e mentre a lei sembrava una cosa ignobile e fuori dal mondo, io ho pensato che farmi pagare sarebbe la cosa più insensata e distruttrice che potrei arrivare a fare (al di là dell’inesistente professionalità che pervade ogni angolo del mio operato, dunque difficilmente ripagabile in denaro).

Adesso che ci ripenso alla luce di questo vecchio nuovo giornalismo italiano, capisco che uno stipendio (oltre che ridicolo) sarebbe altamente alienante. La cosa smetterebbe di essere una necessità personale e diverrebbe una necessità lavorativa, misurabile, soggetta al rischio di sfumare per una parola di troppo o per una frase sbagliata, per un concetto azzardato, per un’ipotesi altisonante. Per non rischiare troppo, si arriverebbe a non rischiare e a limitarsi a un’analisi comune e superficiale, non fraintendibile, semplice e diretta, alla portata di tutti. Per questo, appunto, ci sono i giornalisti. E i giornalisti italiani, sotto questo punto di vista, non deludono.

Forse in questi anni avrei potuto farmi pagare da qualcuno, adesso sarei ufficialmente iscritta all’albo dei giornalisti, magari per le mie capacità potrei anche trovare facilmente lavoro in qualche quotidiano minore – ma forse, dico forse, anche in uno di quelli nazionali se non mi presentassi con l’aspetto da criminale che ogni tanto assumo inconsapevolmente. Avrei un lavoro e starei a scavare in mezzo alla merda per non rischiare di perderlo, consapevole che tanto chi è capace di capire capisce lo stesso e chi non ne è capace si aggancia in ogni caso alle mie parole come una cozza su uno scoglio in mare aperto.

Alienata, passerei le mie giornate dimentica di essere una donna con tanto di desideri e aspirazioni non necessariamente sociali o lavorativi, proseguirei giorno dopo giorno come quegli studenti che frequentano l’università giusto per laurearsi e poter sventolare il loro titolo di studio quando, fra una manciata d’anni, potranno lamentarsi che nonostante l’impegno accademico il lavoro non gli è sceso dal cielo come un dono divino, né glielo hanno regalato gli amici, né glielo sono riusciti a pagare i genitori. Già, anche l’università dovrebbe sparire, ma questa è un’altra storia e io che non scavo nella merda ne parlo quando mi pare e nei termini che preferisco, senza la paura di essere silurata, senza l’alienazione di uno stipendio, senza il ricatto di un datore di lavoro.

Loro scavano nella merda, io li guardo e nel disgusto li derido, ne faccio un ritratto o me ne vado alla ricerca dell’oro, e nel mentre metto a soqquadro il mondo col solo aiuto di qualche parola, dando finalmente sfogo alle mie inclinazioni di potenza divina. Comunque, ovunque sono, mi compiaccio di non scavare con loro.


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