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La Vita è per Tutti. Maria Luisa: Perché Dico “No” all’Eutanasia

strada.jpgL’Italia, si sa, è il paese delle parole. E delle ideologie. Non è propriamente un complimento, si capisce. Siamo specializzati nell’accapigliarci sui massimi sistemi, quasi sempre senza nessun contatto con la realtà e, di conseguenza, alcuna comprensione per i drammi concreti di chi affronta in prima persona situazioni “difficili”.

Orribile eufemismo, quest’ultimo, soprattutto se si tien conto del fatto che, con certe difficoltà, la maggior parte di noi viene a contatto molto spesso: pensiamo, per esempio, a questioni come famiglia, educazione, maternità, che rimangono nell’àmbito dei dotti proclami, mentre nulla è mai stato fatto, in questo paese dalla tradizione “natalista” e cattolica, per venire davvero incontro alle difficoltà di tante coppie e donne, giovani e no.
Quando, poi, il discorso tocca il significato stesso dell’esistenza, i confini tra la vita e la morte, quando più che mai le vuote parole, o forse gli schiamazzi, dovrebbero lasciare il posto a un rispettoso silenzio (silenzio che non significa disinteresse, ma piuttosto ascolto umile e premuroso), certi atteggiamenti diventano più che insopportabili: sconfinano nel criminale. Due anni fa, sull’onda emotiva della vicenda di Terri Schiavo, e lo scorso anno, causa la martellante campagna astensionista dei crociati di Ruini, si è riaperto il “dibattito” sulla liceità o meno dell’eutanasia.

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Le virgolette sono d’obbligo, perché all’epoca abbiamo letto ben poche riflessioni ponderate e razionali. E per questo, ovviamente, la vicenda ha ormai perso d’interesse, scavalcata da altre questioni ritenute più attuali, fino al prossimo “caso”, dove animosità e veleni riesploderanno come una vescica. Nel nostro piccolo, noi vorremmo evitare queste derive. Nulla di meglio, pertanto, di andare direttamente alla fonte del problema, di lasciar parlare i diretti interessati, chi con certe realtà fa i conti tutti i giorni, e che di norma non trova spazio sui grandi media, sia perché non “fa notizia”, sia perché il loro esempio smentisce forse alcune tesi cui i mezzi di comunicazione più potenti paiono molto affezionati.

Lasciamo dunque la parola a Maria Luisa, leccese, sorella di una ragazza in “stato vegetativo permanente” (lo stesso in cui versava Terri Schiavo) da tredici anni. “Mia sorella Emanuela è in una situazione di cosiddetto ‘stato vegetativo persistente’ da 13 anni, in seguito a uno spaventoso incidente stradale avvenuto la notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1993. Quella sera non guidava lei e la macchina era una vecchia Panda 30; lei dormiva sul sedile anteriore dell’auto senza cintura di sicurezza quando l’auto, per motivi ancora sconosciuti, si è schiantata prima su di un palo dell’impianto semaforico e poi su uno dell’illuminazione pubblica. Emanuela ha subìto il primo colpo al palo del semaforo e il contraccolpo (che forse è stata la vera causa della sua lesione cerebrale) a quello dell’illuminazione pubblica”.

- Perché dici “cosiddetto” stato vegetativo permanente”?

“Perché, leggendo il libro di un medico rianimatore francese, ho scoperto che i medici non conoscono proprio niente del cervello umano e della sua capacità di rigenerarsi, né tantomeno sanno definire lo stato in cui è venuta a trovarsi Emanuela dopo l’incidente.

- Lo stesso di Terri Schiavo, si diceva?

“C’è da premettere che ogni caso è unico. L’entità del danno e della risposta ‘fisica’ ad esso dipende dalle zone colpite. Nel caso di Emanuela è avvenuta la lesione del fascio reticolare, zona in cui si intrecciano, si incrociano e comunicano le informazioni tra il cervello e le zone periferiche. Uno scienziato potrà redigere una diagnosi precisissima dei problemi che si presenteranno in futuro, ma si mette le mani nei capelli quando si parla di prognosi. È questa la vera questione”.

- E qui s’insinua la domanda: eutanasia sì, eutanasia no. Fino a quando si può parlare di rispetto della vita e/o di accanimento terapeutico?

“Mi ritengo una persona di idee molto aperte, ma reputo la vita al di sopra di noi. La mia esperienza mi ha profondamente cambiata. Ne ho tratto il meglio possibile e ho lentamente cominciato a capire cosa vuol dire veramente ‘amare’ qualcuno. Da questa esperienza è nata - insieme ad altri amici medici - una unità di risveglio qui a Lecce, di cui parleremo prossimamente in un libro. Ora sono anche in contatto col fratello di Pietro Crisafulli, il ragazzo ‘risvegliato’ dallo stato vegetativo dopo due anni. Suo fratello aveva minacciato di staccare la spina se non li avessero aiutati: bisogna sapere che, in casi come questi, la famiglia viene abbandonata a sé stessa e gettata nella disperazione. La mia casa è diventata un vero ospedale da 13 anni a questa parte: abbiamo lettini da statica, un letto d’ospedale, una doccia per il bagno, un verticalizzatore per cercare di mettere Emanuela in posizione eretta in piedi e un sollevatore che serve per imbragarla, sollevarla dal letto e consentirle di sedere in poltrona, anche se quest’ultima non viene utilizzata perché la prendo in braccio io, finché posso. Emanuela - a mio avviso - segue tutto. Grazie a Dio mangia autonomamente (le abbiamo insegnato noi a farlo): prima, invece, si nutriva con lo stesso tubicino usato per l’alimentazione di Terri Schiavo. In quest’ultima operazione, per la verità, siamo stati un po’ incoscienti, visto che il cibo poteva deviare nei polmoni provocandole una polmonite ‘AB INGESTIS’: ma abbiamo avuto la forza di lottare per liberarla da qualsiasi sonda o catetere…”

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- Molti sostengono che i riflessi delle persone come Emanuela, come in passato di Terri Schiavo, siano solo reazioni nervose involontarie…

“I medici dissero, scoprendo la lesione ‘rimarrà così per tutta la vita’ e ‘vivrà ancora per due anni’. Ma Emanuela vive. E ride, finalizzando la sua risata. Ride quando vede Renato Zero che è da sempre il suo cantante preferito. Ride quando le faccio vedere il nuovo, inedito spettacolo di Beppe Grillo. Ride quando ascolta qualcosa di buffo e solo se non stimolata e lasciata a sé stessa si smarrisce un po’. Si è parlato di eutanasia solo quando l’argomento è assurto alla ribalta della cronaca, ma nessuno di noi la condivide: meno di tutti Emanuela, che un giorno si arrabbiò sentendo parlare in tv alcuni sostenitori dell’eutanasia. Già, Emanuela riesce anche ad arrabbiarsi, gridando come una pazza. Emanuela era lei stessa piena di gioia di vivere. E lo dimostra tuttora”.

- Nell’enciclica Evangelium vitae il papa Giovanni Paolo II condannava l’eutanasia come una falsa forma di pietà. Egli scrive: “Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della ‘cultura di morte’, che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una società efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane o debilitate”. D’altra parte egli non manca di denunciare la solitudine in cui sono lasciate le famiglie alle prese con questo dramma e non condanna certo la disperazione del singolo. Non ti sembra, tuttavia, una posizione troppo esigente?

“No. Papa Wojtyla parlava con cognizione di causa. La disperazione è naturale nell’uomo: ma bisogna trovare il modo per alleviarla con l’amore (terapia del sorriso, musicoterapia, pet therapy, terapia dei colori….). L’atmosfera culturale in cui viviamo, invece, è disattenta e ha paura della sofferenza. Ecco spiegato il successo di movimenti che si occupano di predicare la ‘cultura della morte’ (a Terri Schiavo è stata somministrata la morfina prima di spirare poiché, malgrado le affermazioni in senso contrario, nessuno era sicuro che non avvertisse quello che le stava accadendo).

- Chi si dice favorevole all’eutanasia vi accusa di volere l’accanimento terapeutico e di infliggere al malato inutili sofferenze.

“L’accanimento terapeutico è un’altra cosa. Si tiene in vita una persone solo con le medicine e ne vengono somministrate a dismisura tanto da provocare danni secondari, non relativi a una data patologia. Un conto è lenire il dolore, un conto è ostinarsi a mantenere in vita un organismo ormai deteriorato. E poi non è vero che si vuole la sofferenza del malato. Nessuno, al contrario, si oppone all’uso di ogni mezzo lecito per evitare il dolore, anche se quest’ultimo dovesse abbreviare la vita. Inoltre, la cura palliativa permette di rendere più sopportabile la sofferenza e assicura al malato un trattamento rispettoso della sua umanità (a Milano una struttura pubblica che la applica, con successo, è l’ospedale Sacco, n.d.A. Per contatti anche con altre équipe in Lombardia, seguire questo link )”.

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- Già, ma la cura palliativa richiede tempo, soldi, strutture. L’eutanasia, invece, è più “sbrigativa”.

(Sorriso ironico e sprezzante) “L’eutanasia è un mezzo utilitaristico perché toglie di mezzo ‘pesi’ per la società (io stessa ho dedicato la mia vita per la causa di mia sorella). E certo, ragionando in termini strettamente efficientistici, questi malati lo sono, un ‘peso’. E i costi per mantenerli, poi? A questo punto, perché non eliminare anche i disabili o gli omosessuali, come facevano i nazisti, che non a caso avevano un programma (il famigerato T4, n.d.A.) per l’eutanasia di Stato? Ma ci rendiamo conto di dove porta questa cultura?“La vita è un mistero e nessuno può sapere se e come evolveranno le cose (si è scoperto, ad esempio, che il cervello cura sé stesso tramite le cellule staminali, smentendo il tabù di una medicina secondo cui i neuroni,una volta distrutti, non si recuperano più)”.

- Un messaggio che ti senti di lanciare per chi si trova nella tua situazione, e per tutti noi?

“La più grande lezione di vita che sto ancora imparando è l’amore e - in secondo luogo - che questi malati non hanno bisogno di ‘unità di risveglio’ ma del loro ambiente, devono stare tra le loro cose e gli assistenti dovrebbero trasferirsi dall’ospedale in casa del malato; l’ospedale a domicilio, insomma. Mia sorella, quando viene ricoverata, regredisce vistosamente, non dorme, si rifiuta di mangiare e si irrigidisce. Come reagiremmo noi stando in ospedale: non rendi per quel che vali. La lezione è l’amore. Padre Pio ammoniva: ‘Nelle medicine, mettete una goccia d’amore’… È semplicemente l’amore che mi fa dedicare a Emanuela tutta la vita…..vorrei concludere con le parole di Renato Zero:‘Non puoi toccare le nuvole se non conosci le lacrime, se solo sai la tristezza cos’è sarà lei ad aver paura di te’. Per Emanuela, per la vita”.

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Daniela Tuscano
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Comments

14 Risposte a “La Vita è per Tutti. Maria Luisa: Perché Dico “No” all’Eutanasia”
  1. Lisa scrive:

    Quando il soggetto non è capace di esprimere un giudizio, posso sostenere quello che hai detto, dato che oltretutto ci hai raccontato una storia molto bella.
    Ma ti dico un’altra cosa: se una persona nello stato di tua sorella vuole invece morire? Chi siamo noi per decidere della sua vita, per dire “no tu devi vivere per forza”? Non c’è una soluzione univoca: non si può dire solo “sempre eutanasia” oppure “mai eutanasia”. Secondo me bisogna, quando le sue condizioni lo permettono, lasciare al soggetto interessato la libertà di scelta: ognuno di noi è diverso e reagisce diversamente.

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  2. diabolicomarco scrive:

    La mia posizione è quella espressa da lisa. Anche qualora l’eutanasia diventasse legge non credo che Maria Luisa o altri sarebbero obbligati a praticarla.

    C’è da premettere che ogni caso è unico. L’entità del danno e della risposta ‘fisica’ ad esso dipende dalle zone colpite.

    L’ha detto lei stessa.
    In questo caso, un caso in cui una persona ride quando ascolta qualcosa di buffo e solo se non stimolata e lasciata a sé stessa si smarrisce un po’. più che di eutanasia parliamo di omicidio, posso anche esser d’accordo.
    Ma esistono casi ben più gravi, diversi, complessi.

    Grazie a Daniela e grazie a Maria Luisa per questa testimonianza, in ogni caso.

    [Rispondi a questo commento]

  3. antonella scrive:

    @ lisa
    ma quanto influisce, su un soggetto in grado di decidere per sé, la paura di essere un peso per gli altri che lo accudiscono e quindi il non volerlo essere?
    è veramente una decisione presa con serenità da chi sta in quelle condizioni?

    [Rispondi a questo commento]

  4. diabolicomarco scrive:

    @antonella
    questo discorso è valido sempre. Un sostegno psicologico oltre che affettivo è necessario sempre, ancora di più lo sarebbe in questi casi.

    Ricorderai forse il caso della donna che rifiutò di farsi amputare il piede preferendo rimettersi nelle mani del “Buon Dio”.
    In quel caso medici e giudici hanno riconosciuto la necessità di procedere contro la volontà della donna.
    In realtà ognuno può disporre della propria vita come crede. O no?

    [Rispondi a questo commento]

  5. roberto scrive:

    Mah, benchè l’autrice abbia ben descritto le condizioni di Maria Luisa bisognerebbe conoscere il quadro effettivo.
    Così a naso, non trovo correlazione tra questo caso e accanimento terapeutico. E’ implicito che nel possibile ricorso all’eutanasia una determinante fondamentale debba essere rappresentata dalla prognosi oltre che dalla scelta personale.
    Piccola nota: sarebbe il caso che affermazioni di carattere medico-scientifico venissero documentate e non semplicemente inserite in un contesto

    [Rispondi a questo commento]

  6. Dolly scrive:

    Molto commovente questa testimonianza, ma ciò non cambia un fatto. Chi vuole l’ eutanasia, non essendo materialmente in grado di suicidarsi, deve avere la possibilità di morire. E invece, ad oggi, questa possibilità non ce l’ ha. Una legge a questo proposito non imporrebbe di staccare tutte le spine, ma di farlo solo a chi lo desideri. Detto questo, se io fossi coinvolta in un incidente e mi riducessi in stato vegetativo, preferirei morire. Lo metterei per iscritto, su carta bollata, vorrei che mi lasciassero morire, dolcemente, rapidamente. Vorrei che per i miei cari il dolore fosse circoscritto, e non rateizzato, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

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  7. Peppe Dantini scrive:

    Ogni caso è un caso a sè, per cui è praticamente impossibile fissare delle regole generali.
    Io non sono medico e non ne so niente, ma prendendo per buono quello che ha raccontato Maria Luisa direi che Emanuela NON è affatto in stato vegetativo. Quindi direi che in questo caso non ci sono assolutamente i termini per poter dire “non può guarire quindi sopprimiamola”.
    A parte questo sono d’accordo con Lisa: va lasciata a ciascuno, con tutte le necessarie cautele, la possibilità di decidere del proprio destino. La pretesa del Vaticano di impedire a priori qualsiasi decisione in merito, è semplicemente patetica. E dannosa per uno stato di diritto.

    [Rispondi a questo commento]

  8. isidoro scrive:

    Come sempre la migliore risposta agli scettici è l’esempio vero di chi soffre e combatte veramente, magari nel silenzio.
    Purtoppo spesso ascoltiamo più chi fà più traffico, piuttosto che chi con educazione e dignità chiede solo e giustamente aiuto.

    [Rispondi a questo commento]

  9. daniela tuscano scrive:

    Non era mia intenzione formulare giudizi morali o teorie. Proprio per questo ho intervistato una persona direttamente toccata dal problema (avrei anche intervistato un sostenitore dell’eutanasia, se solo avessi ricevuto una qualche risposta). D’altro lato resto convinta manchi una seria informazione e si ragioni solo per ideologia o, peggio, per sentimentalismo. Mai come in questi casi, invece, occorre essere estremamente lucidi e razionali. Non siamo mai veramente “preparati” di fronte a certi fenomeni, ma cerchiamo almeno di non lasciarcene sopraffare.

    [Rispondi a questo commento]

  10. SacerNaos (ex-Temple) scrive:

    E’ una bellisima testimonianza e una grande prova di coraggio! Sinceramente!
    Ed è impossibile per un parente decidere la morte di un caro! Difficilissimo!

    Anche se non condivido il fatto che si possa “imparare” l’amore in queste circostanze: l’amore si impara in tante circostanze! (siamo sicuri che è amore? o è la sua deformazione incarnata dalla passione di Cristo?)

    Fatto sta che non mi sembra idonea come critica all’eutanasia. Una cosa è l’amore, il sentimento, la passione, la riflessione su vita e morte (che sono strettamente individuali e rispettabilissime tutte) e un’altra dare la possibilità in quanto stato di diritto (convivenza tra individui) di scegliere per se stessi (cose tipo testamento biologico etc. etc.).
    E’ una questione di autoregolazione dell’individuo ed io lo farei il testamento biologico fermo rerstando che, non sapendo cosa si prova in quelle circostanze, potrei sbagliarmi. E’ la possibilità di una scelta che, vorrei sottolineare, non è facile. Scegliere di morire non è facile ma vorrei essere libero di farlo. Anche perchè la morte è pura cancellazione e non ci sono i conti da fare con nessuno poi…

    [Rispondi a questo commento]

  11. Oris scrive:

    Quando ci troviamo di fronte a queste cose, spesso ci troviamo nella necessità di sperare, al punto che il dubbio diventa un arma, una fede, una cosa per la quale combattere.

    Se sia disperazione rispetto alla grandezza della vita e della morte o consapevolezza non è alla portata nostra dirlo.

    L’unica cosa che rimane è la scelta, teniamocela stretta, ognuno la propria.

    [Rispondi a questo commento]

  12. roberto scrive:

    Benchè favorevole all’eutanasia, sono casi come questo che evidenziano come il fantomatico testamento biologico sia uno strumento inutile ed oltremodo pericoloso che ha poco serve per prevenire il cosiddetto accanimento terapeutico.
    E’ indispensabile che la scelta sia personale e soprattutto contingente allo stato di salute attuale.

    [Rispondi a questo commento]

  13. michelangelo scrive:

    Maria Luisa, sono certo che mi comprenderai.
    Le parole, e ne ho scritte tante, non smuovono un capello da questa follia dell’uomo del XXI secolo
    e allora spero almeno di provocare qualche attenta riflessione.
    Ho scritto su Welby, Nuvoli, Englaro -il mio funerale,( in questo sito), processo in contumacia su rai2,
    ecc., ahimè invano. Sembra che Internet sia al 90% in mano ai “radicali” e dovrebbero essere non al governo ma il Governo per i consensi che si leggono. Io stesso sono radicale che lotta contro la pena di morte e grido con loro “nessuno tocchi Saddam” ma che, continuo a gridare da solo “nessuno tocchi Piergiorgio, né Eluana né nessuno”.
    Copio-incollo il primo post del mio blog del lontano febbraio 2007.

    Un granello di sabbia in memoria di Piergiorgio Welby

    E se la sabbia del deserto fosse la Verità?
    Chi può asserire di conoscere l’architettura di un granello di sabbia in tutta la sua macrocosmica grandezza ed in tutta la sua microscopica infinitesimale dimensione? E se così fosse, avrebbe scoperto la natura della sua essenza e del suo divenire?
    E se la mente fosse il deserto di sabbia?
    La coscienza vigile, attenta, pensante, decisionale, serena o turbata, sana o malata, lucida o offuscata, razionale o irrazionale, libera o condizionata, quanta parte occuperebbe nel deserto della mente? Io dico: lo spazio di un granello di sabbia per l’uomo “comune” e per il genio, il poeta, l’artista, lo scienziato, il santo tanta sabbia quanta ne può essere contenuta in un pugno.
    Ed ecco come una parte della verità sta in tutte le ragioni così come la ragione contiene sempre una parte della verità, sia del laico che del religioso.
    Ma quanta? Prendi un pugno sabbia dal deserto: questa è la porzione di verità che ti offre la tua mente cosciente e la chiesa del tuo tempo.
    Il “farsi suicidare” da una condizione alterata della mente cosciente non sarà mai la decisione di un libero arbitrio padrone assoluto del Regno della Mente, ove risiedono tulle le più sublimi ed inimmaginabili virtualità. Laddove l’Individualità dell’Io più profondo, si ricongiunge con la matrice che l’ha emanato e ad essa identificandosi ne acquisisce, in potenza, attributi e divinità. E la vita terrena di Piergiorgio programmata per sua libera scelta nella notte dei tempi ed intensamente vissuta in un attimo della sua eternità, anche se interrotta per le ragioni di un pugno di sabbia, nulla toglie ma molto aggiunge alla sua ricchezza spirituale d al suo cammino evolutivo nel ritorno al Padre attraverso quella scala di valori di cui tanta ne ha percorsa nella sua breve vita di quanto l’umanità nella maggioranza ne percorre in un secolo.
    E questo è l’autentico patrimonio di Piergiorgio.
    Per il resto: delitto o non delitto, che l’ UOMO rifletta!

    Grazie per l’attenzione, affettuosità, michelangelo

    [Rispondi a questo commento]

  14. Gunnar scrive:

    Ogni individuo è una costellazione di eventi assolutamente e inevitabilmente unici e irripetibili. Le leggi umane invece sono studiate per essere patrimonio comune e prive di schemi psicologici. Tuttavia combinare le leggi con i desideri di ogni singolo individuo è impossibile. E’ come rincorrere il capriccio del caso pretendendo di raggiungerlo per poterlo condurre a piacimento dove più ci aggrada.
    Non esiste ragionare in tali termini.
    Un individuo “deve” avere il diritto di “decidere” cosa fare di sé stesso. Sempre.
    Senza esclusione, senza implicazioni, senza interferenze, senza impedimenti.
    E quando egli non può farlo perché impedito fisicamente, mentalmente, psicologicamente allora tocca a chi gli è vicino, a chi, per legge deve rispondere di lui, a chi, in breve, ne ha la facoltà. E a nessun altro.
    Questo rispetta l’unico criterio di giustizia umana che si possa comprendere.
    Chiunque altro voglia interferire ne ha diritto solo se si accolla il peso, in tutto o in parte, dell’evento, delle sue implicazioni anche emotive, affettive e, anche se è brutto sottolinearlo, economiche.
    Tutto il resto sono chiacchiere.
    Voglio aggiungere inoltre che quello che accade è sempre riferibile a persone che non ce la fanno psicologicamente ed economicamente ad affrontare simili situazioni.
    Chi possiede denaro a sufficienza e potere non lascia trapelare alla stampa ciò che decide. So esattamente ciò che dico. Quando un famiglia molto facoltosa vuole occultare la propria scelta eutanasica lo fa e basta. Al mondo nulla arriva e la Chiesa non interferisce o per ignoranza o per complicità.
    Invece tutti hanno qualcosa da dire quando si tratta di interferire nelle scelte altrui.
    E se ognuno scegliesse ciò che meglio crede per la propria esistenza privata senza doverne rendere conto ad altri? Non sarebbe una cosa estremamente civile? Non si risparmierebbero eloqui fastidiosi e garruli? Non si toglierebbe fiato alle cornacchie porporate? e ai corvi in grisaglia?
    Che la libertà, quella vera, sia con tutti noi…

    [Rispondi a questo commento]

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