La Violenza nei Videogiochi


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USA. Paul Hwang, diciassettenne americano iscritto alla Clements High School viene espulso dalla propria scuola dopo aver diffuso in internet una mappa di gioco di Counter-Strike. La mappa infatti è una fedele riproduzione tridimensionale dell’edificio della Clements, e qualche genitore allarmato ha pensato che il ragazzo si stesse “allenando” in virtuale, aumentando il proprio senso tattico della zona prima di rendere operativa una classica missione “search & destroy” nell’istituto.

La casa dello studente, sottoposta a perquisizione da parte degli agenti di polizia, ha portato alla luce una pericolosissima arma di distruzione di massa: un martello dall’aspetto minaccioso. Fortunatamente gli agenti non sono riusciti a inoltrarsi fino al laboratorio di bricolage del padre, dove avrebbero potuto facilmente scovare pericolosissime sparachiodi a la Quake. Allo studente è stato inoltre proibito severamente di partecipare alla cerimonia di diploma. Pensano infatti che possa nascondere pericolosissime stellette ninja all’interno del celebre cappello nero.

Per chi non lo conoscesse, Counter-Strike è uno sparatutto multiplayer in prima persona in cui bisogna interpretare, a scelta, un terrorista o un membro delle forze speciali. Le partite si svolgono in mappe che riprendono svariate locations (supermercati, case, depositi, stazioni e via dicendo), e lo scopo è quello che vi potete immaginare: salvare ostaggi o disinnescare bombe (oppure battersi affinchè ciò non avvenga, se interpretate i cattivi). Attorno ai giochi si è sviluppata un’ampia comunità di appassionati che, regolarmente, rilascia nuove mappe che permettono di giocare in ambientazioni sempre nuove.

L’errore di Paul (oltre ad essere uno sporco muso giallo uguale a quell’altro che la strage l’ha fatta per davvero) è stato quello di creare una mappa e di rilasciarla in rete, e tutto è andato bene finchè i genitori di un altro studente non hanno deciso che quella mappa (e non le Beretta in regalo negli Happy Meal) era un serio pericolo per la sicurezza nazionale.

Non ha nemmeno aiutato ricordare che anche l’autore di un’altra triste strage (europea) era un giocatore di Counter-Strike. Ricordo qualche anno fa anche un caso di omicidio in un internet point coreano, dove un giocatore (che era rimasto davanti allo schermo per più di un giorno intero senza pause e sotto l’effetto di droghe) aveva deciso di eliminare realmente un’avversario seduto lì vicino che non era assolutamente in grado di uccidere virtualmente.

Quindi: Counter-Strike è un gioco che induce all’omicidio? La risposta a questa domanda è necessariamente no. Perchè i giocatori di Counter-Strike nel mondo sono centinaia di migliaia. E la maggior parte di essi sono persone come tutti. Se un domani scoprissimo, ad esempio, che Tizio (che si è barricato in un supermercato e ha fatto fuori qualche decina di clienti con un machete) era ghiotto di gelati al cioccolato, aveva una Ford Fiesta e andava in vacanza a Cesenatico, dovremmo forse concludere che questi elementi inducono all’omicidio? Vedete voi.

Posso capire che, di fronte a certe situazioni mentali precarie, stimoli di questo tipo possano (ipotizzo, non sono un addetto ai lavori) indurre certe persone a compiere atti efferati. Ma qui il problema non è il casus belli, quanto più la mancata vigilanza nei confronti di persone che evidentemente non hanno pieno titolo per agire con raziocinio e in libertà. Se censuriamo Counter-Strike (o gli altri giochi imputati), allora forse ci converrebbe togliere dalla circolazione anche le monete da 50 centesimi. Assurdo.

Io sono (o meglio ero, visto il poco tempo che mi è rimasto per queste cose) un giocatore di Counter-Strike. Non solo ero un giocatore, ma ero capoclan di una squadra di giocatori. La maggior parte di essi sono persone splendide, con cui sono ancora in contatto e che ho incontrato ai ritrovi di massa di videogiocatori (le LAN, in gergo). Assieme a noi giocavano anche adorabili donzelle: non me le immagino proprio ad abbattere esseri umani con lo sguardo di ghiaccio. Poi chi lo sa, i fatti della vita sono vari :)

Quello che però è certo è la (quasi sempre) totale ignoranza in materia di chi vede il demonio nei videogame. Storia vecchia: quando si può trovare un capro espiatorio in quattro e quattr’otto e mettersi a posto la coscienza, perchè tirarsi indietro?

Mi è capitato, recentemente, di partecipare a un dibattito in cui si sosteneva che l’evoluzione dei videogiochi, letta alla luce della spettacolarizzazione degli eventi di guerra sui media (basti pensare alle famose immagini infrarosse di Baghdad illuminata dai proiettili traccianti), possa essere vista come un disegno per decontestualizzare e disinfettare la realtà bellica, portando lo spettatore a credere che le cose avvengano in maniera totalmente asettica. Io ritengo che questa sia una forzatura, perchè uno spettatore attento, che magari si è informato anche con altri mezzi, è in grado di valutare la pretesa realisticità delle immagini che vede, o del gioco con cui si sta intrattenendo. Se si salta questo passaggio, allora il problema non è più nel gioco in sè o nel servizio del TG, quanto nella limitatezza culturale dello spettatore.

Così si assistono (periodicamente) ai soliti affondi, che vengono amplificati dai media. Citiamo qualche caso:

Potrei citare i vari Carmageddon (e la patch per sostituire poveri, innocenti alieni alle persone), Grand Theft Auto, Rise of The Triad … cambiando prospettiva potremmo parlare di America’s Army (gioco ufficial-promozionale della U.S. Army). Potremmo parlare di cosa succede quando giochi pensati per un certo mercato (Biko 3) finiscono da tutt’altra parte. Di come trattare le condotte illecite ma virtuali. Ma andremmo fuori dal seminato.

Io ho giocato a tutto. Ho spaccato la testa ai passanti con la mazza da baseball. Ho tagliato in due esseri umani con la motosega. Ho assassinato decine di migliaia di persone, fatto esplodere auto e corpi, mitragliato caseggiati interi. Ho sganciato bombe al napalm sopra a foreste, abbattuto ogni tipo di aereo e/o elicottero. Accoltellato donne e vecchi. Ho modificato il codice sorgente di certi giochi perchè apparisssero più budella del previsto. Avete paura ora?

Io avrei più paura ad essere indagato ed espulso dalla mia scuola per aver creato un modello 3D. Se cominciamo a censurare una forma di intrattenimento (perchè è di questo che si tratta), allora forse stiamo guardando la questione da un punto di vista errato.

Tra l’altro, per concludere, vorrei segnalare un libro che ho adocchiato in libreria e mi è parso a prima vista interessante, relativamente al tema della violenza: William T. Vollmann – Come un’onda che scende e che sale. Citandone la descrizione

All’inizio deI 2004 negli USA viene pubblicato “Rising Up and Rising Down”, un trattato sulla violenza in sette volumi di 3.300 pagine, che riceve immediatamente un’ondata di consensi che gli valgono una nomination per il National Book Critics Circle Award. L’anno successivo ne esce una versione ridotta a un solo volume che rappresenta il frutto di oltre vent’anni di lavoro. Vollmann ha scritto uno studio su uno dei fenomeni centrali dell’esperienza umana: la violenza. In queste pagine politica, sociologia, giornalismo, storia e letteratura si fondono in un originalissimo mix nel quale si alternano eventi remoti, scritti di dittatori, meditazioni filosofiche e acute osservazioni sulla vita odierna in diverse aree del mondo (Cambogia, Somalia e Iraq)…

A questo punto preferirei investire tempo e denaro in questo libro (magari qualcuno l’ha già letto e mi può consigliare), piuttosto che leggere le panzane di Fioroni o di chi per lui.

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