Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "L’ABC dei rimborsi elettorali" è stato scritto da Eduardo Quercia
La storia dei rimborsi elettorali ha oramai fatto il suo tempo. Gli stessi partiti che avevano inventato questa formuletta magica per aggirare l’esito inequivocabile del referendum popolare che aveva abolito il finanziamento pubblico ammettono con ritrovato candore che non è più il caso di ricorrere a volgari trucchi lessicali per affermare un principio sacrosanto, non condiviso, perché non compreso dal popolo: il finanziamento pubblico dei partiti è necessario, perché è l’unico modo per garantire l’accesso democratico di tutti i cittadini alla politica, che altrimenti resterebbe ostaggio dei ricchi e delle lobbies (cioè, dei ricchi organizzati).
Comunque la si pensi, bisogna riconoscere almeno che è cresciuta in tutta evidenza la considerazione dei partiti per la maturità dell’opinione pubblica, al punto che oggi possono permettersi di dire chiaramente ciò che nel ’93 gl’italiani (gli eredi del “volgo disperso” manzoniano) non erano stati in grado di capire.
Ovviamente, non mancano buoni motivi per sostenere la legittimità del finanziamento pubblico dei partiti, così come non mancano buoni motivi per pretendere, ad esempio, la piena attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, ma non è su questo che m’interessa in questa sede richiamare l’attenzione. Giornali e televisioni si esercitano fino alla nausea con dovizia di sproloqui sull’argomento, ma non focalizzano, a mio avviso, il vero nodo della questione, che attiene alla definizione della sovranità nel rapporto fra popolo ed eletti (e quindi, in ultima istanza, fra cittadini e partiti).
Ripartiamo dal dettato dell’articolo 1 della nostra Costituzione:
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Cosa significa esattamente “la sovranità appartiene al popolo”? Non ho competenze significative in materia per cui mi esprimerò in modo semplicistico e un po’ banale, forse persino arbitrario, ma vorrei sottolineare innanzitutto che col termine sovranità s’intende far riferimento ad un potere assoluto assimilabile in qualche modo a quello che in passato era appunto in capo al sovrano. Senza spingermi troppo oltre in questo campo, mi sembra del tutto pacifico che proprio per la sua stessa natura tale potere viene normalmente trasferito ad altri per poter essere fattivamente esercitato, ma, essendo inalienabile, resta sempre in capo al popolo.
Cosa accade, allora, quando la volontà del popolo entra in antitesi con quella dei governanti, ancorché liberamente scelti dal popolo stesso con democratiche elezioni? E’ questo il caso in cui una qualche legge, seguendo le apposite e complesse procedure previste dalla Costituzione, viene sottoposta a referendum abrogativo, il cui esito riveli una volontà dei cittadini opposta a quella sancita legittimamente dai legislatori. Non v’è dubbio che nella circostanza prevalga la volontà popolare, non perché nella fattispecie si riaccrediti il popolo di una sovranità (che non aveva mai perso anche quando veniva esercitata dai suoi rappresentanti), ma più semplicemente perché, limitatamente allo specifico, il popolo sospende l’esercizio della delega, recuperando una sovranità diretta non dissimile da quella con cui esprime le sue libere opzioni elettorali.
Capisco che il terreno è accidentato, ma credo fermamente che la sovranità popolare (negli stati democratici, figli delle teorie di Rousseau) prescinda da concetti arbitrari (il torto e la ragione, il bene ed il male e via discorrendo) e s’imponga a tutti (partiti compresi) come il fulcro del patto sociale fra i cittadini sul quale si fonda uno Stato moderno. Di conseguenza, ritengo che la legge del dicembre ’93 con la quale il legislatore ripristinava surrettiziamente il finanziamento pubblico dei partiti (impinguandolo successivamente in misura obiettivamente indecorosa) costituisca di fatto una violazione sostanziale del dettato costituzionale, pur manifestandosi formalmente corretta, in quanto mascherava il finanziamento sotto forma di rimborso elettorale.
Allo stesso modo non appare tollerabile a diciannove anni dall’esito di un referendum che ha bocciato con una percentuale di votanti impressionante (90,3%, anche più impressionante di quanto siano apparse ai premiers stranieri le misure di Monti) riproporre con motivazioni più o meno ragionevoli ancora una volta una sostanziale reiterazione del finanziamento pubblico. Con buona pace del nostro simpatico abbecedario politico (Alfano, Bersani, Casini) sarà necessario raccogliere le firme previste, immediatamente dopo la sicura approvazione delle modifiche legislative al nuovo testo sui rimborsi elettorali, per proporre un referendum abrogativo allo scopo di consentire al popolo di esprimersi (definitivamente) su una materia che è stata oggetto di un vero e proprio vulnus costituzionale.


Io non voglio finanziare al buio più nessuno, Sul 730 va bene, tesserandomi va benissimo, ma al buio no. Sono stanco.
Caro amico, rispetto il tuo punto di vista, coincidente con il fastidio per il “maltolto” da parte dei partiti a ciascuno di noi cittadini. Tuttavia, la mia preoccupazione maggiore (evidentemente non espressa con la necessaria chiarezza) risiede essenzialmente in quella che potremmo definire “l’autonomia” dei partiti e degli eletti, cioè nella consolidata abitudine a considerarsi portatori di un potere autonomo, solutus dalla sovranità del popolo. Contrariamente a quanto potrebbe apparire a prima vista il consolidamento persino inconsapevole di questa prassi (pensa a Bossi: i soldi sono della Lega e possiamo anche buttarli dalla finestra) non si limita a tradire la volontà del popolo (come nel caso del finanziamento pubblico o come, più di recente, per la gestione dell’acqua), ma spinge questi signori al convincimento di essere detentori del bene comune “a prescindere”. Una volta avanzati su questo piano inclinato finiscono inesorabilmente col sottoporre il popolo alle ragioni della politica, dell’economia e della tecnica (quelle che di volta in volta a loro appaiono migliori) piuttosto che l’esatto contrario.
Oppure alle mozioni degli affetti, alla retorica, a falsi sillogismi, al trascinamento delle passioni … come ben spiega Galimberti nel link che mi hai appena postato?
Certo, anche a quello.
Tuttavia, per me (e credo anche per te) il problema resta il bene del popolo (inteso come “tutto il popolo”).
Ragionamento ineccepibile.
Aggiungo che l’assenza di finanziamento pubblico potrebbe avere il benefico effetto di liberarci dei professionisti della politica, le cui facce ci perseguitano da trent’anni: i Casini, i D’Alema, le Rosy Bindi, i Cicchitto …
Così come nell’Atene di Pericle per fare politica bisognava essere uomini liberi, anche in senso economico e così come nella Roma di Cicerone non potevi fare il Console (due volte, non di più, a distanza di dieci anni), se prima non avevi fatto dieci anni tra gli equites e non avevi dato prova come Questore, Edile e Pretore, così non mi dispiacerebbe se ci reinventassimo un qualche percorso irto di difficoltà per selezionare la nostra classe politica.
Visti i modestissimi risultati del metodo seguito fin qui.
“è cresciuta in tutta evidenza la considerazione dei partiti per la maturità dell’opinione pubblica”
Non credo proprioi: stanno solo cercando un nuovo modo per raccontarcela.
Quanto al sottolineare che il problema sta nell’autonomia dei partiti rispetto ai cittadini e alla loro volontà, sono assolutamente d’accordo. Ma la colpa è dei cittadini, non ce lo dimentichiamo.
Dopo di che io sono dell’idea di denunciarli tutti per alto tradimento, arrestarli e portarli davanti ad una corte marziale.
Pensavo che il contesto indicasse sfacciatamente la natura ironica della frase che hai riportato: ti prego di credere alle ie intenzioni sulla parola. Ad ogni buon conto l’essenza di quel che volevo dire è forse meglio specificata nella risposta a Gianalessio.
Un caro saluto
Tranquillo, ti credo. E’ che non sono sempre così pronto a cogliere il non detto (a volte nemmeno il detto… sarà l’età)
[...] porsi il problema del funzionamento di un sistema politico democratico. Deve rilevarsi, però, che:il finanziamento in questione non impedisce (e come potrebbe ?) la “discesa in campo” di tycoon e magnati che aggiungono alle [...]